Povertà nella chiesa [1]
Conferenza tenuta a Jounieh (Beyrouth) il 12 apr. 1964.
[Tratto da:
G. Lercaro “Per la forza dello Spirito: discorsi conciliari” EDB 1984
pgg.123-155]
1. Della povertà di Cristo e, secondo Cristo, dei
suoi fratelli e della sua chiesa, si parla da sempre, da quando è nato il
cristianesimo, come di una delle cose più proprie del vangelo e più essenziali
sia alla libertà interiore e alla perfezione dell’anima cristiana, sia alla
libertà anche esteriore della chiesa e alla sua dynamis salvifica nel
mondo e nella storia umana.
Se ne parla
con particolare intensità di accento hinc et inde da quando, nel campo
aperto e indifeso della così detta civiltà occidentale dapprima e poi in tutto
l’orizzonte della storia contemporanea, si è schierata e si è mossa a conquista
l’ideologia e quindi la potenza politica del comunismo.
Se ne parla ancora di più e con una
carica di insolito slancio da qualche anno a questa parte, dopo che qua e là
vari tentativi di vita religiosa hanno cercato di rinnovare nella chiesa
testimonianze genuine della povertà
evangelica e soprattutto dopo che l’annunzio
e l’inizio del concilio ecumenico hanno aperto a tutta la chiesa e a
tutta la cristianità nuove speranze e nuovi impegni di più fedele ritorno allo
spirito e alla pratica del vangelo.
2. Così l’argomento è discusso al
concilio e fuori di esso, in tutta la chiesa, intorno a essa e contro di essa, come uno dei temi
più sintomatici e a un tempo più decisivi: sia sul piano dottrinale sia sul piano pratico, sia in rapporto alla sincerità
e coerenza cristiane del singolo sia
in rapporto al senso sociale e alla storicità della chiesa, anzi alla
stessa sua autenticità come chiesa del Cristo.
3. I problemi che si annodano intorno a questo tema sono molti, dall’accertamento della vera dottrina di Cristo e delle origini cristiane,[2] all’elaborazione dottrinale
(dogmatica e ascetica) dei diversi secoli,
al piano delle applicazioni alla casistica individuale (per il cristiano
singolo, per la famiglia cristiana, per il sacerdote, per le comunità religiose, per i vescovi e su su fino
al capo della chiesa e al complesso
degli organi del suo governo centrale), al piano, infine, di una riforma
delle istituzioni ecclesiastiche e del costume collettivo da una parte dei
cristiani nel mondo e dall’altra dei ministri sacri nel loro servizio in
cospetto al mondo, ecc.
Ma prima
di affrontare molti di questi problemi è necessario chiarire il senso fondamentale, l’aspetto più
essenziale e profondo del messaggio
evangelico sulla povertà. Non pensiamo certo di poter trattare esaurientemente in questa sede tale
tema: tuttavia ci preme affermare chiaramente quali sono le sue
dimensioni, quale la sua portata, quali le deficienze di alcuni modi con cui è
stato affrontato finora così da preparare il quadro entro il quale si potrà
tracciare poi, a Dio piacendo, una costruzione positiva che si fondi, come non
può non fondarsi, su quanto vi è di più proprio ed essenziale nell’insegnamento biblico, e soprattutto neotestamentario
ed evangelico, sulla povertà.
Di quest’ultima parte costruttiva non
potremo dare qui altro che un saggio, imperniato su una riflessione circa le
beatitudini evangeliche, che può almeno fissare alcuni dati rivelati e aprire
la via ad ulteriori riflessioni sul senso più intimo di questo mistero.
4. La
povertà infatti, per il cristianesimo, non è tanto un elemento importante della così detta etica
evangelica, non è nemmeno solo uno strumento privilegiato dell’ascesi cristiana
e un aspetto ineliminabile della sociologia e delle istituzioni della chiesa,
ma è veramente un mistero, nel senso più proprio che la parola riveste per
la rivelazione cristiana. E precisamente è
un mistero che si collega nel modo
più immediato col mistero per eccellenza, cioè col «mistero nascosto ai secoli eterni» (Rm 16,25), il
mistero della volontà del Padre (Ef 1,9), il Cristo stesso.
In altre parole, la pratica della
povertà e la condizione del povero secondo
il vangelo non riguardano soltanto l’agire del cristiano e della chiesa, ma
toccano direttamente il mistero intimo e personale del Cristo: non
costituiscono un capitolo di un’etica sia pure sublime o l’espressione di una
filantropia generosa quanto inerme, ma parte integrante della
rivelazione del Cristo su se stesso, un capitolo centrale della cristologia.
Perciò il discorso cristiano sulla
povertà e sui poveri può porsi e giustificarsi unicamente nell’ambito di una
penetrazione sempre più fonda del mistero centrale dell’incarnazione e della
redenzione. Il discorso” cristiano sulla povertà sta o evolve o regredisce o cade a
seconda che sta o evolve o regredisce o cade il discorso su Gesù in quanto il Cristo di Dio,
l’Unigenito del Padre fatto per noi carne e «peccato» (2 Cor 5,21 e Rm 8,1-14),
morto in croce e tuttavia risorto e glorificato, giudice escatologico di tutta
l’umanità.
5. La natura essenzialmente teologica del problema
è, se non dimostrata,
per lo meno già in qualche modo insinuata dalla sua stessa dimensione pratica universale: dimensione alla quale per troppo
tempo non si è prestata tutta l’attenzione che meritava.
Molti cristiani che parlano della
povertà e dei poveri ne parlano come se si trattasse dopo tutto di un fatto
umano marginale cioè di qualche cosa che si
presenta tra gli uomini con un carattere di eccezionalità, con una frequenza statistica per così dire minore. E
perciò sinora si sono trattati di preferenza altri temi come, per esempio, quello della legittimazione e difesa
della proprietà privata che per sé, allo stato attuale interessa di
fatto solo una ristretta minoranza e che per sé non è un tema cristiano in
senso proprio.
Da non molto tempo — e per la verità
non per primi, almeno dall’epoca moderna in avanti — noi cristiani incominciamo
ad accorgerci che non è così: almeno sino ad ora i poveri hanno costituito e
continuano a costituire la stragrande maggioranza dell’umanità e la condizione
della povertà involontaria continua ad essere
la condizione umana abituale, mentre la condizione di non povertà o
addirittura di ricchezza costituisce, nell’insieme dell’umanità, una condizione
piuttosto infrequente o del tutto eccezionale.
Le più recenti e documentate descrizioni della fame nel
mondo hanno rivelato anche ai più
ingenui e distratti che il problema della povertà non tocca alcune
ipotesi limite piuttosto straordinarie (interessanti,
per così dire, solo un’etica della perfezione), ma è semplicemente uno dei fondamentali e per ora normali
problemi umani, cioè che investono il più elementare discorso sull’uomo
e sul suo destino. Come è possibile che la maggior parte dell’umanità ancora
oggi, dopo tanti secoli, sia condannata a vivere in condizioni che non le
assicurano una sufficiente libertà dai bisogni più elementari? Quale può essere
non la spiegazione empirica, ma il senso ultimo di questo? Non è già questo un
mistero? E non è già questo un dato che
mette in discussione il senso fondamentale della vita umana e il
rapporto tra questa e la salvezza che il Cristo dichiara di essere venuto a
portare?
6. Eppure dobbiamo riconoscere che
questa dimensione globalmente
umana — e quindi inevitabilmente teologica — del problema non è stata per molto tempo percepita, almeno nel pensiero moderno,
cristiano e non cristiano.
Un certo cristianesimo individualista
e prevalentemente moralista, seguito alla Riforma e alla Controriforma, in tema
di povertà si è impegnato
soprattutto nella casistica, relativa ad applicazioni particolari, ma non ha
fatto nessun posto nella sua teologia a un argomento che tocca il mistero della
vita e della salvezza di sterminate masse umane. S’intende che questo diciamo
parlando di indirizzo globale, soprattutto dottrinale, senza dimenticare le
luminose testimonianze dei santi anche nell’epoca post-tridentina: da s. Carlo
Borromeo e s. Vincenzo de’ Paoli, al Cottolengo, da s. Giuseppe Benedetto Labre
a Carlo de Foucauld.
In certo modo
figlio di questo cristianesimo mutilo, l’illuminismo moderno non ha saputo
vedere nella povertà che un fatto marginale, di cui il galantuomo borghese non
deve darsi troppa preoccupazione: al massimo potrà integrare ed adornare con
una moderata filantropia il suo ideale di felicità e di giustizia individuale.
Sommamente istruttiva al riguardo può essere la rilettura di Voltaire (delle
cui opere in questi ultimissimi anni si stanno moltiplicando in Italia le
edizioni, come sintomo molto significativo degli orientamenti preferiti da una
certa intellettualità neo-illuminista):
«J’aime le luxe, et mème la mollesse, tous les plaisirs, les arts de
toute espèce, la propriété, le goùt, les
ornements: tout honnète homme a de tels sentiments».[3]
E ancora:
«C’era nei dintorni (di Costantinopoli) un dervì
famosissimo, reputato il miglior filosofo di Turchia: andarono a consultarlo.
Pangloss prese la parola e disse: “Maestro,
veniamo a pregarti di dirci perché un animale strano come l’uomo è stato
creato”. “Di che t’impicci? — disse il dervì — Forse che ti riguarda?” “Ma
reverendo padre, — disse Candido — è orribile il male che c’è al mondo”. “Cosa
t’importa — disse il dervì — che ci sia male
o bene? Quando sua altezza spedisce un vascello in Egitto, forse che s’inquieta
se i topi che sono nel vascello stanno male o bene?...” “So — disse Candido —
che bisogna coltivare il proprio giardino».
La «morale»
svelata di questa morale è, in ultima istanza:
«Che cosa si deve fare? Niente: tacere, vivere in
pace, mangiare il proprio pane all’ombra del proprio fico,
lasciare che il mondo vada per la sua strada».[4]
Tutto il pensiero moderno successivo — come tutta la civiltà borghese — non ha saputo sostanzialmente uscire da questo limite di fondo[5] (nonostante qualunque
integrazione
di tesi e di opere umanitarie).
7. Per
parlare oggi dei poveri e della povertà in termini genuinamente cristiani — e
perciò che abbiano anche il dovuto rigore di sincerità in tutti i sensi, compresa la
sincerità storica — bisogna riconoscere che il marxismo (cioè almeno la
dottrina marxiana, se non le sue attuazioni politiche) ha introdotto per la
prima volta nella vicenda storica del problema due elementi nuovi:
I)
Un primo elemento è la
coscienza, esplicita e storicamente impegnata, della dimensione
Benché si possa giustificatamente
domandarsi quanto di questo universalismo primordiale sia rimasto di fatto
nelle presenti realizzazioni
politiche del comunismo, tuttavia la novità dell’impostazione universalistica
congiunta all’effettiva tensione all’intervento storico immediato è in sé
incontestabile: e non per niente essa è riuscita, e riesce tuttora, a inserire
un forte dinamismo in tanti popoli, in tante razze, in tutti i continenti,
tra i poveri (non solo tra gli operai) di tutto il mondo.
8. II)
Un secondo elemento
originale del marxismo, che è venuto a porre il problema della povertà in
termini assolutamente nuovi, è il fatto che esso per primo abbia tentato una
sintesi filosofica, che si risolve in una visione teologica, del rapporto tra
l’uomo e i beni della terra.
Per troppo
lungo tempo tutto questo si è sottovalutato, considerando cioè soltanto (per
consentire o per opporsi) la concezione economica o sociale del marxismo, la
sua politica e la sua morale, e non vedendo che la sociologia e l’etica di Marx
si ancorano fortemente nella sua filosofia e nella trasposizione di questa in
una teologia, che ha proprio come primo fondamento un dogma relativo al
rapporto tra l’uomo e i beni materiali, dogma che a sua volta sostiene tutta la
concezione marxista dell’uomo, della natura, dello spirito, dell’esistenza, del
peccato, della redenzione e della salvezza.
Invece questo dato fondamentale continua a sfuggire ai più. Anche un recente aggiornamento critico della sociologia marxiana parte dal presupposto: «La sua filosofia ha spinto Marx a tradire la sua sociologia e questo tradimento ci costringe a separare continuamente i due elementi»[8]. Mentre, dopo oltre un secolo di
analisi, dovrebbe essere ormai evidente a tutti la fortissima coerenza e inscindibilità di tutti gli elementi della dottrina marxiana. Marx ha avuto sin dagli inizi della sua meditazione la piena coscienza dell’analogia teologica del processo di sviluppo del pensiero economico moderno e del compito di rovesciamento teologico che egli si assumeva. Una delle sue primissime pagine[9] stabilisce subito un collegamento tra la morte e la proprietà privata e pone quindi immediatamente il problema
dell’appropriazione dei beni materiali nel quadro teologico dei problemi
supremi dello spirito, della libertà, del peccato e del destino umano.
Mi propongo — se piacerà a Dio — di ritornare di proposito,in uno scritto che sto meditando,[10] su questo argomento a mio avviso fondamentale non solo per
l’interpretazione del punto a cui è arrivato il
pensiero contemporaneo e la vicenda storica della nostra generazione, ma anche
per la stessa più piena comprensione della risposta evangelica alle esigenze
del nostro tempo. Spero di poter con altri
concorrere a mostrare come specialmente nelle opere giovanili il pensiero di Marx si presenti con una pretesa di essere una
storia della creazione e della salvezza: poiché
la sua ambizione non è quella di
fornire le basi di una nuova economia e di una nuova filosofia sociale, bensì di porre tutti gli
elementi per una spiegazione delle
origini umane, della «creazione», del peccato e della caduta, della rivelazione e della redenzione, della
salvezza, della immortalità e della apocatastasi escatologica.
Lo dice
espressamente: «Il comunismo è la soluzione dell’enigma della storia, ed è consapevole di
essere tale soluzione».[11]
9.
Non possiamo ora né riprendere le analisi già fatte in questo senso da qualche
autore, né tanto meno tentare la rivalutazione essenziale di tutti questi elementi, alla quale speriamo
di poter presto portare un nuovo contributo.
Però non
possiamo non segnalare almeno due aspetti della dottrina marxiana
che le conferiscono un particolarissimo vigore proprio in ordine
al nostro tema e costringono (nel senso che il marxismo, appunto radicalizzando ogni
direzione immanentistica del pensiero
moderno, mette il cristianesimo nella necessità, e anche, dopo tutto, in una maggiore facilità, di ritrovare
antisimmetricamente su ogni tema
fondamentale la propria posizione più autentica e più pura da ogni
contaminazione) il pensiero cristiano a ritrovare quel che vi è di più
originale nella rivelazione biblica sul povero e sulla povertà.
Anzitutto
affermiamo (sia pure senza poterlo in questa sede dimostrare) che
il marxismo filosofico realizza un rovesciamento coerente e compiuto dell’etica
tradizionale e perciò rende definitivamente impossibile al cristianesimo
proporre la sua dottrina sulla povertà nei termini di una casistica o comunque
entro il quadro di un’etica del senso
comune. Questa impossibilità creata dal marxismo per un’«etica cristiana
moderata» è a un tempo una impossibilità concettuale e pratica: concettuale,
perché il cristianesimo di fronte al
radicalismo «teologico» coerente della filosofia marxista deve assumere
la propria qualificazione più radicale e coerente; e pratica perché nessuna
difesa moderata o del senso comune potrebbe
resistere ormai, sul piano delle istituzioni come sul piano del costume,
alla potenza mondiale del comunismo. La povertà evangelica deve quindi
qualificarsi teologicamente, cioè per quello
che è veramente, come un mistero.
In secondo
luogo il marxismo propone una nuova forma di ateismo completamente diverso da qualunque forma
precedente, cioè non un ateismo negativo ed astratto, pura negazione di Dio, ma
un ateismo positivo e creativo, negazione della negazione, in quanto esso si assume un ruolo di creatore e vuole
rendere immanente nella storia il regno di Dio, la città celeste, i
nuovi cieli e la nuova terra. Quindi un ateismo compiutamente messianico e
perciò tale che costringa la povertà evangelica a qualificarsi quale è ancora
più precisamente, cioè come un mistero in
diretto ed essenziale rapporto con la
cristologia, con Gesù in quanto messia e giudice escatologico.
10. Ora, chiediamoci, è questo il modo
abituale con cui dai cristiani
si parla oggi per lo più della povertà? Non ci sembra, almeno nella forma
esplicita ed esauriente che sarebbe desiderabile.
È chiaro che di norma non si dicono
cose volutamente in antitesi alla qualificazione più propria della povertà
evangelica e che, in un modo o in un altro, o prima o poi, in qualunque
discorso si utilizzano anche i testi più
significativi del vangelo. Ma normalmente non si parte da essi e
piuttosto si accetta un’altra impostazione, mutuata spesso da una problematica
e da ispirazioni molto diverse. Consideriamo alcuni esempi.
a) Anzitutto,
la così detta dottrina sociale cristiana. Essa ha per oggetto proprio e diretto i temi
concatenati della proprietà privata, della giustizia sociale, dell’ordinamento
del lavoro, ecc., ma sempre considerati dal punto di vista della confutazione
della dottrina marxista intesa soltanto in
chiave etica e sociologica: perciò muove
da un punto di vista che ovviamente tende a subordinare le considerazioni
religiose sulla povertà a quelle di moralità razionale e di filosofia sociale o
più semplicemente di senso comune.[12]
Ma per sé la
dottrina evangelica sulla povertà non corrisponde né alla ragione
né al senso comune e quindi finisce, inevitabilmente, col trovare sempre meno spazio e
rilievo.
b) La così detta «teologia delle realtà terrestri» e la dottrina della «consecratio mundi», oggi tanto additata ai laici come
loro compito più proprio nella chiesa.
Il punto di
partenza di queste dottrine non è certo la rottura e il rovesciamento presupposto da tutto il vangelo, e specialmente dal
discorso della montagna, ma è piuttosto, più o meno esplicito, il postulato
mutuato dal pensiero moderno di un’evoluzione umana continua e omogenea, cioè
di un progresso, non limitato solo al campo
delle scienze particolari e delle tecniche, ma esteso in modo necessario
e indefinito a tutto il mondo morale e umano, per cui la storia umana tenderebbe verso un punto in cui il male, nel senso
di peccato, si ridurrebbe sempre più.
Questo
discorso, anche quando non trascura i dati evangelici,li inquadra però e li subordina ad un’impostazione globale che cerca di integrare il discorso della montagna in una
morale della creazione (che dovrebbe tenere meglio conto degli ordini naturali)
e in una teologia dell’incar-nazione.
Ma si rischia, se non da tutti almeno da molti, di concepire l’incarnazione in una
maniera essenzialistica che non rispetta tutto quello che in essa
vi è di concreto, di circostanziato, di storico (a partire dallo stesso concetto di carne non
come natura umana o corpo di Cristo, ma come “σάρξ”, con
quello che dice biblicamente non solo di
debolezza e di fragilità, ma anche di disordine, di ribellione e di
corruzione, e quindi di manifestazione del peccato non solo come mera insufficienza, ma come aversio e
sostituzione a Dio).[13]
E quanto alla morale della creazione non si considera abbastanza che «l’ordine naturale della creazione non esiste più nella sua forma originaria, perché l’eone presente in cui si trova il cristiano è cattivo ed è soggetto alle influenze di forze diaboliche»[14] e che espressamente il vangelo indica nella ricchezza una possibile,
anzi normale localizzazione di queste
forze avverse.[15]
Certo il progresso scientifico e tecnologico con le sue possibili conseguenze positive nei rapporti economici e sociali apre delle grandi eventualità che devono essere valorizzate e inquadrate teologicamente: ma gli elementi di questa sintesi vanno rettamente ordinati fra loro. Non deve essere una filosofia del progresso che assume e ordina anche i dati evangelici, ma debbono piuttosto essere i dati del vangelo, coerentemente enucleati e saldati tra di loro, che ordinano e giudicano qualunque filosofia dello sviluppo umano. Altrimenti c’è il rischio, per esempio, di parlare dei beni materiali e dell’odierno sviluppo tecnologico ed economico come di qualcosa che si impone per sé al cristiano, se non vuole contrastare allo stesso progresso umano.[16] Così, come osserva lo Schmid «si è mossa imputazione al discorso della
montagna di portare alla negazione del mondo ed alla distruzione della
civiltà, di negare valori a cui
l’umanità odierna anche cristiana deve tenere e di non essere
utilizzabile come fondamento di un’etica cristiana, perché non prende posizione nei riguardi di importanti
aspetti della vita, quali la professione, la famiglia, la nazione, ecc..
oppure, nella misura in cui lo fa, assume
atteggiamenti negativi... Ma il discorso della montagna non richiede di
essere integrato o corretto dalla morale della
creazione che annunzia appunto il volere originario di Dio...
Nei confronti
della civiltà Gesù non prende posizione, né in senso positivo né in
senso negativo. Perché... la civiltà ha valore solo per questo mondo e non è quindi un valore
assoluto. Il vangelo... a motivo del suo
atteggiamento di superiorità rispetto alla civiltà, non si presenta in
sé come un fattore di incivilimento, il che equivarrebbe ad una profanazione».[17]
Osservazioni nella stessa linea, ma con approfondimento assai più forte, si imporrebbero anche nei confronti della problematica sollevata dal pensiero del padre Teilhard de Chardin. Anche per questo speriamo che l’ultima parte dello scritto in preparazione possa dire qualche parola chiarificatrice e mostrare come ricadano in una cristologia troppo astratta e quasi soltanto formale se non proprio le impostazioni originali del padre, almeno le deduzioni di qualche suo discepolo troppo compromettente.[18]
11. c)
Consideriamo per esempio la dottrina e la pratica della «società del benessere».
È la
banalizzazione del postulato del progresso, ad uso dell’ordine costituito della società
occidentale e come estrema forma di difesa che l’occidente sta opponendo al
marxismo.
Ma la società opulenta potrà, forse (?), evitare l’avvento del comunismo per via rivoluzionaria, ma non ne realizza un autentico superamento. Anzi rischia di aggravare l’alienazione denunciata dal marxismo[19] e di coinvolgere nel corrompimento delle strut ture anche autentici valori cristiani: come per esempio il concetto
evangelico di pace e appunto l’idea evangelica della povertà.
Quanto alla povertà, in particolare, la
società opulenta tende a creare negli stessi cristiani una duplice
deformazione.
In primo luogo essa tenta i cristiani a una «spiritualizzazione» totale della povertà evangelica, cioè li induce ad immaginarsi come rientrante ancora nella prima beatitudine una povertà totalmente soggettiva e interiore, senza nessun rapporto oggettivo con una condizione materiale di privazione.[20] Dalla constatazione, fin
troppo ovvia, che non ogni bisognoso può essere un povero nel cuore ed avere lo spirito della povertà di Cristo, si passa alla reciproca, cioè si afferma ex paritate che anche il ricco senza bisogni può avere l’animo del povero e quindi, purché nella sua assenza di bisogni rettifichi le intenzioni, può vivere la vera povertà di Cristo: e pertanto si delinea la casistica aggiornata del «nuovo povero» nella società opulenta, in termini che (è paradossale come non lo si avverta) risolvono semplicemente e senza residuo la povertà evangelica nella giustizia e nella temperanza, nella fortezza laboriosa e nella prudenza mutualistica, cioè risolvono — se non già per l’oggi, almeno per il prossimo domani — la beatitudine evangelica nelle semplici virtù morali.[21] Capovolgimento antimessianico di un discorso che vorrebbe essere
cristiano!
In secondo
luogo, la società opulenta tende sempre più a mettere al bando ogni tentativo di riprendere i termini
propri del discorso evangelico sulla povertà: come una stonatura o una
ineleganza o come difetto di senso storico e difetto di solidarietà con lo
sforzo inteso ad assicurare il benessere a masse sempre più vaste, o finalmente come un utopismo pericoloso e
sospetto di collegamenti, almeno
inconsci, con la critica marxiana della società capitalista.
Questo anzi sembra essere il punto
verso il quale convergono alcune interpretazioni più recenti delle fonti neotestamentarie e patristiche: mettere in
guardia contro ogni interpretazione non meramente
spiritualista della povertà evangelica, come sospetta di complicità o
almeno di confusione con il classismo marxista.
Mentre non ci
si accorge che l’unico modo di salvaguardare l’assoluta originalità
e trascendenza della povertà evangelica non è quello di svuotarla ma precisamente quello di
riconoscere ad essa il suo realismo nel quadro di una cristologia
realista: cioè riconoscerla come fatto spirituale sì, come posizione interiore
sì, come atteggiamento di fronte a Dio prima di tutto, certo, ma sulla base di uno stato oggettivo di indigenza, di privazione,
di sofferenza: cosi come oggettiva, concreta, reale è stata
l’incarnazione del Verbo, la sua κένωσις, la sua povertà, il suo
annientamento, nella vita, nella passione e nella morte.
12. Gli esegeti e i teologi che più urgono per
l’interpretazione spiritualista della prima beatitudine e in genere del
messaggio evangelico sulla povertà partono da una premessa generale, che in sé
è incontestabile, perché corrisponde al senso di tutto il vangelo, e che è giusto che anche noi riprendiamo
esplicitamente. Anzi noi vorremmo, non solo richiamarla, ma anche
rafforzarla con argomenti testuali in più, non valorizzati di solito.
Dunque, si
dice, ed è vero, che il carattere assolutamente e correntemente trascendente e religioso
del vangelo, ne esclude qualunque
possibilità di interpretazione sociale e tanto peggio classista. «Nessuna
classe sociale vi è canonizzata, nessuna in quanto tale, vi è messa in
relazione diretta col Regno; solo una situazione spirituale può accogliere un dono spirituale: solo la fede apre l’uomo
alla grazia di Dio».[22]
E a conferma si adduce oltre la lettera e lo spirito delle parole del Signore sulla povertà e la ricchezza, anche il comportamento pratico di Gesù[23] e dell’apostolo
Paolo.[24]
Di qui poi si
ricavano varie conseguenze, che sono in sé persino troppo ovvie: cioè che nel vangelo la povertà non è
elevata ad assoluto e non è un ideale che
da solo possa bastare, non è il vertice e la somma dell’insegnamento del
Signore, come lo è invece la carità, cioè l’amore sovrannaturale, l’amore
stesso che è Dio e nel quale egli ci ama; e
ancora che la più evangelica povertà non coincide necessariamente con la maggiore privazione dei beni di questo
mondo; che non sono necessariamente i più poveri ad essere animati dallo
spirito della povertà: che anche i beni intellettuali e persino i beni dello spirito possono costituire ricchezze pericolose;
e che perciò la vera povertà
evangelica esige un’interiore sovrana libertà nei confronti di ogni cosa
creata, materiale e non; ecc.[25]
Tutto ciò in verità non può essere
una quaestio disputata per nessuno che abbia letto anche soltanto una
volta i quattro vangeli.
La possibilità di un dissenso comincia soltanto dal momento in cui tutte queste proposizioni vengono rovesciate nella loro reciproca o almeno rischiano di essere capovolte nell’altra che «dunque anche i ricchi di beni materiali possono essere poveri nel senso della prima beatitudine». Da questo momento in poi si rischia di disconoscere quello che vi è di proprio in recto nel messaggio evangelico sulla povertà, anzi praticamente si viene a negare che nella Bibbia abbia ancora un senso distinguere ricchi e poveri,[26] oppure si riduce la distinzione ad essere operante solo sul piano psicologico ed ascetico, cioè nell’ambito di certi inconvenienti
psicologici delle ricchezze terrene e di certe
opportunità cautelative a difesa delle virtù della temperanza e della fortezza.[27]
Tutto il resto
del nostro discorso sarà per dimostrare in che senso la distinzione
biblica, e particolarmente quella evangelica, tra ricchi e poveri resta una distinzione
reale e non soltanto in campo psicologico ed ascetico: però riteniamo che il discorso guadagni di chiarezza e possa evitare a priori di
essere equivocato e accostato a un discorso classista se prima si stabilisce in
che senso la distinzione è trascendente e perciò del tutto irriducibile a una
distinzione di classe, soprattutto nel senso non solo sociologico, ma filosofico
che la parola classe ha preso da Marx in poi.
13. Marx ha posto il dualismo classista
— classe proletaria e classe borghese — in rapporto diretto e assoluto con la
sua concezione di peccato originale, di alienazione, di redenzione e di salvezza.
Ora,
certissimamente, il vangelo e tutto il nuovo testamento nega questo rapporto,
cioè nega che il peccato originale si riduca alla proprietà privata o alla
ricchezza, nega perciò che i proletari e i poveri in quanto tali siano immuni
dal peccato e perciò non bisognosi di
redenzione e quindi per sé sottratti alla possibilità di condanna e nega
che i ricchi in quanto tali siano perciò stesso esclusi dalla salvezza e quindi
i soli sicuramente già dannati.
Gli stessi testi
in cui Gesù proclama la sua messianicità e la sua particolare
missione per la salvezza dei poveri implicano già un’affermazione in
questo senso. Ed è unicamente per sé in assoluto che egli rivendica
l’immunità dal peccato (Gv 8,46: «Chi di voi mi potrà convincere di peccato?») mentre è
solo per la madre sua che il vangelo attesta una pienezza di grazia (Lc 1,28).
A tutti, senza nessuna eccezione egli
dichiara: «Se non credete che Io sono morrete nei vostri peccati» (Gv
8,24).E s. Paolo commenta: «Giustizia di Dio per mezzo della fede di Gesù
Cristo, verso tutti quelli che credono: non vi è infatti distinzione. Tutti
hanno peccato e sono privi della gloria di Dio e sono giustificati col dono
della sua grazia mediante la redenzione che è in Cristo Gesù» (Rm 3,22-23 e
quindi, di nuovo 5,12-21; cf. Gal 3,22).
Così che tutti — prima di ricevere la
salvezza che viene dalla fede in Cristo — «eravamo per natura figli dell’ira»
(Ef 2,4).
E s. Giovanni
arriva a dire che «se diciamo che non abbiamo alcun peccato, inganneremmo noi
stessi e la verità non è in noi...
Se diciamo di non aver commesso peccati lo diciamo bugiardo (Dio) e la sua parola non è in noi» (1 Gv
1,10).
Cioè è un
modo assoluto di contraddire al cristianesimo quello per cui un uomo o una classe pretenda di essere immune dal peccato:
una simile pretesa è per il cristianesimo l’errore assoluto e il rifiuto totale
di Dio e di Cristo come bugiardo.
Se Cristo non è bugiardo, è assolutamente impossibile che chiunque — fosse pure il più povero e
nell’estremo stato di necessità e di alienazione — possa considerarsi perciò
immune dal peccato,possa escludersi dal
novero dei «figli della ribellione» che possono salvarsi solo per mezzo
della fede in Gesù.
In ultima
istanza: al dualismo classista marxiano non si oppone tanto l’apologo di
Menenio Agrippa, o comunque in sede filosofica e sociologica l’etica nicomachea
o l’organicismo sociale oil corporativismo o la dottrina socialcristiana della
necessaria collaborazione delle classi; ma si oppone simpliciter il
cristianesimo
nel suo mistero
essenziale, cioè il mistero della redenzione e della salvezza che viene a tutti e a
ciascuno unicamente mediante Cristo.[28]
È appunto
quello che troviamo espressamente in tre testi dell’escatologia
neotestamentaria che, per quanto ci consta, non sono stati utilizzati nelle più recenti indagini sulla condizione del
povero nel messaggio cristiano. Si tratta di tre testi dell’Apocalisse:[29]
Ap 6,15-17: «I re della terra, i
magnati, i capitani, i ricchi e i forti ed ogni uomo, schiavo e libero, si
nascosero nelle caverne e nelle rupi dei monti e dissero ai monti e alle rupi:
Cadete su di noi e nascondeteci dalla faccia di colui che siede sul trono e
dall’ira dell’Agnello, perché è venuto il gran giorno della loro collera e chi
può stare in piedi?».
Ap 13,15-18: «E le (alla seconda bestia) fu dato di dare
spirito all’immagine della bestia, sicché l’immagine della bestia parlasse, e
di fare che quanti non adorassero l’immagine della bestia fossero uccisi. E fa
che tutti, i piccoli e i grandi, i ricchi e i poveri, i liberi e gli schiavi
ricevano un marchio sulla loro mano destra o sulla loro fronte e che nessuno
possa comprare o vendere se non chi ha il marchio, il nome della bestia o il
numero del suo nome».
Ap 19,17-18: «E vidi un angelo ritto nel sole, che
gridò a gran voce a tutti gli uccelli volanti per mezzo il cielo: Venite,
radunatevi al grande banchetto di Dio, per mangiare carni di re e carni di
capitani e carni di forti e carni di cavalli e dei loro cavalieri e carni di
tutti, liberi e schiavi, piccoli e grandi».
All’ira dell’Agnello non può resistere né la prima creazione resa partecipe della malizia umana[30] e profanata dall’orgoglio e dall’idolatria,[31] né l’eone presente
soggetto al Maligno,[32] né per conseguenza qualunque uomo o classe di
uomini.[33]
Di fronte alla parusia è l’umanità intera, nella totalità concreta di tutti gli operatori della sua storia — dai più grandi e illustri ai più piccoli e oscuri, dai dominanti ai
dominati — che «non può resistere» (cf. Na 1,6 e MI 3,2 e 23).[34]
Non c’è categoria di uomini che possa
stare in piedi di fronte al giudizio di Dio e che non sia destinata (se manca
del sigillo di Cristo) ad essere travolta
dalla rivelazione del suo peccato. Questo si dichiarerà da sé come una
volontà suicida, come una morte che ciascuno volontariamente si è invocata e
continuerà ad invocarsi invano per tutta l’eternità (Ap 9,6). La storia degli
uomini non conoscerà alla fine nessuna
distinzione e nessun dualismo, se non quello unico tra coloro che hanno
riconosciuto il Cristo e coloro che non lo hanno riconosciuto.
Gv 3,17-18: «Dio dunque non ha mandato il Figlio suo nel
mondo, perché condanni il mondo, ma perché il mondo per
mezzo di lui venga salvato. Chi crede in lui non è condannato, ma chi non crede è già condannato, perché non crede nel nome
dell’Unigenito figlio di Dio».
Ogni altra realtà non è definitiva ma
transitoria, non assoluta ma relativa. Tutto passa. Che cosa resta? Solo la
vita eterna per i segnati dall’Agnello e solo l’ira di Dio, l’ira di Dio, che
rimane, per coloro che lo hanno rifiutato.
Gv 3,36: «Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi invece non crede nel Figlio non vedrà vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui».[35] E questo perchè? Gv.
9,41: «Se foste ciechi non avreste peccato; e
invece dite: Noi ci vediamo. Perciò il vostro peccato rimane». Quindi, in
definitiva: non è la condizione sociale o la classe che rimane, ma il peccato.
14. Avendo definito questo limite
invalicabile che separa la concezione cristiana dalla concezione marxista e dal
suo dualismo classista,
possiamo e dobbiamo ora affermare, sulla base della rivelazione evangelica, in che senso e in quale
ampiezza l’insegnamento e ancor più il mistero stesso di Cristo
affermano una reale distinzione, di valore
non solo psicologico o etico, ma ontologico e religioso, fra le due condizioni antitetiche della
povertà e della ricchezza.
Non ci sarà possibile proporre, in
questa sede, un’esposizione esauriente di
questo tema, che implica un approfondimento originale della dottrina
cristologica. Speriamo di poterlo fare con maggiore pienezza prossimamente. Per
ora ci dobbiamo limitare a definire alcuni dati che indicano alcune prospettive
le quali trascendono a nostro parere, l’orizzonte di pensiero a cui
abbiamo or ora fatto riferimento, citandone alcuni esempi e sottolineandone le
deficienze.
15. Prendiamo come punto di partenza il
testo evangelico chiave delle beatitudini, considerando come un unico tutto
le beatitudini dei poveri, degli afflitti e degli affamati. Le denominazioni si
applicano ad una medesima categoria di disgraziati, dichiarati paradossalmente
beati dal Salvatore. A queste tre beatitudini raffronteremo quella dei miti,
che può intendersi in un senso molto vicino a quella dei poveri.
Nonostante
alcune sfumature differenti, queste beatitudini hanno un medesimo senso generale. È
evidente quel che le avvicina e quel che le
distingue dalla beatitudine dei perseguitati per il Cristo: la felicità che
promettono non è la conseguenza di una persecuzione subita per Cristo: sembra
collegata soltanto alla condizione miserabile di tutta una categoria di
individui, astrazion fatta, almeno a prima vista, da ogni rapporto speciale con
la persona di Cristo. Diciamo a prima vista perché vedremo che anche queste beatitudini sono essenzialmente cristologiche: la
felicità che esse promettono è
quella che il Messia deve portare: proclamandoli beati, Gesù si presenta
come il Messia.
Considereremo
in primo luogo chi sono i beneficiari di queste beatitudini, poi cercheremo di mettere in evidenza la portata messianica
delle dichiarazioni di Gesù.
16. I termini con i
quali Gesù designa i privilegiati delle prime beatitudini
poveri e miti hanno in primo luogo nel linguaggio biblico un senso
generale e corrente: indicano la classe, sociale insieme e religiosa, dei
«poveri di Jahvé». Gelin dice molto bene di
chi si tratta: l’anaw è il piccolo, l’umile, l’oppresso, il disgraziato,
il povero. Ma le sue prove l’hanno avvicinato a Dio, e, poiché di fatto la
classe religiosa fu soprattutto la classe dei piccoli, i termini povero-pio-umile
da una parte e ricco-peccatore-orgoglioso dall’altra
finirono poco a poco con l’essere associati (Eccli 13,16-17; Sap 2,10). Allora il termine ‘anaw prese
sempre più il senso tecnico di pio: gli ‘anawim sono i «clienti
di Jahvé».[36]
Potremmo illustrare questa
definizione con numerosi testi biblici e post-biblici, ma non crediamo di
doverci attardare a questo contesto che è ancora lontano da quello delle
beatitudini.[37] Alcune indicazioni basteranno.
Questi «clienti di Jahvé» per lo più
sono chiamati (vedi specialmente i salmi) ‘aniyym, in greco ptocoί, i poveri. La parola
serviva dapprima, nella legislazione mosaica a designare coloro che non possedevano la terra, ed erano naturalmente,
molto spesso dei poveri nel senso materiale della parola. A partire dall’esilio
si vede la nozione di povertà congiungersi a quella di confidenza in
Jahvé e confondersi più o meno con essa:
povero e pio divengono nozioni pressappoco equivalenti.[38]
Tra la parola ani e la parola anaw, resa in greco quasi sempre con πραΰσ mite,[39] la differenza di significato, in ebraico, è minima. L’anaw non è il mite nel senso
che ci è abituale
di dolce o mansueto: è il debole
(etimologicamente: colui che si curva), incapace di difendersi, di farsi
rendere giustizia, costretto a sopportare tutto senza resistere. Ma anche qui
il termine ha preso un valore religioso: gli anawim sono gli umili che
non si curvano soltanto davanti agli uomini, ma anche davanti a Dio e alla sua
volontà, per quanto dura sia per loro. Essi sanno di non essere altro che dei
servi e perciò mettono tutta la loro speranza nel Signore che avrà pietà di
loro.[40]
È indubbio tuttavia che questi miti, di cui i traduttori fanno volentieri degli umili (ταπεiνοί, humiles) vanno ricercati nel medesimo ambiente sociale dei poveri. La loro dolcezza non è la moderazione dei forti, è la sottomissione e la pazienza dei piccoli e dei deboli. Situazione materiale e condizione sociale sono in loro pressoché identiche a quelle dei poveri e comportano sofferenze non solo materiali, ma anche morali e religiose. Tuttavia mentre il povero è più specialmente colui che soffre del suo stato, il mite è espressamente colui che Io sopporta.[41] Anawim e aniyyìm dunque quasi non si distinguono e insieme costituiscono la classe dei
«clienti di Dio» opposta alla classe degli empi orgogliosi e oppressori.[42]
Abbiamo visto
che alla situazione materiale si associa, in questi «clienti di Jahvé» una
disposizione interiore di abbandono e fiducia in Dio: non bisogna però spiritualizzare l’idea di
povertà al punto di inglobarvi anche i ricchi, purché siano buoni ricchi. Ci sembra inaccettabile la conclusione di alcuni
esegeti che tende a interpretare il
termine anawim in senso puramente spirituale. Il Van Der
Ploeg, per esempio, afferma: «L’umiltà era una virtù difficile da osservare per un ricco e potente, più facile
per un non ricco o addirittura povero... Ma per essere umile non era
necessario essere povero... Noi dunque crediamo che gli anawim fossero
degli israeliti umili e pii provenienti da
ogni grado sociale, forse soprattutto dagli ambienti meno ricchi di beni
terreni, senza per questo essere poveri nel senso materiale della parola...».[43]
In una
concezione di questo genere i concetti di povero e di povertà si dissolvono integralmente. La
povertà non resterebbe più neppure una disposizione ascetica particolarmente
favorevole all’umiltà: non si
caratterizzerebbe in alcun modo specifico, dal punto di vista religioso,
di fronte alla ricchezza.
17. Bisogna invece affermare, per essere fedeli all’esegesi del testo biblico, che, se nel corso della sua storia l’idea biblica di povertà si è caricata di un senso religioso, per comprenderla occorre partire dal suo senso naturale e sociale.[44] Se il termine povero ha preso un senso religioso, questo non può far
dimenticare il suo primo senso:[45] non tutti i poveri saranno dei clienti di Dio e l’umile confidenza in Dio potrà incontrarsi anche presso qualche ricco. Ma
guardiamoci dal pensare che si possa spingere il paradosso fino a
chiamare, secondo la Bibbia, povero il ricco umile e pio e ricco il povero
arrogante.[46]
Ben a ragione ha scritto il Causse[47]: «La questione sociale diventa una questione religiosa. Il dramma della storia è dominato dal conflitto del povero e del cattivo.
Per o contro Jahvé e i suoi ‘anawim! In questo stato di lotta la fede
dell’uomo di Dio si esalta. La povertà diventa un ideale. È inesatto dire con
Isidoro Loeb (La littérature des pauvres dans la
Bible, 1892, 78) che la miseria del
povero è “a metà reale e a metà fittizia”, che il povero è un sognatore il
quale si rappresenta il mondo con molta immaginazione e “molte illusioni’’, che
il male di cui soffre in parte è immaginario,
“un male da poeta”. Le sofferenze della povertà, anche sotto il cielo
palestinese, non sono necessariamente finzioni letterarie... La sofferenza
degli ‘anawim era anche troppo reale...» Nella condizione di questi poveri di Israele si riscontra sempre una frattura reale, una situazione di reale
sofferenza e spogliazione: a partire dalla nascita del popolo nel crogiuolo
della schiavitù d’Egitto, all’esilio babilonese, alle condizioni
tragiche, tutt’altre da quelle sperate, del
ritorno; e poi sempre l’insidia e l’oppressione dei grandi, dei potenti,
dei latifondisti (v. Isaia), dei ricchi e le malattie.
18. Proclamando la felicità dei poveri Gesù dunque usa un termine il cui significato oscilla tra due poli: in senso sociale evoca la condizione della gente sprovvista di beni terreni; in senso religioso evoca le disposizioni morali di umile sottomissione e di assoluta confidenza in Dio.[48] Si pone quindi il problema di sapere da
quale angolo Gesù consideri la povertà che
dichiara beata. Ha riguardo soprattutto al fatto della miseria sociale,
oppure, mirando soprattutto alla pietà, vuole consacrare il trionfo di una
forma di religione semplice e fiduciosa sul
legalismo dei farisei? In altre parole,
la beatitudine dei poveri è veramente la beatitudine dei poveri, nel senso
corrente della parola, oppure bisogna vedervi la beatitudine di una
certa categoria di gente pia e virtuosa?
Gelin ha creduto di poter risolvere nettamente il problema: «Non evochiamo dunque a proposito e a sproposito i proletari, quelli che sono nella miseria, gli am ha ha’arès; parenti poveri del giudaismo. In che questi stati sociali sarebbero meritori del cielo?».[49] Ma qui sta il punto! È proprio sicuro che Gesù non possa far altro
che riconoscere i meriti di alcuni dei suoi
uditori e promettere loro la ricompensa?
Ci pare invece molto giusto quanto dice A. Romeo: «È chiaro trattarsi (nei salmi e nella prima beatitudine) di povertà effettiva, quella che spaventa e scandalizza il mondano».[50] Inutile dunque tentare di attenuare il contrasto tra messaggio evangelico e giudizio del mondo. Gesù parla a dei poveri, cioè a gente che soffre, e che
soffre in ragione della sua povertà e
delle privazioni che questa povertà comporta; a gente disgraziata agli occhi
del mondo Egli annuncia la felicità in ciò
che concerne il Regno. Volendo
spiritualizzare sconsideratamente la povertà si toglie alla beatitudine
il suo mordente.
19. A questo punto qualcuno ci
potrebbe chiedere in cosa consiste allora la povertà in ispirito di Matteo e,
in un altro senso, la distinzione fra la
beatitudine evangelica e il classismo marxista (a parte la distinzione, per
così dire limite, affermata sopra, sulla base dei testi escatologici
dell’Apocalisse). La risposta dovrebbe già risultare da quanto si è detto
finora circa il rapporto fra il senso reale
e il senso religioso della definizione biblica del povero e della povertà:
tuttavia ne richiamiamo in sintesi, per maggiore chiarezza, gli elementi
fondamentali.
Perché si possa
parlare di povero in senso biblico (e perché quindi si possa applicare la
beatitudine evangelica) è sempre necessaria una situazione reale di privazione e di
frattura. Necessaria, ma non sufficiente. Tale situazione deve essere accettata,
o almeno non rifiutata
con ribellione (anche se accompagnata coi lamenti del «giusto» Giobbe);
accettata con una adesione almeno implicita e oggettiva, tale da consentire di
non rifiutare il Cristo e il suo mistero operante appunto nella situazione
crocifissa della povertà.
20. L’interpretazione della beatitudine
dei poveri riceve luce dal confronto con altri due privilegi tipicamente evangelici: quello dei
fanciulli e quello dei peccatori.
Dei fanciulli
Gesù dice «Lasciate che i fanciulli vengano a me; non li impedite, poiché di
quelli che sono come loro è il regno di Dio»
(Mc 10,14; cf. anche Mt 18, 1-5). Il privilegio dei fanciulli appare
ancora in un altro passo assai importante, l’inno di giubilo: «Io ti benedico,
Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai
sapienti e agli scaltri e le hai rivelate ai
piccoli (νηπίοις). Sì, Padre,
perché tale è stato il tuo beneplacito».[51]
L’oggetto della rivelazione non è determinato, ma i passi paralleli invitano a intenderlo in senso cristologico.[52] Ai piccoli è dato di riconoscere il vero carattere di
Gesù e di accogliere la parola evangelica, il che, al contrario, è rifiutato
ai sapienti e agli scaltri. S. Paolo ha sviluppato la medesima idea in 1 Cor
1,18-31. Ai piccoli (νήπιοι) si
annette la stessa nota di disistima che ai bambini (παιδία).
Quel che si vede in loro non sono le loro qualità, innocenza, semplicità, ecc., ma il
poco che sono: esseri trascurabili, senza istruzione, disprezzati dai dottori
della legge. Eppure il privilegio delle rivelazioni è per loro: non solo i
sapienti non le ricevono, ma i disegni di Dio sono positivamente nascosti a
loro.
Perché questa
preferenza per i più piccoli? Forse per la loro umiltà? Senza dubbio essi si
riconoscono piccoli e quantità trascurabile, mentre i sapienti si immaginano di
essere sapienti; ma non è questa coscienza ch’essi hanno della loro piccolezza
che Gesù indica come ragione delle rivelazioni: egli l’attribuisce unicamente
al beneplacito (εὑδοκία) del Padre. San Paolo insiste su questa medesima εὑδοκία divina (1 Cor 1,21). I più piccoli sono più favoriti perché
a Dio è piaciuto preferirli. Si tratta di una preferenza assolutamente gratuita
che Egli ha per loro. Non neghiamo che essi siano i più adatti a ricevere il
dono di Dio; nondimeno il dono resta un dono assolutamente libero da parte di
Dio. Non è ricompensa, ma liberalità pura, dipende unicamente dall’e ευδοκία divina. Nella
mentalità giudaica l’infanzia ha qualcosa in comune con la povertà: vi si
annette una nota di disistima e di disprezzo. Quando Gesù propone ai suoi
discepoli un bambino come modello non è perché essi imitino l’una o l’altra
virtù dell’infanzia, ma perché abbiano l’umiltà di non volersi considerare più
di quanto contano i bambini. La nozione di infanzia quale appare a noi non è
dunque idealizzata come può esserlo quella di povertà: si estende però in certo
modo a coloro che per la loro umiltà e dunque per una disposizione morale,
somigliano ai bambini.
Il privilegio dei bambini in quel che
concerne il Regno non è legato per nulla alle virtù dell’infanzia: non appare
come una ricompensa che i bambini abbiano meritato. La vera ragione di questo
privilegio si trova solo nel beneplacito divino. Dio si compiace di
accordare i suoi doni a coloro che gli uomini giudicano meno degni. La lezione che si sviluppa da
questo insegnamento non è direttamente morale, ma teologica: le preferenze
divine si portano verso gli esseri umanamente diseredati.
Il tema del privilegio dei peccatori indica un’altra direzione possibile: se vi sono dei privilegiati, dal punto di vista del Regno, è soprattutto perché la missione di Gesù li riguarda in modo più diretto. Se i traviati sono felici è perché Dio ha inviato il Figlio suo alle pecore smarrite; se i peccatori sono felici è perché Gesù ha per missione di portare loro il perdono e la salvezza. Questi traviati, questi peccatori, si trovano senza dubbio in disposizioni favorevoli per ricevere la salvezza, nel senso che prenderanno più facilmente coscienza della loro miseria e si apriranno alla misericordia divina. Ma queste disposizioni non basteranno a fare la loro felicità: bisogna che la salvezza sia loro portata. Se sono felici è perché è piaciuto a Dio di salvare gli uomini per pura misericordia, di salvare coloro che erano perduti.[53]
21. Dall’indagine su queste altre due
categorie di privilegiati possiamo concludere che, se esiste un insegnamento di
Gesù che mette fortemente l’accento sulle disposizioni interiori
richieste per essere ammessi
nel Regno, questo insegnamento non è
tuttavia quello della necessità di
opere meritorie, e l’ingresso nel Regno non è presentato come una
ricompensa.
Si tratta
piuttosto di un insegnamento sulla misericordia del tutto gratuita di
Dio, che si compiace di accordare la salvezza a coloro che, coscienti di esserne indegni,
la riceveranno come un dono della sua misericordia. Parallelo a questo
insegnamento, che inculca l’umiltà con la
quale bisogna accogliere il Regno, si trova quello circa la predilezione di Dio per i diseredati e la missione che Gesù
ha ricevuto dal Padre suo di salvare coloro che, secondo un giudizio
puramente umano, sembrerebbe che non dovessero contare:
i piccoli, i
peccatori; gente, certo, più accessibile all’umiltà che non i pretesi sapienti e giusti, ma
quest’aspetto morale cede di fronte ad un aspetto più teologico della dottrina
della salvezza: la gratuità assoluta dell’elezione divina.
Queste
considerazioni possono essere estese alla beatitudine dei poveri e illuminarla
ulteriormente.
È possibile che di fatto il privilegio dei poveri
ricompensi le loro
virtù: in ogni caso sarà vero per i poveri in ispirito. Ma è proprio il merito dei poveri che interessa principalmente
Gesù? Se ne può dubitare. L’insegnamento sul privilegio dei bambini
mette in evidenza un punto di vista più
teologico: le preferenze di Dio vanno
a coloro che umanamente sono svantaggiati; delle situazioni che gli
uomini considerano come le più disgraziate, Dio si compiace di fare le
situazioni privilegiate per il suo Regno.[54]
Analogamente,
come per i peccatori sembra che più che le
loro disposizioni interiori valga la
predilezione della divina misericordia, a maggior ragione nel caso dei poveri bisogna
mettere in evidenza non le
disposizioni morali (di cui il testo non dice nulla), ma il fatto che
Cristo è stato inviato a consolarli, perché Gesù ha per missione di portar loro
la felicità del Regno.
22. Ma allora, per i ricchi non c’è
salvezza? Alla domanda posta in questi termini non è possibile certo rispondere
se non riaffermando la volontà e la potenza salvifica universale di Cristo: certo anche per i ricchi ci può essere
salvezza.
Tuttavia è necessario fare due considerazioni. Innanzitutto
questa risposta, si badi bene,
risulta più da considerazioni generali circa la natura della salvezza
cristiana che da una rivelazione specifica di
Cristo circa la condizione dei ricchi. Tutte le volte che Gesù parla dei
ricchi sottolinea piuttosto la difficoltà in cui essi si trovano di salvarsi. E
questo sia quando propone esempi, come il ricco epulone — che, come è stato
notato, non pare debba la sua infelice sorte finale al fatto di essere stato un
cattivo ricco, denotazione che non risulta affatto dal testo — o come il ricco
incauto e stolto a cui viene tolta la vita
proprio quando si riteneva giunto al culmine del benessere e della felicità;
sia quando propone insegnamenti espliciti.
È sempre la stessa dottrina: per i ricchi la salvezza è assai difficile. Ai discepoli stupefatti del rigore di
questo insegnamento Gesù non risponde attenuandolo ma solo dicendo che «tutto è
possibile a Dio»: quindi la salvezza dei ricchi può considerarsi un miracolo.
In secondo luogo, e questo è il punto
che maggiormente ci interessa, anche se la
salvezza è possibile per i ricchi (in virtù della potenza miracolosa di
Dio) essi però non sono beneficiari del privilegio di cui parlano le
beatitudini. Essi sono esclusi dall’economia privilegiata assicurata da Gesù ai
poveri che non si ribellano alla loro condizione di povertà.
I ricchi potranno anch’essi beneficiare
di un’economia privilegiata di salvezza, ma soltanto in quanto entreranno, a
dispetto della loro ricchezza, in altre categorie che sono proclamate beate:
le categorie di coloro che piangono e soffrono o dì coloro che sono perseguitati per la giustizia... Perché, in definitiva, è sempre la conformità a Cristo povero, crocefisso, perseguitato, che salva. Ma voler fare rientrare anche il ricco, sia pure umile, sia pure pio, sia pure abbandonato in ispirito alla volontà di Dio — ma finché è ricco, cioè finché non è stato morso in concreto dalla privazione, dalla disgrazia, dalla sofferenza[55] — volerlo fare rientrare diciamo nell’economia
privilegiata delle beatitudini, vuole dire svuotare il senso proprio delle
beatitudini stesse, ridurre il contenuto teologico
a puro contenuto morale, confondere i termini delle scelte divine,
l’economia ordinaria della salvezza che privilegiatamene e normalmente passa attraverso le sofferenze e i
patimenti reali con una economia
straordinaria che solo in via eccezionale e in maniera miracolosa può salvare anche al di fuori di
queste prove effettive. Per i ricchi non c’è la possibilità di attingere
a questa più lauta mensa di grazia che è propriamente la benevolenza gratuita
di Dio per i piccoli e i diseredati; che è,
per esprimersi in termini più storicamente
concreti, il disegno provvidenziale del Padre che fa del Verbo incarnato
il Messia dei poveri.
Proprio su questo punto, che porta
avanti e specifica ulteriormente il senso di questa economia privilegiata,
predisposta dall’eternità nell’eterno
consiglio del Padre, desideriamo ora soffermarci.
23. Per cogliere la portata esatta delle beatitudini che ci
interessano non basta cogliere il senso esatto
delle parole che designano gli infelici ai quali sono rivolte, e nemmeno
precisare la natura della felicità loro promessa; importa soprattutto di vedere
il riferimento di queste parole agli oracoli messianici di Isaia. È appunto il
ricordo di questi oracoli che dà alle parole di Gesù la loro vera profondità
teologica.
L’evangelo stesso ci mette sulla
strada. Giovanni, in prigione manda a chiedere a Gesù se egli è colui che deve
venire (ό έρχόμενοσ)
cioè il Messia. Per tutta risposta Gesù dice agli inviati di andare a
riferire quel che hanno visto. «Andate a riferire a Giovanni ciò che ascoltate
ed udite: i ciechi vedono, gli zoppi camminano i lebbrosi sono mondati, i sordi
odono, i morti risuscitano. La buona novella è annunciata ai poveri; e beato
colui per il quale io non sarò occasione di scandalo» (Mt 11,4-6; cf. Le
7,22-23). I miracoli operati da Gesù sono la sua risposta alla domanda di Giovanni
Hanno un carattere messianico e si suppone che Giovanni non potrà ingannarsi.
Ai miracoli Gesù aggiunge: «La buona novella è annunciata ai poveri» (πτωχοί
εὐαγγελίζονται). Qui non è possibile nessun dubbio. Le espressioni così
caratteristiche sono prese da Isaia, nel passo messianico del c. 61 che secondo
Luca, 4,18-21, ha costituito il tema della predicazione di Gesù a Nazareth:
Lo spirito del Signore è su di me
perché egli mi ha consacrato con l’unzione; mi ha inviato a portare la buona
novella ai poveri, a guarire coloro che hanno il cuore spezzato, ad annunciare
ai prigionieri la liberazione e ai ciechi il ritorno alla vista, a proclamare
l’anno di grazia del Signore e il giorno della retribuzione, a
consolare tutti gli afflitti, a dare agli afflitti di Sion gloria, in luogo di cenere, un olio di gioia per
gli afflitti... (Is 61,1-3, LXX).
Non si può
dubitare che facendo annunciare a Giovanni: «La buona novella è portata ai
poveri» Gesù non abbia voluto evocare questo passo di Isaia. Gesù compiva
una tipica opera del Messia. Bastava che
Giovanni si rendesse conto del compimento della profezia per avere la risposta
alla sua domanda: Gesù era veramente colui che doveva venire.
È proprio il contesto delle profezie
messianiche di Isaia che dà alle beatitudini il loro significato. Gesù annuncia
ai poveri che il regno di Dio è per loro. Così, come dice a Giovanni Battista,
egli porta loro «la buona novella» di cui parla il passo di Isaia citato nella sua
predicazione di Nazareth.
Il medesimo passo di Isaia, 61,1-3,
spiega, dal punto di vista letterario, la beatitudine degli afflitti. In poche
righe il libro di Isaia usa fino a tre volte il participio πενθοΰντες e dà per missione al Messia di consolare questi
afflitti. I termini sono identici a quelli della seconda beatitudine.
Il parallelismo tra le beatitudini e
la risposta di Gesù alla domanda di Giovanni Battista invita a cercare nel
medesimo contesto delle profezie messianiche di Isaia la spiegazione della
beatitudine degli affamati; sembra che si trovi al capitolo 49:
Così parla il Signore:
Nel tempo favorevole io ti ho esaudito, nel giorno
della salvezza ti ho aiutato. Ho fatto di te l’alleanza delle
nazioni. Per risollevare il paese e farti erede dell’eredità devastata. Tu
dirai ai prigionieri: uscite, e a coloro che sono nelle tenebre: venite alla
luce. Su tutte le loro strade pascoleranno, in tutti i loro sentieri avranno il
loro pascolo. Non avranno più fame (ού πεινάσoυσιν) né sete, il vento bruciante e il
sole non li affliggeranno più... Dio
ha avuto pietà del suo popolo, ed ha consolato gli umili del suo popolo
(8-13, LXX).
Come il capitolo 61 anche il capitolo
49 è stato uno dei testi messianici fondamentali della chiesa primitiva.
Non è dunque temerario
ravvicinare i due passi, basandoci d’altronde sul procedimento che si è
rivelato indispensabile per dare un senso alla risposta di Gesù agli inviati di
Giovanni. Nell’un caso e nell’altro Gesù appare come colui che realizza queste
profezie in cui la missione caratteristica del Messia è di portare la felicità e la gioia
ai poveri, agli afflitti, agli affamati, agli infermi di ogni genere.
Il riferimento implicito, ma, a
nostro parere, indubbio di tutti questi testi profetici precisi alle
beatitudini permette di cogliere il fondo delle affermazioni di Gesù.
Annunciando ai poveri i beni che erano stati promessi loro per l’era
messianica, Gesù non li
presenta solo come un giusto compenso delle loro sofferenze presenti; e nemmeno
come una ricompensa della loro pietà fedele verso Dio o della loro fede in lui
e nella sua missione. Le beatitudini non prendono direttamente in
considerazione la situazione penosa dei poveri o le loro buone
disposizioni. Esse vedono nei poveri i beneficiari titolari della missione affidata al Messia, i felici
privilegiati dell’era messianica.
Sono proprio loro, i «poveri» e
«miti», da molto tempo e in un senso tutto particolare, i portatori della
promessa di salvezza, perché in essi si trova il vero popolo di Dio, e perché,
contrariamente a coloro che hanno fondato la loro speranza su questo mondo,
essi attendono la salvezza promessa da Dio al suo popolo come «la consolazione
di Israele» (Lc 2,35; cf. 6,24; 16,25; Mt 5,4). Come ben dice il Romeo, «le
beatitudini hanno un carattere messianico: Gesù promulga il ‘lieto messaggio’ della
venuta del regno di Dio (Mt 4,17) inteso come sovraterreno, elencando i membri
che di diritto ne fanno parte». I poveri sono membri di diritto del regno messianico in virtù
delle promesse divine del libro di Isaia. Le beatitudini ci appaiono così come
una forma particolare dell’affermazione messianica. Se i poveri sono beati è
perché Gesù attribuisce a se stesso la cura di adempiere il compito specifico e
caratteristico del Messia profetizzato da Isaia. Questo compito si definisce in
rapporto ai diseredati del mondo. Annunziando loro che questo compito sta per
realizzarsi, che già incomincia ad esserlo, Gesù si presenta come il Messia dei
poveri descritto dagli oracoli del grande profeta.
Giunti a
questo punto dell’esposizione, molte prospettive si aprono; ma appunto per la
loro profondità e ricchezza possiamo solo accennarne alcune (che speriamo
sviluppare più esaurientemente nello scritto già più volte annunciato).
L’esposizione fatta fin qui si è in
sostanza limitata alla definizione, quasi esclusivamente esegetica, di due dati
rivelati:
— la
condizione di privilegio, nei confronti della salvezza, dei poveri (nel senso
pieno di poveri a un tempo in fatto e in ispirito) cioè di coloro che sono in una
situazione reale di povertà accolta o almeno non respinta con ribellione;
— e il
fondamento propriamente teologico, non solo etico, di questo privilegio,
connesso intimamente con la natura stessa della messianicità di Cristo,
espressione del gratuito disegno provvidenziale di Dio.
Abbiamo così stabilito il dato: si
dovrebbe aprire ora il discorso più teologico, in molteplici direzioni.
Anzitutto
circa la natura di questo privilegio e il suo rapporto inscindibile con la
persona di Cristo e il suo mistero; e quindi, e qui è il più, sulla natura
stessa del mistero di Cristo, non solo Messia dei poveri ma Messia povero, e
Messia dei poveri in quanto Messia povero; circa la preesistenza di questo
disegno in tutta la storia della salvezza: nella predilezione con cui Dio si è
rivelato non solo ai poveri, ma nei poveri, portatori anche prima di Cristo, ma
già nel Cristo, di un mistero di salvezza (il popolo di Israele scelto perché povero e schiavo; le sterili
divenute madri dei figli della promessa; il «servo di Jahvé» nella sua duplice
accezione di Messia e di popolo, ecc.).
E ancora si
dovrebbe indagare circa le estensioni ecclesiologi-che di queste due caratteristiche di Gesù, Messia dei poveri e Messia povero: cioè la chiesa in quanto depositaria
della missione messianica di Gesù, la chiesa prolungamento del mistero
della kenosi del Verbo, non può non essere anzitutto e privilegiatamente, nel
senso ormai chiaro, la chiesa dei poveri, in due modi: cioè come chiesa prima
di tutto dei poveri, destinata ai poveri, mandata per la salvezza dei poveri; e
d’altra parte come chiesa povera che, come
il Cristo, non può salvare se non quello che assume, cioè non può
salvare prima di tutto i poveri, se non assume la povertà.
Ma tutto questo amo lasciarlo alla vostra, meglio, alla nostra meditazione!47
[1] Conferenza tenuta a Jounieh il 12 apr. 1964.
Fonti:
A FD 1/53 datt.ff.42 con correzioni a mano di Ds e F. Magistretti. È un testo che precede gli altri cronologicamente, ma che probabilmente venne accantonato in vista della pastorale del 50° di sacerdozio in realtà mai arrivata a compimento.
B FD 1/54 datt.ff.13 con numerazione romana: redazione alternativa, e probabilmente precedente, della III parte di C con correzioni a mano non attribuibili.
C FD 1/55 datt.ff.33 con una titolazione manoscritta di Ds a p. 21.
D FL disc. 2 datt.ff.24 in lingua francese con sottolineature e poche correzioni e aggiunte ms di Le. Il testo senza queste varianti ms è stato edito in un opuscolo delle Editions «La sagesse», Archeveché Maronite de Beyrouth, 1964 di cui occupa le pp. 35-50.
Questo discorso è stato pronunciato il 12 aprile 1964 presso il collegio degli Apostoli a Jounieh (Beyrouth) durante un breve soggiorno in Libano dove Lercaro era stato invitato dal Patriarca dei Maroniti Paul Pierre Meouchi (cf. Lettere, 105 e 222). Di fronte a un pubblico di cinquemila persone venne presentato dall’arcivescovo greco cattolico melchita di Beyrouth Philippe Nabaa (cf. BAB 54 [1964], 246). Il testo è stato successivamente ristampato, con qualche differenza letteraria, come introduzione al volume Eglise et pauvreté, Paris 1965, poi tradotto in italiano (Chiesa et povertà, Roma 1968). Tale volume comprende scritti di G. Cottier, J.C. Baumont, A. Chouraqui, A. Hayen, P.R. Régamey, Y. Congar, P.A. Lié-gé, M.D. Chenu, B. Lecomte, J. Frayssinet, R. Voillaume, J. Loew e A.M. Henry. Oltre la prefazione di Lercaro vi è quella del patriarca Maximos IV. Il libro fu oggetto di un violento attacco da parte di un non meglio identificato Hilarius (Chiesa dei poveri o Chiesa di tutti, Torino 1970), che iniziava il proprio scritto affermando: «il patriarca Maximos IV già quattro anni or sono riconosceva: ‘Il tema della Chiesa dei poveri sembra aver dato luogo ad uno sfruttamento abusivo’. Abuso e confusione: humus e prodotto della ‘nuova teologia’. A tale genere letterario appartiene il libro Chiesa e povertà. Ciò non toglie che Chiesa e povertà abbia ben due prefazioni, dovute a due cardinali di santa romana chiesa, come almeno in passato si soleva dire: Maximos IV, ora defunto, e Giacomo Lercaro, purtroppo tuttora inquieto... Che un volume di più di 300 pagine, cui hanno collaborato ben tredici esponenti della teologia progressista, sia dedicato alla chiesa dei poveri, dimostra come questo tema stia al primo posto tra la serie delle spiritose invenzioni e degli slogan messi in circolazione dai ‘nuovi teologi’.» (pp. 9-10). La redazione qui pubblicata parte da C con tutte le aggiunte e le varianti di D. A e B sono largamente usati per le note contrassegnate con asterisco.
[2]* Per esempio: problemi esegetici dell’antico e del nuovo testamento, specialmente dei vangeli sinottici, e in particolare, delle beatitudini e della prima beatitudine nelle due formulazioni di Matteo e di Luca. Così pure: problemi esegetici e storici relativi all’esperienza cristiana della prima comunità apostolica di Gerusalemme. Ancora: problemi di comparazione con i testi già noti e con quelli più recentemente scoperti del giudaismo palestinese immediatamente precedente o contemporaneo a Gesù. Infine: problemi degli sviluppi dottrinali e pratici dell’ascetismo cristiano (specialmente del monachesimo, ma non soltanto dì quello) nei primi cinque secoli, ecc. (A f21)-
[3]* Voltaire, Défense du Mondain, in Epitres, Satires, ecc., Garnier, p. 260. (A flO’).
[4]* Lettera a Elie Bertrand del 27 dicembre 1757 (A f121).
[5]* Se si volesse riconoscere una rottura del limite del pensiero illuminista, in Rousseau (in quanto egli porta a compimento estremo l’illuminismo) e quindi, praticamente, nel giacobinismo, si potrebbe sempre osservare con Del Noce, La potenza ideologica del marxismo, relazione al III convegno di S. Pellegrino, 1963, 3, testo ciclostilato: «In Marx confluiscono la pienezza dell’hegelismo e la pienezza dell’illuminismo e perciò è inutile opporsi al marxismo in nome dell’hegelismo o dell’illuminismo più o meno rinnovati, o delle forme pratiche che a essi si richiamano». (A fl22) [Il testo in questione è edito in Partiti e Democrazia, Roma 1964].
[6]* Manifesto del Partito comunista, Roma 1947, 40: «L’operaio diventa il povero e il pauperismo si sviluppa ancor più rapidamente della popolazione e della ricchezza». Cf. K. Marx, L’ideologìa tedesca, 204: «Il pauperismo è la situazione del proletariato rovinato, è l’ultimo gradino cui giunge il proletario... povero è solo il proletario privato di ogni energia» (A fl32).
[7]* Manifesto, 49: «Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro ciò che non hanno» (A f133).
[8] R. Dahrendorf, Classi e conflitto di classi nella società industriale, Bari 1963, 65. (A fl5’).
[9] K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Torino 1968, 115-117.
[10] Si tratta della pastorale sulla povertà che L. pensava di pubblicare in occasione del 50° del suo sacerdozio di cui è una bozza il dattiloscritto A.
[11] K. Marx, Manoscritti economico-filosofici, 111.
[12]* A questo riguardo è sensibile un’accentuazione sempre più forte di questa impostazione nella successione delle così dette encicliche sociali: da un discorso che è ancora fortemente religioso nella Rerum Novarum, ad uno che lo è molto meno nella Quadragesimo Anno, ad uno che, in certo senso, è fortemente laicizzato nella Mater et Magistra, nella quale un’ampia trattazione ad indirizzo esclusivamente sociologico si.chiude con un brevissimo cenno, non più alla povertà evangelica, ma al dovere caritativo dei ricchi: «Ci piace qui ricordare come nel vangelo il diritto alla proprietà privata dei beni è ritenuto legittimo. Però nello stesso tempo il Maestro divino rivolge spesso ai ricchi pressanti inviti, perché convertano i loro beni materiali, dispensandoli ai bisognosi in beni spirituali: beni che il ladro non ruba, né la tignola o la ruggine rodono e che si ritroveranno aumentati nei granai eterni del Padre celeste (Mt 6, 19-20). E il Signore riterrà fatta o negata a se stesso la carità fatta o negata agli indigenti (Mt 25, 40)». Né si qualifica maggiormente la breve notazione ascetica che si ritrova nell’ultima parte dell’enciclica a proposito del compito apostolico dei fedeli: «Sul piano naturale è saggezza feconda di bene la morigeratezza e la temperanza degli appetiti inferiori; sul piano sovrannaturale il vangelo, la chiesa e tutta la tradizione ascetica esigono il senso della mortificazione e della penitenza, che assicura il dominio dello spirito sulla carne ed offre un. mezzo efficace a scontare la pena dovuta al peccato da cui nessuno _ è immune». (A ff 23-25’).
[13]* Ci ricolleghiamo qui ad alcune osservazioni fondamentali di K. Rahner in vari suoi scritti sulla cristologia corrente: su di esse dovremo tornare più avanti. (A f251)-
[14] * Così J. Schmid, L’Evangelo secondo Matteo, Brescia 1957, 194-200, in tutta l’ampia nota sul problema teologico del discorso della montagna. (A f252).
[15]* Le 16, 13: «Nessuno può servire a due padroni; perché egli odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si attaccherà all’uno e disprezzerà l’altro. Voi non potete servire a Dio e a Mammona»; cf. Mt 6, 24. Dovremo ritornare espressamente su questo. Per ora è sufficiente notare come i commentatori più recenti insistano sempre più sulla antiteticità dei due rapporti come rapporti di assoggettamento totale a due signorie personalizzate e assolutamente esclusive l’una dell’altra. Cf. P. Bonnard, L’Evangìle selon s. Matthieu, Neuchàtel 1963, 92-93. (A f26’).
[16]* Cf. E. Roche, Pauvreté dans l’Abondance, Casterman, 1963, passim e specialmente pp. 21-22. Riconosciamo che molte osservazioni particolari e alcuni suggerimenti pratici di questo autore sono fondati e opportuni, in relazione alla profonda trasformazione economica e sociale già in atto in alcuni paesi industriali: per esempio quando parla di un superamento dell’elemosina (pp. 16-18), quando osserva che in certe forme di povertà religiosa vi è il rischio di giocare alla povertà, o quando insiste perché ai cristiani del nostro tempo siano suggeriti modi attuali e autentici di vivere la povertà, specialmente in relazione al dovere e alla fatica del lavoro che oggi esige spesso duri sforzi e grande tensione di spirito (pp. 23-25). Ma non possiamo più trovarci d’accordo quando per esempio afferma (pp. 21-22): «Il faut disposer des biens matériels pour les mettre à la disposition des autres; en accueillant ou en recueillant des richesses qui seront utilisées pour les pauvres, on participe encore à la première béatitude... S’attacher à certaines modalités du passe ou s’arrèter au miséreux, semble laisser de coté la pratique de la pauvreté dans le travail grandiose de la con-struction d’un monde nouveau et de l’accès de l’humanité à un stade, au moins économiquement, supérieur. D’autre parte negliger les améliorations actuelles, vivre en des conditions anachroniques, sous pretexte de pauvreté, serait se condamner à entraver le progrès matériel humain, au lieu de Paccélérer». (A f27’).
[17] Schmid, L’evangelo..., 198-199.
[18] Non è facile identificare a chi si rivolga l’accenno in questione. Può essere tuttavia utile indicare tra l’abbondante letteratura dell’epoca su Teilhard de Chardin i seguenti titoli: C. Cuénot, Pierre Teilhard de Chardin. Les grandes étapes de son evolutìon, Paris 1958; O.A. Rabut, Dialogue avec Teilhard de Chardin, Paris 1958; G. Crespy, La pensée théologique de Teilhard de Chardin, Paris 1961; H. De Lubac, La pensée religieuse du pére Teilhard de Chardin, Paris 1962; P. Smulders, La vision de Teilhard de Chardin. Essai de réflexion théologique, Paris 1963. Per una rassegna completa della bibliografia di quel periodo: L. Polgàr, Internationale Teilhard-Bibliographie 1955-1965, München 1965.
[19]* Citiamo ancora un volta il Del Noce, La potenza ideologica..., 10-11: «I caratteri essenziali (della società opulenta) sono questi: abolizione della miseria e con ciò della possibilità dell’avvento del comunismo per via rivoluzionaria; ma coincidenza di questa abolizione con l’estensione massima dell’alienazione, intendendosi per alienazione la disumanizzazione reciproca del rapporto di alterità; da ognuno dei soggetti l’altro è sentito come alienus, estraneo, separato, cioè come non unificato nella devozione a un comune valore, e perciò come obiectum, sia poi questo «posto avanti» valutato come strumentale o come ostacolo; perciò a rigore si dovrebbe dire che la società non è più tale, perché la molteplicità non è unificata». (À f28’).
[20]* Roche, Pauvreté..., 24: «Dans un univers limite, celui qui se contente d’une auto, au lieu d’en prendre trois, pèrmet à d’autres l’acquisition des deux autos laissées sur le marche... Mais quand le nombre des autos est illimité il n’y a aucun motif de ne pas en acheter trois... Jusqu’à présent la pratique de la pauvreté comportait un aspect indispensable de privation qui tend de plus en plus à disparaitre». (A f282).
[21]* Il p. Roche, Pauvreté..., 35 e s. elenca cinque condizioni la cui somma consentirebbe di vivere la povertà nell’epoca del benessere, sempre secondo lo spirito della prima beatitudine: a) guadagnarsi la vita col proprio lavoro e non essere a carico di qualcuno; b) non accettare denaro di dubbia provenienza; e) pagare tutti i propri debiti; d) accettare le istituzioni, nazionali e internazionali, che favoriscono la ridistribuzione delle risorse o che garantiscono la sicurezza ai meno favoriti; e) finalmente soddisfare l’obbligo di equità verso la società che ci ha consentito l’arricchimento, facendo dei doni gratuiti per scopi di utilità pubblica. È la «povertà dei Rockfeller» (espressamente citati dall’autore): che non conosce nessun limite se non quello della pura giustizia (e anche questa intesa in senso piuttosto individualista). (A f29’).
[22]* A. Gelin, Il povero nella Sacra Scrittura, Milano 1956, 149. (A f311).
[23]* Gelin, Il povero..., 142. Anche lo Schmid (L’Evangelo secondo Marco, Brescia 1957, 255-256) che pure dà un’interpretazione più realista della dottrina di Gesù sulla povertà, insiste giustamente sull’esclusione di ogni dualismo metafisico o sociologico nell’Evangelo: «L’atteggiamento di Gesù nei riguardi della ricchezza ha fondamento puramente religioso, e non economico o sociale. Sebbene egli non possedesse nulla (Lc 2, 7; Mt 8, 20) e vivesse solo di quanto l’ospitalità e la bontà dei suoi amici e seguaci gli dava e sebbene egli incitasse i suoi discepoli ad una condotta analoga (Mc 6, 8 e Mt 10, 9) pure non s’atteggiava ad oppositore sociale della classe dei ricchi. Egli non si è neppure astenuto dall’accettare l’ospitalità di persone ricche, le donne di Galilea di cui egli accettò l’appoggio (Lc 8, 2 ss), i benestanti fratelli di Betania che gli erano amici (Lc 10, 38 ss e Mc 14, 3-9), i due ragguardevoli e ricchi consiglieri, Nicodemo (Gv 19, 39), Giuseppe di Arimatea (Mc 15, 43) e anche il ricco capo dei pubblicani Zaccheo, che aveva promesso di sacrificare solo la metà dei suoi beni (Lc 19, 1-10) non sono esclusi dal regno di Dio. La ‘pietà dei poveri’ quasi ‘religione della povertà assunta e programmata dagli ebioniti, cristiani di provenienza giudaica, per i quali povero equivaleva a pio e ricco ad ateo non corrisponde alla dottrina di Gesù... Il suo pratico comportamento nei riguardi di persone benestanti dimostra inoltre che i suoi severi giudizi sulla ricchezza non sono originati da una concezione dualistica del mondo, che rifiuti i beni terreni come cattivi in se stessi». (A f312).
[24]* Gelin, Il povero..., 145. (A f313).
[25]* Cf. per tutto questo Roche, Pauvrété..., passim e specialmente 26 ss. e 95 ss. e autori ivi citati. (A f321).
[26]* Cf. in particolare per questa radicalizzazione J. Van Der Ploeg, Les pauvres d’Israel et leur piété, in «Oudtestamentische Studien» 7 (1950), 264 ss. sulle cui affermazioni dovremo ritornare più avanti. (A f322).
[27] 27 Nonostante che per tanti aspetti il libro già più volte citato dello Gelin contenga vedute profonde e luminose sulla povertà nella Bibbia, tuttavia alla fine — se non sempre, quasi sempre — sembra ridurre la povertà a un mezzo ascetico: cf. la conclusione di p. 150 dopo le parole citate poco sopra nel testo: «Quest’apertura a Dio è ciò che chiamiamo povertà spirituale. Che la povertà reale sia una via privilegiata che conduce alla povertà di spirito, un humus in cui quest’ultima prospera più facilmente; che valga la pena di accettarla e, al bisogno, di ricercarla, come si fa in montagna per una scalata difficile: tutto ciò è provato e ripetuto dal vangelo». Certo, ma non soltanto né principalmente questo: su questo sol- ‘ tanto, potrebbe convenire ariette Io stoicismo. (A f331).
[28]* Fuori di Cristo, per qualunque uomo, per qualunque classe — poveri e ricchi, liberi e schiavi, proletari e borghesi — non vi è altro che una comune schiavitù e una identica alienazione, quella della soggezione all’«eone di questo mondo» (Ef 2, 2) cioè allo spirito di questo mondo non ancora redento che sta sotto la signoria di satana, il principe, il «dio di questo mondo» (2 Cor 4, 4): e quindi per tutti una medesima perdizione e una medesima condanna escatologica. (A f35).
[29] Essi sono tanto più significativi perché appunto questo libro, fra tutti quelli del nuovo testamento, è quello che di proposito considera ogni realtà meno nel tempo intermedio della chiesa, e più «dal punto omega» cioè dal momento finale consumativo della storia nella manifestazione dell’assoluto in Cristo. Così è anche per la condizione dei poveri nel regno di Dio. Non che l’Apocalisse ignori o si estranei a tutto il resto della rivelazione neotestamentaria sulla ricchezza e povertà durante il tempo della milizia cristiana su questa terra. Anzi troviamo nella prima parte del libro — cioè nelle lettere alle sette chiese, e precisamente nel messaggio alla chiesa di Smirne (Ap 29) e in quello alla chiesa di Laodicea (Ap 3, 17-18) — due espressioni correlative che qualche esegeta non infondatamente accosta al parallelismo lucano tra beatitudine dei poveri e maledizione dei ricchi: cf. J. Dupont, LesBea-titudes, Louvain 1954, 188. Ma più esplicitamente che gli altri scritti apostolici, l’Apocalisse ci dice come gli ultimi tempi troveranno schierate le diverse classi sociali: le troveranno tutte, senza nessuna eccezione, coinvolte nella suprema dialettica tra il regno di Dio e il regno di Satana (Mt 12, 26), tra la libertà di Cristo e la servitù dell’anticristo, tra il gaudio nuziale della Gerusalemme celeste e l’annientamento tragico della grande meretrice, la Babilonia terrestre. In particolare l’Apocalisse ci dice che non vi è una classe di poveri, di piccoli, di schiavi canonizzati in anticipo e preservata a priori dal marchio del male, e dalla permanente possibilità dei suoi inganni e della sua finale sanzione. Nessuna classe sociale — neppure quella degli oppressi e degli esclusi dalle ricchezze e dai domini terreni — si può identificare con il popolo di Dio al punto omega. (A ff 36-37).
[30] * Cf. Is 13, 10-11 e il commento di J. Steinmann in Isaie, Paris 21957 (La Sainte Bible... de l’Ecole biblique de Jérusalem), 70. (A f40’).
[31] Cf. ancora Is 2, 8-21 che presenta particolari affinità con il nostro testo dell’Apocalisse. (A f402).
[32] * Cf. 1 Gv 5, 19 e su questo testo il commento di P. De Ambroggi, Le epistole cattoliche, Torino 21949, 275. Si veda anche il commento a 2 Pt 3, 10-13 (ivi, 193-195). Si confrontino pure i commenti a Rm 8, 19-21 [V. Iacono, Le epistole di s. Paolo ai Romani, ai Corinti e ai Galati, Torino 1952, 169]. (A f403).
[33] * Significativo è che ciò che Giovanni qui riprende dalla tradizione profetica è appunto inteso a sottolineare l’universalità cosmica e umana del giudizio. Già Isaia (24, 2) specialmente aveva insistito sulla trascendenza del giudizio di condanna rispetto ad ogni classe sociale. Sottolinea questa trascendenza A. Penna, Commento a Isaia, Torino 1958, 222. Cf. anche Os 4, 9. (A f40).
[34] * Questo viene a confermare il carattere cosmico senza eccezioni o distinzioni della punizione. Come di fronte al giudice tutte le potenze cosmiche si annientano perché intaccate dal peccato degli uomini che se ne sono fatti degli idoli, così tutta la storia umana è coinvolta. Perciò noi intendiamo la crisi cosmica della parusia non soltanto in senso metaforico come tenderebbe a fare J. Bonsirven, L’apocalisse di s. Giovanni, Roma 1958, 156-157 e M.E. Boismard, L’Apocalypse, Paris 1959 (La Sainte Bible... de l’Ecole biblìque de Jerusalem), oltre ai commentatori di Amos e Gioele nella stessa collana biblica. Invece in senso realistico, e con argomento fondato Schmid, L’Evangelo secondo Marco, 315-316. (A f41 e n. 3).
[35] * Sulla portata di quel «rimane»: A. Wikenhauser, L’evangelo secondo Giovanni,’Brescia 1959, 140. (A f42’)
[36] * A. Gelin, Les idées maìtresses de l’Ancien Testament (Lectio divina 2), Paris 1949, 72.
[37] * La maggior parte dei commentatori, secondo noi, ha il torto di fermarsi al significato generale dei termini, interessante in se stesso, senza spingersi più a fondo. Cosi si interdicono di cogliere il fondo delle beatitudini e di prendere coscienza della loro vera portata cristolo-gica. (B fII).
[38] * Due testi, fra cento altri: «Questo povero Cani) grida, Jahvé ascolta e da tutte le sue ango-scie lo salva; l’angelo di Jahvé si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva» (Sai 34, 7-8); «Jahvé, chi è come te per liberare un povero (‘ani) da colui che è più forte di lui, un povero Cani) e un misero dal suo spogliatore?» (Sai 35, 10). (B fll).
[39] * Sal 25, 9; 34, 2; 37, 11; 76, 9; 147, 6; 149, 4. (B flI-III).
[40] * Poveri e deboli sono così vicini gli uni agli altri che gli scrittori biblici ed ancor più i loro traduttori greci e latini, fanno fatica a distinguerli. I nomi che li distinguono vengono ordinariamente dalla medesima radice. Ci si è chiesti persino, sembra a torto, se non fossero due forme d’una medesima parola. (B f III).
[41] * Il povero grida verso Dio, da cui principalmente attende il soccorso e la salute. Il mite si tiene piuttosto soggetto a Dio dal quale dipendono, egli lo sa, tutti i destini. Ora Gesù vuole che i suoi discepoli siano appunto dei miti, quando prescrive loro di non resistere al malvagio (Mt 5, 39). (B f III).
[42] * La giustizia dei poveri ha un carattere relativo. Essi appaiono giusti nel conflitto che li oppone ai loro ingiusti oppressori. Il salmo 37, che ispira la beatitudine dei miti, sviluppa lungamente l’antitesi tra gli umili e gli empi: «Ancora un poco e l’empio non sarà più, cerchi il posto di lui e non lo trovi; ma gli anawim possederanno la terra, rallegrati da una pace immensa, gli empi snudano la spada e drizzano l’arco per abbattere Vani e il miserabile...» (v. 10-11 e 14). (B fIII).
[43] * Ci furono in Israele anche prima dell’esilio degli uomini chiamati ‘anàwtm la cui virtù principale fu la ‘anSwàh: se ne trova tra i poveri (dallìm, ebjonìm), fra la gente di modesta condizione (classe media) ed anche fra i ricchi (Pr 22, 4)... Niente prova che gli ‘anàwim fossero esclusivamente dei poveri o che la povertà predisponesse alla ‘anawàh. (B f IV).
[44] * Furono infatti i diversi aspetti di una povertà effettiva i primi ad essere indicati dai termini diversi che in ebraico designano il povero; si può anche presumere che fino alla fine dell’evoluzione semantica il termine resterà contrassegnato dalle sue origini sociali. (B f V).
[45] * La classe dei poveri è spesso quella in cui si reclutano i clienti di Dio; come spesso in semantica, non c’è sostituzione, ma sovrapposizione e assunzione. Tuttavia i due sensi non si ricoprono esattamente. (B f V).
[46] Gli agganci sociali della parola non le impediscono di. prendere un valore molto spiritualizzato, ma questo valore non può mai fare completa astrazione dalle condizioni materiali nelle quali i poveri in realtà vivono la loro vita. (B f V).
[47] * A. Causse, Les pauvres d’Israel, Strasbourg-Paris 1922, 97-103.
[48] * Niente permette di supporre che la parola abbia mai ricoperto interamente l’uno di questi due significati ad esclusione dell’altro. (B f VI).
[49] À. Gelin, Les Pauvres de Yahvé, in «Cahiers Sioniens» 5 (1951), 3.
[50] A. Romeo, Beatitudini, in Enciclopedia Cattolica, Roma 1949, II, 1102
[51] Pericope ugualmente composita, in Luca consta di due logia (10, 21 e 22) e in Matteo di tre logia distinti (11, 25-26. 27. 28-30). Il primo solo ci interessa direttamente. I critici più esigenti si accordano nel riconoscergli un carattere assolutamente primitivo: vi si sente lo sfondo aramaico. La parola di Gesù è riferita in termini identici dai due evangelisti. (B f VIII).
[52] * Così il Padre ha rivelato a Pietro che Gesù è il Cristo, Figlio di Dio (Mt 16, 16-17). Così ancora i nepioi acclamano Gesù come il figlio di David, verificando la parola del salmo: «Dalla bocca dei piccoli e dei lattanti ti sei preparata una lode» (Sai 8, 3 LXX; Mt 21,15). (B f IX).
[53] 53 Oltre le due categorie privilegiate dei bambini e dei peccatori, dovremmo qui logicamente considerarne una terza: quella dei ciechi, degli zoppi, degli storpi e in genere di tutti gli infermi. Anch’essi sono felici e privilegiati dal punto di vista del Regno. Ma il loro privilegio è così strettamente legato a quello dei poveri che preferiamo studiarli insieme. Per gli uni e per gli altri la venuta di Gesù segna l’inizio dell’era di felicità che era stata loro promessa per i tempi messianici. Se sono felici non è dunque direttamente in ragione delle loro disposizioni morali di fronte alla salvezza cristiana ma in ragione della concessione stessa dì questa salvezza che a loro specialmente è destinata. Vi torneremo dopo aver cercato di. definire la natura del privilegio dei poveri (B f XII-XIII).
[54] * Dunque il privilegio dei poveri non consacra necessariamente la loro pietà o i loro meriti. Può anche consacrare semplicemente la misericordia e la condiscendenza di Dio verso tutti coloro che sono piccoli, deboli, miserabili. Il caso parallelo del privilegio dei bambini ci invita ad annettere un’importanza tutta particolare a questo punto di vista più teologico (B f XI).
[55] 55 Cf. Gb 1, 11 e 2, 5: la sfida di Satana a Dio, rispetto alla santità di Giobbe: «Ma stendi un po’ la mano, a toccare la sua roba, e vedrai se ti benedice sul viso».