Corrispondenza

 del gruppo:

LA TENDA

 

Anno IX         n. 5                 mensile giugno 1977

LETTERA n.  85

 

 

 

 

DUE ARTICOLI DI STAMPA SU PIER PAOLO PASOLINI.

 

- Alberto Moravia: Pasolini o il mito della cultura contadina.

- Franco Ferrarotti: Pasolini scivolava verso il moralismo.

 

 

 

Nel novembre ’76 il primo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini è stato ricordato da più parti.

Ci è sembrato di poter scegliere tra tanti i due scritti pubblicati dal Corriere della Sera rispettivamente il 14/XI ed il 29/XII. La loro lettura vi farà pensare che è un bel modo il nostro di celebrare una memoria, divulgando proprio due contributi sostanzialmente negativi sulla figura di Pasolini. È che abbiamo voluto dare conto di due persone, più che di due scritti, che a distanza di un anno e più mostrano di avere con l’estinto un conto ancora da regolare. Non è un caso che Moravia si senta in dovere di rispondere specificamente al breve articolo di Pasolini “a che serve capire i figli” nel quale quest’ultimo lo aveva esplicitamente chiamato in causa. E così, non è un caso che Ferrarotti, con una lunga digressione letteraria sul concetto metafora, tenti di squalificare in radice il concetto di “uomini di palazzo” che Pasolini enunciava proprio nello stesso articolo e che evidentemente lo aveva colpito.

I due uomini di cultura non si applicano dunque ad una celebrazione di maniera, ad una laude in memoriam, e di tanto siamo loro grati. Neppure compiono tra di loro un distaccato dialogo letterario su un terzo letterato (il Corriere della Sera vorrebbe accreditare tale visione accademica che dà lustro al giornale, ed enuncia nel sopratitolo: “Ferrarotti risponde a Moravia”; ma non è vero: tutti e due rispondono al terzo). È invece proprio il difendersi, il contrattaccare di due che sono stati colpiti da un altro. Il quale altro si mostra appunto per questo ancora vivo. Davvero i due scritti che riportiamo fanno la migliore ri-evocazione anniversaria di Pasolini, davvero sentendo il bisogno di affrontarlo ancora, di piegarlo, Moravia e Ferrarotti ce lo fanno sentire ancora parlante.

A suo tempo noi localizzammo (e non solo noi) nel citato articolo di Pasolini un momento emblematico, finale, del suo itinerario interiore di protagonista e testimone del mondo romano. A suo tempo affidammo proprio a quell’articolo il ricordo di Pasolini sulle nostre pagine (la Tenda, 77 pag. 13). Per quanto il ricordo di quello scritto possa essere ancora vivo, ne raccomandiamo una rilettura prima che ci si dedichi ai due scritti che seguono.

 

Pasolini o il mito della cultura contadina.

 

“In questi giorni leggendo le notizie dalla Cina, ho pensato spesso a Pier Paolo Pasolini e a quello che avrebbe detto del nuovo corso che pare debba seguire alla morte di Mao Tse-tung. Sembra chiaro che la defenestrazione del cosiddetto gruppo di Sciangaj potrebbe portare in un futuro prossimo all’accantonamento dell’ideale umanistico di un armonioso sviluppo della campagna e della città ed al ritorno ad un produttivismo competitivo di tipo staliniano con tutto ciò di autoritario, di burocratico e di antidemocratico che comporta una simile soluzione del problema della industrializzazione in un Paese di masse contadine come la Cina.

Lo so benissimo cosa avrebbe detto Pasolini della fine del sogno maoista. Avrebbe detto che se lo aspettava, che non aveva mai veramente creduto al salvataggio della cultura contadina, che anche la diga maoista non poteva resistere alle ondate successive della rivoluzione industriale, del consumismo, dell’edonismo di massa. Ormai era chiaro che il mondo intero si sarebbe imborghesito. Il comunismo stava facendo oggi in Oriente ciò che il capitalismo aveva già fatto un secolo fa in Occidente.

Ho spesso discusso con Pasolini su queste sue idee; ne ho discusso anche in pubblico, in qualche cortese polemica giornalistica. Debbo dire che se Pasolini fosse stato uno dei soliti intellettuali intelligenti, informati e brillanti non mi sarei sentito portato a discutere con lui. L’avrei ascoltato e avrei pensato che le cose che diceva erano secondo i casi giuste o ingiuste e poi non ci avrei pensato più. Ma con Pasolini, invece, mi veniva fatto subito di discutere; e forse di discutere più che le idee, l’origine delle idee cioè la loro legittimità in quanto idee.

Perché questo? Ci ho pensato più volte e alla fine sono venuto alla conclusione che le idee di Pasolini erano in realtà razionalizzazioni inconsce di sentimenti alle cui origini non c’era nulla di razionale. Voglio dire con questo che le idee di Pasolini sull’imborghesimento universale e sulla svolta antropologica del consumismo non derivavano da un’osservazione oggettiva della realtà sociale; ma erano l’espressione di un mito con il quale lui con gli anni aveva finito per identificarsi: il mito dell’età dell’oro della cultura contadina.

Questo mito non era nuovo in Europa: esso accompagna dovunque la rivoluzione industriale al suo primo apparire, anzi ne costituisce l’altra faccia, come è il caso per esempio del movimento artistico che va sotto il nome di preraffaellismo in Inghilterra; ma era ancora sconosciuto in Italia per la buona ragione che fino a quindici, vent’anni orsono, non si poteva parlare di rivoluzione industriale nel nostro Paese. Pasolini, insomma, aveva fatto ancora a tempo a conoscere un’Italia ancora in gran parte agraria, con fenomeni di industrializzazione limitati e bonari.

C’era ancora una cultura contadina negli anni del fascismo cioè negli anni formativi di Pasolini? Io direi di no, la cultura contadina come cultura creativa ed espressiva era scomparsa con l’Unità o, forse, anche prima, con la rivoluzione francese e le guerre napoleoniche. Negli anni del fascismo, della cultura contadina non restava più che un riflesso diciamo così esistenziale nel comportamento individuale e privato.

La società contadina non esisteva più; ma gli individui continuavano a comportarsi come se ci fosse ancora, coi suoi riti e i suoi tabù, la sua scala di valori e la sua religiosità. Questo ultimo, moribondo riflesso era, però, proprio quello che ci voleva per creare un mito poetico e letterario con quello dell’età dell’oro della cultura contadina. Le società ancora vive e funzionali, sia pure contadine, hanno sempre una razionalità nemica dei miti. Ma l’agonia anarchica ed individualistica di qualsiasi società è favorevole ai miraggi mitici. Nella letteratura italiana il mito della cultura contadina si era già affacciato con Pascoli, un poeta che presenta alcune affinità con Pasolini. Ma i tempi non erano ancora maturi. Poi negli anni Cinquanta e Sessanta, improvvisamente, tutto concorre a ispirare e confermare Pasolini nella sua personalissima versione del moto dell’età dell’oro.

Ciò che ha fatto precipitare questa sua razionalizzazione è stato da una parte la scoperta delle borgate romane dove negli anni del dopoguerra si recava come professore pendolare di scuole medie; dall’altra la concomitante esplosione della rivoluzione industriale e della rivoluzione consumistica.

In Europa le due rivoluzioni si sono verificate l’una a distanza di un secolo dall’altra; in Italia, Paese arretrato e ancora sotto il fascismo più Terzo Mondo che europeo, le due rivoluzioni si presentano assieme, affiancate nello stesso esito disastroso.

La rivoluzione industriale strappa milioni di contadini alla terra e li scaraventa spietatamente nei dormitori delle periferie urbane; la rivoluzione consumistica impone a questi emigrati l’improvvisazione neocapitalista dell’edonismo di massa. Per un momento, un momento solo, i debolissimi argini umanistici creati secoli fa dalle defunte culture contadine, resistono all’alluvione del cosiddetto boom.

È il momento di Pasolini che immagina gli emigrati delle borgate misteriosamente refrattari alla tentazione consumistica e gira il “Vangelo secondo Matteo” in cui il sottoproletariato viene paragonato ai cristiani della Chiesa primitiva. Ma questo momento dura pochissimo. Ben presto i sottoproletari mostrano il loro vero volto di uomini derelitti ma moderni che vivono e soffrono le contraddizioni del mondo moderno né più né meno che le altre classi, gli operai, i piccoli borghesi, la borghesia media e alta. Pasolini non vuole ammettere questo carattere universale della rivoluzione consumistica. Egli aveva assegnato così nella sua opera come nella società italiana, un ruolo particolare al sottoproletariato. Che il sottoproletariato si sia sottratto a questo ruolo, che i sottoproletari si siano dimostrati uomini come tutti gli altri, gli pare un tradimento imperdonabile ai danni della mitica cultura contadina e dei suoi mitici valori. Così, si fa strada in lui l’idea della fatalità dell’imborghesimento universale, della svolta antropologica definitiva.

Ora perché Pasolini ha difeso con tanta coerenza qualche cosa che non c’era mai stato contro ciò che c’era e che non poteva non esserci?

Qui, credo, si viene alla radice della sua polemica. In realtà, Pasolini difendeva non tanto situazioni e valori reali esistenti realmente nella nostra società quanto il tema ispiratore della sua poesia cioè il mito dell’età dell’oro identificata in una inesistente cultura contadina. In altri termini, la sua polemica riguardava piuttosto la propria poetica che la società italiana. Egli sentiva, cioè, che la sorgente stessa della sua poesia, quel suo sentimento di pietà, di affetto e di speranza per il sottoproletariato delle borgate era minacciato direttamente dall’ondata consumistica. Di qui il suo rifiuto del futuro, il suo rifugiarsi nel mito contadino. Di qui, soprattutto, il carattere provocatorio della sua polemica in cui le ragioni della poesia prevalevano spesso sull’osservazione oggettiva. In questioni come quella del divorzio e dell’aborto, sembrò che egli difendesse posizioni conservatrici. Si trattava invece della strenua coerenza a cui lo costringeva l’inevitabile e fatale fedeltà al mito dell’età dell’oro agreste. Coerenza poetica e letteraria prim’ancora che politica.

Così la discussione con lui era sempre impari, perché lui difendeva le ragioni stesse della sua esistenza mentre il suo interlocutore si limitava a difendere la ragione tout court. Era inutile che io, per esempio, gli dicessi che i mali d’Italia venivano non già dall’industrializzazione e dal consumismo ma dalla putrefazione secolare della sua amata cultura contadina; che quella che lui chiamava criminalità di massa, cioè la mafia, i sequestri, le rapine, il teppismo e la prostituzione, era in realtà la criminalità dei contadini malamente e insufficientemente inurbati; che lo Stato borbonico, retrivo, repressivo, golpista e corrotto era un regalo della borghesia agraria; che, insomma, l’Italia lungi dall’essere distrutta dall’industria non era abbastanza industrializzata e lungi dall’essere troppo consumistica, non consumava abbastanza; era inutile, cioè, mettergli sotto gli occhi il Paese reale; lui vi sovrapponeva subito il suo mito e facilmente mi dimostrava che la mia diagnosi andava capovolta e che tutto il male dell’Italia veniva dal suo, ahimè, così effimero e ristretto benessere.

Adesso mi si chiederà come mai questa razionalizzazione sia pure geniale di un mito letterario e poetico abbia incontrato tanto favore. Penso che il successo delle prese di posizione di Pasolini sia dovuto al momento storico in cui lui si è fatto avanti come polemista. Egli ha interpretato la nostalgia di tanti italiani per un’età dell’oro situata in un passato imprecisabile ma sicuramente agrario, nostalgia peraltro fatta sopratutto di sgomento di fronte al colossale fallimento storico di questo Paese come Paese moderno.

In questo senso, si può anche ammettere che il mito della cultura contadina abbia avuto un valore di attualità come dire? Psicologica. Ma legittimo e fertile nella poesia, questo mito, secondo me, non può non essere sterile e pericoloso in politica”.

 

                                                                                                                     Alberto Moravia

 

 

Pasolini scivolava verso il moralismo.

 

“Nel primo anniversario dell’uccisione, Pier Paolo Pasolini è stato giustamente ricordato con manifestazioni, proiezioni e dibattiti che sono andati ben oltre il solito elzeviro di circostanza. Hanno infatti coinvolto studenti, partiti politici e gruppi militanti, dal PCI al “fronte degli omosessuali rivoluzionari”. Ne è emerso un ritratto di Pasolini come “intellettuale disorganico” che non mi convince. È un fatto che i contesti culturali e storici pesano addosso anche agli autori meno conformisti. Contro le apparenze e le appassionate testimonianze, ritengo che Pasolini sia stato uno degli intellettuali italiani più rappresentativi. In lui più che in altri il cuore la vince, sempre e per principio, sulla logica.

Pasolini “trema”. Secondo Goethe, è nel “tremare” (das Schaudern) il meglio dell’uomo, ma non bisogna dimenticare che è anche questa la via per la quale i problemi etici si riducono ad atteggiamenti estetici. Questo limite, così evidente in Pasolini qualora lo si consideri come testimone-sociologo e così caratteristico d’altro canto dell’intellettuale italiano, è stato comprensibilmente eclissato dalla fine tragica e dalla commozione che ne è seguita. Può darsi che Alberto Moravia abbia (nell’articolo “Pasolini o il mito della cultura contadina”, apparso sul “Corriere” del 14 novembre) ragione e che Pasolini vada considerato come il poeta civile di sinistra dell’Italia odierna, devastata da uno sviluppo insensato e rapinata della sua identità culturale profonda. Ma allora bisogna ammettere che il poeta soffre e riflette questa realtà in maniera così puntuale da riuscirne complice. È difficile, e in ogni caso non si può dimenticare, l’uso che Pasolini, specialmente negli scritti di edificazione civile, fa della metafora come pedana, cioè come punto di partenza del suo discorso.

La metafora è di regola chiamata a chiarire il pensiero, cioè a renderlo più perspicuo e prontamente comunicabile con il confronto e la similitudine. È un aiuto pedagogico alla logica del discorso. In Pasolini invece la metafora non è lo scintillante surrogato. Non intendo applicare al suo caso l’aforisma di Nietzsche: “la metafora rende il pensiero innaturale, sterile (non cresce insieme), e alla fine vuoto di pensiero” (Umano, troppo umano, II, pag. 294; corsivo nell’originale). È vero però che, sostituita la metafora all’analisi con una sorta di profetica contrazione aoristica, Pasolini ne ricava poi con ferrea consequenzialità tutti i corollari impliciti arrivando presto ad un esito inevitabile: una critica civile e politica tanto irruente e totale quanto socialmente irresponsabile e pervasa da incurante, aristocratico distacco. Questo esploratore notturno delle borgate romane in Alfa Romeo 2000 Gran turismo fa sistematicamente coincidere la ricerca del suo piacere personale privato con una missione politica pubblica. È l’antico vezzo dell’intellettuale italiano: il mondo ridotto a pretesto.

Le argomentazioni di Pasolini riescono così affascinanti e deboli. Affascinanti perché metaforiche; deboli, perché invece del ragionare c’è il sentire. Un passo dell’Immoraliste di André Gide esprime bene la situazione: “Mi sembrava fino a qual giorno di avere così poco sentito per tanto pensare che alla fine mi meravigliavo di questo: la mia sensazione diveniva forte quanto il mio pensiero”. Le metafore di Pasolini sono note e basterà citare pochi esempi. Sono intuizioni fulminanti e personalissime, le quali vengono gonfiate e presentate come risultanze di laboriose indagini sociologiche. Si pensi alle conclusioni di “Prima della scomparsa delle lucciole”. Un’Italia virgilianamente o pascolianamente “umile” e agreste e disponibile viene esaltata di contro all’Italia industriale odierna. Non colgo alcun segno di consapevolezza che i problemi fondamentali dello sviluppo civile italiano di oggi sono per gran parte legati ai residui putrefatti, cioè al familismo mafioso e agli inqui clientelismi, dell’amato e idealizzato mondo contadino, come ha dimostrato in un suo saggio ne “La Critica sociologica” l’antropologo Carlo Tullio Altan.

Politicamente più grave è l’idea del processo ai potenti e la metafora del “palazzo del potere”, non per caso prontamente ripresa da una legione di divulgatori specializzati nell’impedire la conoscenza dei termini veri dei problemi. In un’epoca in cui il potere opprime in primo luogo rifiutando di agire, dimenticando, lasciando correre, rinunciando ad esercitare le iniziative cui è tenuto, appunto per non essere razionalmente giudicato in base ai risultati conseguiti, Pasolini rinverdisce la nozione cospiratoria, grossolanamente antropomorfica e reazionaria di un potere altamente personalizzato, individuabile con precisione, semplicisticamente affrontabile come interlocutore specifico. Questo significa non avere la più pallida idea intorno alla complessità odierna dei rapporti di influenza e di potere e al carattere essenzialmente impersonale delle grandi forze sociali e tecnico-strutturali coinvolte.

La scivolata verso il moralismo è evidente. Il godimento delle menti più sprovvedute è assicurato, ma il livello interpretativo e quindi la possibilità di un’azione politica seria, incisiva sono destinate a soffrirne. C’è un vistoso passo indietro. Le questioni politiche tornano ad essere vissute in termini di magia o di puro scontro personale. Il letterato moralista ha vinto. La lezione di Marx è stata dimenticata o si è rivelata inutile. Anche Marx è stato canonizzato.

Non stupisce quindi che la questione sociale si ripresenti in termini di “ricchi” e “poveri” mentre i rapporti di produzione sono trascurati come irrilevanti. Gli effetti di questa regressione moralistica sono disastrosi. Non è la sola cultura subalterna a divenire un mito, una specie di vaso d’elezione intoccabile. Lo scandalo è che i poveri delle borgate rischiano di non essere più poveri come dovrebbero essere e, per il bene dell’umanità, indefinitamente restare.

Da ultimo Pasolini appariva genuinamente disperato a causa della mutazione antropologica che a suo giudizio veniva verificandosi nella situazione italiana. I poveri erano ormai a suo giudizio contaminati dal consumismo. Non potevano più distinguersi, fisicamente, dal vestito o dai modi, dai gesti, rispetto ai borghesi. L’Italia era finita. La civiltà stava tramontando. E tutto questo solo perché, nella dieta e nel vestire e nei consumi medi sempre molto bassi in Italia rispetto all’Europa, gli italiani fuggiti con l’emigrazione di massa dall’inferno contadino di ieri, cominciavano ad assaporare un minimo di benessere, di eguaglianza sociale e di diritti democratici. Che si siano potute prendere sul serio, quale risultanza sociologica o riflessione politica, queste lamentele la dice lunga sullo stato d’una cultura.

Per queste ragioni non mi sembra che Pasolini sia da considerarsi il poeta civile dell’Italia di sinistra. Semmai, è il poeta civile di una Italia retorica e neo-populistica. In questo senso,ancor più che i poeti civili di destra, per valerci della bipartizione di Moravia, Pasolini risulta politicamente ambiguo e irrisolto”.

 

                                                                                                         Franco Ferrarotti

 

 

C’è un gioco che comincia a riuscire con bambini intorno ai tre anni. Il bambino mette per caso una mano sul tavolo. Il babbo la copre con la sua. Il bambino guarda sorpreso per un po’ e poi mette la sua seconda mano su quella del padre. Questi ripete l’azione con l’altra mano disponibile. Se lo incoraggi, a questo punto il bambino di tre anni capisce che deve togliere da sotto la mano che sta più in basso e metterla sulle altre. Il gioco è tutto qui. Mettersi sempre sopra.

Questo gioco appassiona molto gli uomini di alta cultura. (da più di un secolo dai tempi di Kant ed Hegel, ma loro non giocavano, poi ricorderemo perché).

Dunque Pasolini si è permesso di “scendere” (e già nel gioco la regola sarebbe invece di salire) e “sono qui, solo, inerme, gettato in mezzo a questa folla, irreparabilmente mescolato...” (le citazioni di Pasolini sono tratte dall’articolo già citato, vedi “la Tenda” 77, pag. 13 sgg.). Chiaro (chiaro per noi e per lettori che non hanno la mania di dover esprimere sempre tutto ai livelli più alti delle sintesi dialettiche, ecco già bella e visibile la mania di scavalcamento reciproco degli intellettuali moderni), chiaro dunque che la collocazione, il piano scelto da Pasolini lascia inespresse le analisi sociologiche più dettagliate e più organizzate, e le prospettive politiche più concrete, e le sistemazioni culturali più dotte e omnicomprensive. E allora infatti comincia il giochetto. Non si entra nel merito delle riflessioni di Pasolini ponendosi doverosamente sul piano da lui prescelto, ma si sentenzia: ah, ah, tu non hai raggiunto il livello interpretativo culturale o sociologico, quello che dici tu non lo porti ad uno sbocco politico (leggi: il mio), né lo ritmi nella comprensione culturale veramente sintetica (leggi: la mia, modestamente). È un secolo che il gioco riesce, o almeno che molti ci si provano e che a molti fa venire il complesso del ritardato, e l’imprescindibile necessità dello scavalcamento in avanti. Il fenomeno ha origini nobili in alcuni massimi filosofi dell’ottocento e nel loro costruire filosofie per triadi sintetiche l’origine del gioco. Kant, Hegel e Marx ci hanno lasciato nei loro poderosi sistemi un postulato fondamentale: esistono piani di pensiero sostanzialmente gerarchizzati, sicché tutto quel che appartiene ad uno stadio ha una validità essenzialmente trascendente rispetto a ciò che appartiene a livelli inferiori di pensiero o di vita.

Sicché, poniamo, tutto quel che è arte, o religione, o borghese, o contadino è relativo, inferiore a ciò che è invece assurto alla dignità della sfera politica o del pensiero puro, o dell’economia, o del rapporto industriale e così via, secondo le preferenze e gli immancabili rovesciamenti.

Così parlando con uno, con Pasolini per esempio, la cosa più semplice, il mezzo più sbrigativo e più usato, purtroppo, è di non dialogare, di non raccogliere ed approfondire un messaggio, ma è quello di avvertirlo,paternamente, bonariamente, “peccato che sei rimasto pre-industriale, contadino”, peccato che non hai ancora attinto un solido e scientifico piano sociologico. Nell’autocompiacimento della cultura che pasce se stessa e non conosce (anzi li liquida) i richiami delle coscienze, del senso comune, si corre senza freni verso il grottesco. Eccessivo inurbamento? Ma per carità, tutti in città a superare i blocchi mentali del mondo agricolo (e poi magari si fanno viaggi in Cina...). Consumismo colpevole? Ma non scherziamo, noi anzi consumiamo ancora troppo poco! Altro che sintesi culturali, siamo ormai a don Ferrante, per il quale il colera non c’era perché, lui aristotelico in Aristotele non ce lo trovava. Sicché non c’è ubriacatura da consumo, non c’è assuefazione alla droga e droga da assuefazione, gli italiani hanno guadagnato comunque a salire tutti al Nord ecc. I morti? Ma i morti non ci sono, il colera non esiste.

Ebbene, a questo punto siamo d’accordo con Ferrarotti, ma purtroppo contro di lui. Che non si sia disponibili ad accogliere con rispetto e a situare con benevola attenzione nelle proprie sintesi scientifiche le intuizioni pasoliniane che colgono diritto al cuore dell’uomo (un piano di analisi che, non si ripeterà mai abbastanza, non ostacola il lavoro politico, o l’analisi sociologica, o la sintesi culturale, ma anzi tende a misurarle, a farle avanzare, a potenziarle) “la dice lunga sullo stato d’una cultura”.

Ma a noi piace immaginare che qualcun altro sia andato incontro a Pasolini, magari nel primo anniversario della sua morte. Immaginiamo che “fuori del Palazzo... dentro il penitenziario del consumismo... (dove) la vita mostra tutte le sue qualità” si incontri con qualcuno che è disposto a valutare tutto lo sforzo di conversione interiore che un Pasolini intellettuale fa mentre confessa: “l’accontentarsi di capire implica imparzialità e indifferenza. È l’azione che qualifica. E un padre che ama agisce. Egli è destinato a restare nella polvere come il negletto Laio: non esiste altra possibilità. Dunque il capire è il meno. E l’agire non può stare in altro che nell’aggredire il figlio per poter restare appunto alla fine morto nella polvere”. Con la coscienza che “quell’uscire fuori del Palazzo...è infinitamente più vivo, spaventosamente più avanzato”.

E tutto sommato pensiamo che l’occasionale compagno di viaggio possa ad un certo punto avergli detto: “bravo, anche tu non sei lontano dal regno di Dio”.