


Cari
amici,
in
questa lettera continuiamo la pubblicazione dei testi del Convegno “I poveri e la chiesa” che, come sapete, si
è svolto presso la Parrocchia dei SS.
Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela, Roma il 13 ottobre scorso.
Pubblichiamo
ora il testo dei quattro interventi dei gruppi che hanno presentato le loro
esperienze di condivisione con i più poveri.
In
questo modo, come già scrivemmo nella presentazione del convegno, vogliamo dare seguito ad una
impostazione che ha sempre contraddistinto il nostro lavoro, sia nella prima
lunga fase, quella che sotto la guida di Nicolino Barra è durata dal 1969 fino
al 1986, sia in questa nuova serie, unendo allo studio teorico la pratica
condivisione di esperienze di vita.
La prossima lettera
sarà dedicata ad un altro grande testo di Lercaro che abbiamo avuto modo di
analizzare insieme nel convegno, quello della conferenza tenuta a Beyruth il 12
aprile del 1964 e alla relazione tenuta
da Francesco Cagnetti “Le analisi e i
risultati del gruppo de “
Nella
lettera successiva vorremmo pubblicare le osservazione e le lettere ricevute
dai nostri lettori, valorizzando così quella dimensione dialogica che è sempre
presente nel nostro lavoro. Anche per questo vi invitiamo a mandarci le vostre
osservazioni.
Come
sapete non prevediamo un abbonamento per il ricevimento di questa nostra
lettera in modo da non limitarne la diffusione, le spese di stampa e di
spedizione infatti sono contenute. Ogni
partecipazione a queste spese sarà comunque gradita, il nostro Conto Corrente
Postale è il 045238177 intestato a Francesco Battista
Nota di servizio:
come già abbiamo scritto queste lettere dedicate agli Atti del Convegno “I
poveri e la chiesa” ci servono anche come test per l’indirizzario sia postale
che elettronico, per cui invitiamo chi riceve questi testi a darci un segno di
gradimento. Dal n° 10 le lettere saranno spedite solo a chi ne avrà fatto
richiesta.
Sommario della 8°
lettera:
1. Comunicazione
dell’Associazione Lavoro Vagabondo di Roma
2. Comunicazione dell’Associazione
S. Pancrazio di Cosenza
3. Comunicazione della
Casa di Accoglienza “Casa Ruth” di Caserta
4. Comunicazione della
Casa Famiglia “Il Tamburo di latta” di
Salerno
1.
Comunicazione dell’Associazione
“Lavoro Vagabondo” di Roma
CaterinaMonticone
Prima di iniziare volevo, non per
forma, ma con grande sincerità, ringraziare di questo invito, anche a nome di
Angela e di Ornella. Siamo state molto contente questa mattina di ascoltare le
cose che abbiamo ascoltato. Qui si sono davvero ascoltate cose illuminanti;
almeno questa è stata la nostra sensazione.
Vengo alla nostra
piccola esperienza. Io mi chiamo Caterina, ho 44 anni, sono una mamma, una
casalinga. Da qualche anno faccio la volontaria e sono socia della La. Va.. La.
Va. sta per “lavoro vagabondo” ed è un’Associazione che nasce, da Statuto, il 9
ottobre 1995. Vorrei però qui illustrare brevemente quello che è stato il
percorso per arrivare alla costituzione anche formale dell’Associazione. Il
quartiere in cui noi operiamo è il quartiere Aurelio. Tra la gli anni ’60 e la
fine degli anni ’70 il quartiere Aurelio si è sviluppato moltissimo. Negli anni
’60 era un quartiere quasi di campagna; ma di fatto, alla fine degli anni ’70
da quartiere periferico è diventato un quartiere centrale. Adesso c’è la
metropolitana. E’ un quartiere di grande passaggio. Sta tra Primavalle e San
Pietro. Anni fa a Primavalle c’era un dormitorio, e quindi i poveri
transitavano spesso lungo questo tragitto che portava da Primavalle a San
Pietro. E’ un quartiere di grande attivismo, sia nelle parrocchie sia in altre
associazioni.
La nostra realtà nasce
nella piccola chiesa di San Leone, che è a via Boccea, dove c’è una comunità
che ha cominciato ad operare negli anni ’70. Io ne faccio parte da meno di sei
anni, e dunque racconto un po’ quello che a mia volta mi è stato raccontato…
Fino al 1986 il rapporto con i poveri era un rapporto occasionale. C’era la
consuetudine, prima della messa del sabato mattina, di andare a dare un obolo,
qualche moneta, al gruppetto di poveri che transitavano lì nella zona. Era un
gesto spontaneo, ma quasi occasionale. In quell’anno la comunità che risiedeva
a San Leone ha cominciato a riflettere, a fare un percorso. Riflettendo intorno
a quel gesto del sabato mattina, la cosa proprio evidente che è uscita fuori è
stato il fatto di cominciare a pensare che non si dovesse uscire dalla chiesa
per andare a dare qualcosa ai poveri, ma che si poteva cominciare a pensare di
far entrare i poveri nella chiesa e di fargli trovare un’accoglienza, un
abbraccio, un incontro con qualcuno. La prima cosa che è nata da questa idea è
stata una colazione, il sabato mattina, offerta inizialmente ad un gruppo di
30/40 persone da non più di 6/7 volontari. C’era proprio l’idea di far entrare
i poveri all’interno dei nostri luoghi, della nostra chiesa; e quindi offrire
del cibo, ma offrire soprattutto un contatto umano, offrire un’amicizia,
offrire un incontro caloroso. Insieme alla colazione è nata l’idea di
distribuire dei pacchi con generi alimentari, prodotti igienici e altre cose.
Questo nell’86. Dopo di che la comunità ha fatto il suo percorso, è andata
avanti. Nel ’93 si è cominciato a pensare di fare un piccolo giornalino insieme
con alcune di queste persone, “Il Barbone Vagabondo”. C’era un gruppo di una
quindicina di barboni (venivano definiti così) insieme ad alcuni volontari. E’
stata un’esperienza che ha permesso di conoscere personalmente questi poveri,
di passarci del tempo insieme, di conoscere le loro esigenze. L’idea era, prima
di tutto, quella di farli esprimere e poi di fare in modo che fossero loro a
raccontare al quartiere la loro condizione, la loro esperienza. Oltre al
giornalino è nato un centro d’ascolto, quindi un tentativo proprio di avere un
rapporto individuale con ognuno di loro, prendendo nota in modo dettagliato
delle loro richieste: chi aveva l’esigenza di trovare un lavoro, chi aveva
l’esigenza di vestiti, e così via. Comunque si creava un momento di dialogo interpersonale
tra volontari e poveri. E così pian piano sono fiorite una serie di nuove
attività.
Nel ’95 nasce
formalmente la “La. Va. Lavoro Vagabondo”. Nasce con queste persone che già
erano conosciute. E con una serie di riflessioni. La prima, importante, era che
gradualmente scendeva l’età di queste persone. Mentre fino a qualche anno prima
le persone che venivano a contatto con noi erano un po’ più avanti con l’età –
50, 60 anni -, rapidamente l’età era scesa tra i 30 e i 50, cioè persone nel
pieno della loro esperienza di vita e con la necessità proprio di realizzare la
loro dignità, la loro individualità. E quindi lì nasce l’idea della “La. Va.
Lavoro Vagabondo”, come realtà per dare lavoro ad alcune persone, e perciò
porsi quasi come una sorta di intermediari, di tutori e anche di garanti nei
confronti di chi ci chiedeva manovalanza di vario genere. L’intento non era più
quello di dire io ti regalo qualcosa, io ti assisto, io ti do qualcosa perché
voglio aiutarti; no, io cerco insieme a te di fare un percorso affinché tu
possa trovare la tua dimensione e venir fuori come persona dignitosamente
compiuta. E quindi c’è stato il tentativo anche di fare dei corsi di
formazione, di promuovere una crescita, di tirar fuori le risorse là dove
c’erano delle risorse ma magari un’esperienza di vita particolare aveva portato
a risultati apparentemente fallimentari tutti da verificare. Questa è stata la
nascita vera e propria dell’Associazione, il tentativo più grosso di dare una
risposta proprio sul territorio a queste esigenze. Vi
dico solo due numeri per darvi un’idea. Nel ’98, su otto collaboratori, avevamo
1.346 ore lavorate. Nel 2005 siamo arrivati a 11.768 ore di lavoro, con 12
collaboratori. Per noi è stato un bel risultato. Naturalmente i collaboratori
non sono sempre stati gli stessi; qualcuno ci ha abbandonato, altri sono
subentrati. E’ un discorso, questo, insomma, da gestire sempre con molta
elasticità, con il desiderio di accostarsi alle loro esigenze, dunque, e non a
un programma, a un’idea compiuta.
Successivamente, nel
2000, insieme ai collaboratori e sempre per con l’Associazione, nasce il Centro
di Igiene Personale, che è un’altra attività che portiamo avanti sul territorio
e che, secondo noi, è fondamentale. Abbiamo due box doccia, dove per tre giorni
alla settimana si alternano le persone. Vengono a fare la doccia il lunedì, il
mercoledì e il venerdì. Diamo 12 numeri, ogni volta; e loro possono anche avere
un cambio di biancheria pulita. Al di là dell’utilità materiale di questo
servizio, il discorso è di cominciare a pensare alla propria pulizia. Stare
bene nei propri vestiti è già il segno di un percorso che poi andrà avanti e si
svilupperà.
Ecco, queste sono le cose più
significative che vi posso raccontare.
C’è un’ultima apertura
che stiamo cercando di fare, e che è più culturale rispetto a questi
interventi, però ha anch’essa una radice molto pratica. Nasce da una situazione
che ci è capitata. Di fronte alle docce c’è una scuola elementare, e,
ovviamente, ad un certo punto hanno cominciato a girare delle voci… I genitori
dei bambini si lamentavano perché la mattina alle otto e mezzo, portando i
bambini a scuola, trovavano persone ubriache o sporche o comunque che davano
fastidio, davanti alla scuola. Non abbiamo mai capito se fossero lamentele
reali, o se qualcuno avesse necessità di utilizzare questa cosa. So che nel
Consiglio di istituto non si è mai parlato di questa cosa. Però la voce che
girava era che i genitori si fossero lamentati. Allora abbiamo preso la palla
al balzo e abbiamo detto: bene, andiamo nella scuola e proponiamo degli incontri con i bambini e
con i genitori per parlare della diversità, per parlare degli immigrati, per
parlare del disagio sociale e quindi dei barboni. Abbiamo trovato un dirigente
scolastico e delle maestre molto disponibili e abbiamo portato nella scuola uno
dei barboni e un immigrato africano e li abbiamo fatti dialogare. E’ stato un
esperimento nato da un’esigenza pratica. Da lì abbiamo deciso di cominciare a
fare anche queste cose, nel senso che ci piacerebbe riuscire ad entrare in più
scuole, soprattutto in scuole elementari, dove ci sono bambini molto piccoli,
perché siamo convinti che la sensibilità e poi la capacità di accostarsi alla
povertà e tutto ciò che ne deriva – e qui stamattina ne abbiamo sentito parlare
a lungo -, secondo noi è un valore importante. Questa è una attività che è
appena iniziata, ma su cui vorremmo spenderci assolutamente.
Angela Taverna
Sono un po’
emozionata. Saluto tutti. E vi ringrazio perché questa mattina qui ho ascoltato
delle cose molto importanti. Anche io, da 4/5 anni, faccio parte del gruppo dei
volontari di S. Leone. Partecipo con tanto amore, perché mi rendo conto che
ognuno di noi, sì, ha i suoi affetti, ma la sua vita la deve spendere pure per
chi ci sta intorno: ci dobbiamo guardare intorno. Io questo cerco di farlo; ma
lo si potrebbe fare sempre di più. Caterina ha detto di tante nostre attività.
Io vorrei dire ora qualcosa della colazione del sabato mattina. Non
distribuiamo la tazza di cappuccino e basta; li salutiamo, li facciamo
accomodare, ci parliamo; ognuno di noi fa un ciambellone fatto in casa, così
che loro sentano che c’è una vera partecipazione da parte nostra; fanno a gara
ad assaggiare il ciambellone di ciascuna di noi per vedere quale è più buono…
Insomma, questi nostri ospiti (mi dispiace chiamarli “poveri”) sono
contentissimi di questa colazione. Li vogliamo far sentire come se fossero
proprio in un caffè, e siamo noi a servirli a tavola, e lo facciamo con
affetto. Poi facciamo alcuni pranzi: uno a Natale, il giorno di Santo Stefano,
e uno il primo sabato del mese di luglio per salutarli prima della pausa estiva
(ma riprendiamo subito le attività ai primi di settembre). Al pranzo di Natale ci
teniamo tutti molto. Lo facciamo il giorno di Santo Stefano perché loro, il 25,
sono invitati dalla Caritas e da tanti altri centri. Invece il 26, non c’è
nulla e loro sono molto felici di poter venire. Il pranzo riscuote sempre molte
adesioni. Il gruppo di volontari che partecipa a questo pranzo è molto
numeroso. Siamo tutti felicissimi. Ci incontriamo prima, studiamo i vari menù,
e poi ognuno di noi cucina qualcosa a casa. La cosa riesce sempre molto bene
perché è proprio una cosa che noi sentiamo molto. Chi non può fare altro,
magari si offre per comprare la frutta e viene a portarcela.. L’ultimo pranzo è
stato molto bello. I volontari giovani sono venuti con i loro figli e alla fine
si è giocato a tombola.
Vi voglio leggere una
cosa scritta da una bambina di 6 anni, figlia di uno dei nostri volontari: “(…)
La cosa che mi ha colpito è che i miei genitori servivano con i loro amici i
poveri. Poi abbiamo giocato a pallavolo e a tombola con i poveri. A tombola non
si vincevano soldi ma saponette, sciarpe, cose da mangiare, etc. Io insieme ai
miei amici tiravo fuori i numeri e li mettevamo sopra il cartellone. Alla fine della giornata ero felice, e mi sono
accorta che i poveri sono persone come noi!”. Le osservazioni di questa bambina
hanno colpito un po’ tutti.
Ecco, io volevo dire
che questa esperienza per me è molto importante. Ho scelto di vivere il Natale
in questo modo qua. E anche la mia famiglia ha cambiato il modo di vivere il
Natale, perché la sera di Natale stiamo tutti insieme a casa mia. Poi il giorno
di Natale è una cosa a sé. Il giorno dopo Natale, prima eravamo abituati ad
andare sempre da altri parenti, ma io ho deciso che invece voglio fare questa
cosa, e tutta la mia famiglia è stata d’accordo. I parenti mi hanno detto: tu
vai a fare questo pranzo, e noi veniamo a casa tua e ci mangiamo tutti gli
avanzi della vigilia di Natale. Insomma, voglio dire che bisogna incominciare,
non bisogna avere paura di rompere certi schemi, non bisogna dire che, siccome
è Natale, lo devo vivere per forza con mia cognata… o Capodanno lo devo fare
per forza così… No, non è così, perché poi vedo che intorno a noi la gente si
ferma; l’esempio è importante. A voi vi sembrerà una cosa da poco ma per me questa
esperienza del pranzo di Santo Stefano è una cosa importante, perché vediamo
proprio che le persone, quando se ne vanno, così ben vestite – perché quel
giorno si sono vestite al meglio - ci abbracciano, ci stringono, sono felici…
Secondo me, questa cosa va fatta. Va fatta non solo in quel contesto, ma
sempre, anche quando per strada incontriamo delle persone che potrebbero aver
bisogno di noi…
Ornella Sgarra
Dopo l’esposizione di
Angela, che è stata gioiosa, io vi devo parlare di un argomento un po’ più
forte… Noi cerchiamo di inserire questi emarginati nel mondo del lavoro. Queste
persone sono emarginate per molti fattori: un po’ per alcolismo, perdita del
lavoro stesso, malattie, e anche parecchi per instabilità psichica. Noi ci
attiviamo per trovargli del lavoro. E’ chiaro che dobbiamo fargli un po’ da
garanti per quanto riguarda il loro comportamento verso i clienti. Il lavoro
consiste in piccole attività: pulire appartamenti, uffici, giardini, cantine. E
anche i trasporti; l’anno scorso abbiamo avuto un’elargizione dell’Associazione
Tennis da tavolo che ci ha regalato un pulmino, che ci serve molto perché,
facendo piccoli trasporti, facciamo lavorare delle persone. Il nostro compito è seguirli costantemente, con
consigli e suggerimenti, portandoli gradualmente a ritrovare un po’ di fiducia
in se stessi e facendo da tramite verso un lavoro stabile. Non sempre ci
riusciamo, purtroppo. Qualcuno lo perdiamo per strada, ma in alcuni casi ci
siamo riusciti. La cosa un po’ particolare è che ci riusciamo di più con gli
stranieri. Non so perché, ma gli immigrati si riesce più facilmente a
inquadrarli.
In questo contesto,
poi, è nata l’esigenza di creare anche il servizio docce, come diceva Caterina.
Siamo un gruppo che va tre volte alla settimana nella sede e non solo gli
facciamo fare la doccia ma gli diamo anche il cambio della biancheria (che è
sempre roba nuova). E in più gli diamo anche una piccola colazione. Noi
pensiamo che il recupero parta proprio dall’essere puliti… Io questa
esperienza: che quando loro escono dalla doccia hanno un altro viso, un altro
portamento; le spalle gli si raddrizzano; hanno gioia negli occhi, ti
ringraziano, anche se non ti dicono tante parole perché molti hanno
comportamenti particolari… Però lo vedi che sono altre persone quando escono
dalla doccia. Non sono quelli che sono entrati. Anche se si rimettono il
vestito con il quale sono venuti, però si sentono puliti perché hanno la
biancheria pulita, si sentono altri. Li vedi. Certo, questo è un impatto un po’
forte: non è semplice stare lì con loro; perché ti può capitare che arriva
quello che è ubriaco, e allora devi avere un certo comportamento, e c’è anche
capitato che si sono picchiati. Però abbiamo un collaboratore, che è un ex
disagiato che abbiamo recuperato, che ci assiste in questo lavoro. E così
abbiamo le spalle un po’ coperte… Ripeto, è una esperienza abbastanza forte,
perché le persone che si rivolgono lì hanno storie diverse, pesanti, sia
immigrati che italiani; hanno fallito
nei loro sogni; è gente delusa. E’ veramente una cosa un po’ problematica, però
lo facciamo con tanto amore, con tanto impegno; e ci basta poco, ci basta che
ci dicono grazie, ci basta che li vediamo più contenti. E poi li recuperiamo
anche, perché li indirizziamo; loro hanno delle esigenze, ci chiedono, e noi
allora gli diciamo dove possono andare, come possono fare, gli diciamo anche di
venire a S. Leone il sabato mattina, oppure il mercoledì al Centro ascolto dove
si cerca di trovargli anche del lavoro, o il venerdì quando diamo dei vestiti…
Piano piano, poi, ci seguono. Per noi questo è tanto. Francamente, io, da
quando faccio parte di questo gruppo, mi sento molto più in pace con me stessa.
2.
Comunicazione
dell’Associazione “S. Pancrazio” di Cosenza”
Giorgio Marcello
Innanzitutto grazie
per l’invito. Piero, il presidente dell’Associazione, che è qui presente, dirà dopo qualcosa
anch’esso; ringrazio gli amici della Tenda, ringrazio per il magnifico pranzo che
oggi abbiamo potuto gustare e per la convivialità. Rispetto poi al compito che mi è stato
affidato mi sento molto in difficoltà perché questo è uno spazio di testimonianza
sul tema della povertà; io non credo di
essere abilitato a questo tipo di testimonianza; tra l’altro nelle settimane
precedenti ho letto con molta attenzione i due documenti che sono stati mandati
per e-mail, sia il primo documento,
quello che è stato presentato stamattina, e poi soprattutto il testo della
conferenza che è stata tenuta dal Cardinal Lercaro a Beirut. Soprattutto questo
secondo testo l’ho trovato di una profondità veramente sconcertante. La prima
riflessione che mi è venuto di fare è la seguente: si tratta di uno di quei
testi che sono così radicati nella parola di Dio, nella rivelazione evangelica,
che uno si sente da essi misurato. Ti senti misurato e ti trovi mancante. Questa
è l’esperienza che mi è sembrato di fare leggendo il testo. L’ho letto e riletto e mi sono sentito
mancante rispetto alla profondità ed all’esigenza di radicalità evangelica che
sono espresse in questo documento. È una riflessione che si sviluppa a partire
dal testo di Matteo e di Luca sulle beatitudini. Si mette a fuoco l’idea per
cui la povertà è un mistero. Non possiamo misurare gli altri a partire dalla
povertà, ma siamo misurati dalla povertà come mistero, un mistero, dice il
testo, che si radica nel mistero stesso di Gesù. Un altro spunto formidabile è quello relativo
al privilegio dei poveri, in quanto destinatari di uno sguardo privilegiato da
parte di Dio. Anche questa mi sembra un’intuizione rispetto alla quale noi
possiamo solo sostare con attenzione adorante, come direbbe P.
Detto questo, cosa c’entra la nostra
Associazione con questo tema? E’ un’associazione piccola, nata una ventina
d’anni fa nei quartieri del centro storico di Cosenza, a partire da un
tentativo d’ascolto comunitario della parola di Dio.
A Cosenza da più di
trent’anni vive il gesuita p. Pino Stancari. A casa sua, su sollecitazione di Suor
Eugenia, qui presente, è nata l’idea di una
presenza in città attenta alle situazioni di maggior vulnerabilità sociale. Si
è pensato di cominciare a lavorare con bambini e ragazzi che avevano difficoltà
di inserimento scolastico. Questo per diverse ragioni, intanto perché molti di
noi condividevano un po’ l’intuizione di Don Milani, per cui le disuguaglianze
dell’istruzione sono alla radice di altre forme di disuguaglianza sociale. Per
questo, intervenire sulle povertà della nostra città poteva significare cercare
di partire dalle situazioni di vulnerabilità che toccavano soprattutto bambini
e ragazzi. E poi perché, in base ai dati
che circolavano nella nostra città alla fine degli anni ottanta, relativi a
bambini e ragazzi, soprattutto adolescenti, finiti nei circuiti della giustizia
minorile, veniva fuori che quasi il novanta per cento di essi non
aveva conseguito la licenza media ed era fuoriuscito anzitempo dai circuiti
dell’ istruzione. Questi i motivi per
cui abbiamo pensato di rivolgere la nostra attenzione soprattutto a questi
ragazzi e successivamente alle loro famiglie. Lungo questo percorso ci è
capitato poi di occuparci, insieme ad altri amici, anche di affido familiare,
cioè dell’accoglienza a tempo pieno di bambini e ragazzi che non potevano stare
a casa propria, per tutta una serie di
motivi. Ci siamo fatti attenti anche alla disabilità. Infatti, alcuni di noi
accolgono nelle ore diurne alcune decine di persone che vivono la disabilità nelle forme più diverse. Si tratta di piccole
cose, che esprimono in qualche modo il tentativo di prestare comunitariamente
attenzione alle situazioni di maggiore vulnerabilità della nostra città. Potrei
dire tante cose sul senso di quello che facciamo, per mettermi in dialogo con la ricerca che è stata avviata
quì stamattina ed anche con il contenuto dei testi che ci avete dato la
possibilità di leggere nelle scorse settimane. Lasciando però da parte i trenta
fogli che avevo preparato, vorrei chiudere solo con un riferimento al mondo di
cui facciamo parte, cioè il mondo delle organizzazioni solidaristiche. A me sembra che il tema della povertà incroci molto il senso della presenza di queste
organizzazioni nei territori. Per dirla
in una maniera molto grezza ed anche molto diretta, occorre chiedersi in che modo oggi ci si pone di fronte alla povertà,
cioè come viene
guardata oggi la
povertà. La sensazione è che i nostri gruppi, compreso quello di cui faccio
parte, stiano piano piano scivolando lungo una deriva, quella dell’organizzare
servizi. Questo, per certi versi, è un percorso inevitabile
perché, quando si incrociano situazioni di povertà, di vulnerabilità, di
sofferenza, bisogna pur organizzare delle risposte. Non si può tuttavia
dimenticare, ed il convegno di oggi costituisce un aiuto per rifletterci sopra,
che questa è anche la strada lungo la quale le esperienze di solidarietà
organizzata si istituzionalizzano. Esistono delle riflessioni molto
interessanti, fatte da alcuni amici, che
mettono in parallelo la storia delle organizzazioni religiose, la storia degli
Istituti religiosi, soprattutto di quelli nati nella seconda metà dell’Ottocento,
con la traiettoria che le organizzazioni solidaristiche stanno oggi disegnando.
Sembrano i tratti della stessa parabola.
In realtà la povertà è un mistero, essa contiene una
benedizione nascosta per noi, di cui non
siamo pienamente consapevoli. La povertà è una condizione privilegiata in maniera
misteriosa dal Signore ed è la condizione cui noi stessi siamo chiamati. Quando
si perde di vista il fatto che la povertà è un mistero, il rischio di tradurre la solidarietà in una
funzione diventa molto alto ed è forte il pericolo di una istituzionalizzazione
veloce di queste organizzazioni, così pure importanti.
3. Comunicazione
della casa di Accoglienza “Casa Ruth” di Caserta
Suor Rita Giaretta:
Innanzitutto buonasera
a tutti e, anche da parte mia, grazie di cuore per l’esperienza che mi date
da vivere qui oggi. Io credo veramente di fare l’esperienza di sentirmi povera,
però, in questo momento, grazie anche a questa giornata, di arricchirmi, arricchirmi di tante
provocazioni, testimonianze e mi ha fatto bene la provocazione lanciata qui
dall’amico Giorgio, sul rischio che si può correre, nel servizio ai poveri,
come lo definiamo, il rischio veramente di fare una funzione, e credo che
questa , almeno per gli anni che mi trovo a vivere a Caserta, ormai dodici anni, avendo dato
vita a questo centro di accoglienza, sia
un qualcosa, un’inquietudine che mi porto sempre dentro. Questo non vuol dire
che non siamo chiamate a spenderci, a donare, dobbiamo farlo però sempre in
ricerca, con intelligenza e umiltà perché
non siamo noi a salvare, non siamo noi
che facciamo la redenzione degli altri, anche noi siamo dentro ad un cammino dove siamo chiamate a rivisitare i
nostri stili di vita. Per me religiosa questo mi porta a chiedermi cosa vuol
dire oggi essere religiosa in questa storia, in questo contesto, ed ad esserlo
in una terra come è la terra di Caserta, una terra non facile, una zona
calda, la definiamo tra virgolette, perché lì è difficilissimo trovare lavoro e
i servizi sociali e tutto ciò che può essere attorno ad un
territorio lì sono carenti, per non dire assenti, poi una microcriminalità
diffusa e larghe zone ormai in mano alla camorra, dove anche nella Politica e nella Chiesa c’è questo intreccio di alleanze anche
con la camorra.
Quindi capite che non è facile, sono
dubbi, interrogativi e la vita religiosa
guai se si pone in un territorio a sostituirsi, a diventare quasi un’isola
privilegiata, dove fa anche dei bei
servizi, dove anche aiuta i poveri, ma
non scomoda tutto l’altro discorso, deve essere continuamente una provocazione.
Noi Suore Orsoline, ed
io sono una suora Orsolina, abbiamo
proprio come missione, come carisma, l’attenzione alla donna, alla sua promozione
integrale, non perché siamo noi a promuovere le donne ma perché lo possiamo
fare insieme, nel cammino, infatti da soli non facciamo nulla. E’ l’altro,é
l’altra che mi rivela chi sono io, e che mi aiuta in questo cammino: è il volto dell’altro.
Forse la Chiesa oggi è povera di volti ed ha
bisogno di incontrare volti, incontrare nomi, sentire che la storia dell’altro ci
appartiene, e costruiremo un futuro, come ci ricordava padre Lafont non per
fare memoria, nostalgia, essere dei nostalgici, ma per partire dall’oggi,
costruirlo insieme.
Dicevo,
abbiamo, come suore Orsoline,
quest’attenzione al genere femminile ed a Caserta siamo arrivate dodici anni
fa, lo sapevamo bene cos’era questa terra, cos’era questo luogo. Abbiamo avuto la fortuna , questa mattina qua
si parlava anche di Vescovi , che il nostro vescovo di Caserta è forse uno dei
pochi vescovi che sentiamo veramente libero, spoglio, che cammina dalla
base, che cammina con il popolo, che
cammina con la gente , che cammina con i poveri
perché lui, per primo, si sente povero e si spoglia di tutta l’esteriorità.
E’ uno stile di vita molto concreto,
anche noi quindi siamo alla scuola di questo padre, guai se lo chiamiamo
Eccellenza, non lo vuole proprio sentire, si sente padre. Ecco quindi con questo nostro padre abbiamo
fatto questo cammino e lì in
quella zona abbiamo incontrato, abbiamo
visto, una realtà che ci ha f atto rabbrividire all’inizio, veramente ci ha
toccato in profondità,
perché mai avremmo pensato, siamo
alle soglie del Duemila, siamo nel terzo
millennio, che dovessimo parlare ancora di
schiavitù. Noi sui libri di scuola abbiamo studiato, che la schiavitù non
c’è più, è stata debellata, non c’è
più. E invece ci troviamo con altre forme di schiavitù. Vedevamo tante ragazze,
giovani ragazze, straniere, tante di colore, sulle nostre strade, e penso che
anche a Roma non manchino, Ecco
nell’immaginario comune cosa si diceva? “E’ il mestiere più antico del mondo,
che volete c’è sempre stata la prostituzione, alle donne piace”: giudizio
classico che così pensa. Noi siamo subito portati a esprimerci a partire dai
nostri schemi mentali senza mai fermarci a interrogarci. Noi lì abbiamo voluto
capire, capire cosa c’era dietro queste
ragazze, lungo questi cigli delle strade, ed un 8 Marzo di dieci anni fa
abbiamo voluto avvicinarle. Siamo andate, con un gruppetto di altre donne,
qualcuna anche che parlava inglese, per un primo approccio, a incontrarle
portando un fiore.
Di solito loro erano
abituate ad aspettare un altro tipo di presenza, qualcuno che andasse ad usare
il loro corpo, a comperarle, e noi siamo
andate a portare loro un fiore, con un messaggio in tre lingue: inglese, francese
ed italiano. Un piccolo messaggio, un semplice messaggio per dire che ci
sentivamo loro sorelle, capivamo il loro dramma, eravamo con loro, e volevamo
loro bene.
Poi siamo ritornate,
loro prima di noi hanno imparato i nostri nomi, vedete non eravamo più poveri,
eravamo un incontro di nomi. Io ero Sister
Rita, Mary, Francesca, Tina, Josephine. Ci incontravamo, nomi che si
incontravano, storie, volti, e piano
piano hanno cominciato a raccontarci i loro drammi.
Storie inaudite di
violenza, di sopraffazione, io come donna e religiosa veramente stavo male,
sentivo la mia carne soffrire con loro. E mi sono detta ma come è possibile che
oggi arriviamo a questa schiavitù? Non
sono libere queste ragazze, sono portate qui con l’inganno, sono minacciate,
sono ricattate, per le africane c’è un debito dietro. Un debito che va dai
50.000 ai 60.000 Euro oggi che debbono pagare!
Ma quanta violenza
debbono subire col loro corpo, quanta violenza! E da lì allora è nato tutto… ci
siamo messe in crisi. Ci siamo interrogate, ne abbiamo parlato col nostro padre
Vescovo, abbiamo coinvolto la Chiesa, i movimenti del territorio, ci siamo
detti: qua bisogna dare delle risposte. Bisogna cercare di dare una mano, e da
lì è nata l’idea di offrire un posto di accoglienza perché è vero, è bello
avvicinare, ma se qualcuna ci diceva poi: “portami via con te, io voglio
lasciare questo sporco lavoro” noi non potevamo dire : “ No non siamo pronte,
scusa, vai a bussare in qualche altra parte! ”
Dovevamo essere pronte
a dire “ ci siamo! ”. Ecco ad oggi più
di 260 ragazze hanno varcato la soglia della nostra casa, di casa Ruth, e non
è, sapete, un grande luogo. Chi l’ha vista, e qualcuno di voi è venuto a
visitarla, è una casa familiare. Abbiamo scelto di vivere in un appartamento,
in un condominio in centro città a Caserta, nella via principale , abbiamo
piegato la nostra Congregazione ad acquistare quegli appartamenti, abbiamo
piegato questa volontà: non sempre fare nuove case di spiritualità! E’ giusto fare
la casa di spiritualità ma anche per queste persone del disagio, della
sofferenza, dobbiamo offrire un luogo. Nel centro città, in un condominio: non
è stato facile! Per un anno.., un
condominio molto grande, ci sono più di trenta
famiglie dentro!, nella via principale di Caserta, la via che porta alla
reggia, i condomini non erano d’accordo: ecco è nata un’altra conflittualità con
le persone del posto, perché queste
pensavano chissà che succederà adesso! Nel nostro condominio, nella nostra
bella zona tranquilla chissà che bordello uscirà! Tutti saranno
tossicodipendenti, chissà cosa succederà, hanno cominciato a mandarci
raccomandate trovando mille scuse : che la nostra caldaia non funzionava. tante
cose.. ci buttavano giù l’acqua, addirittura,
dai terrazzi più alti, perché noi eravamo al primo piano… Noi d’accordo
con le ragazze abbiamo detto: questa è una battaglia che dobbiamo viverla
insieme, dobbiamo conquistare il nostro spazio insieme, di dignità, di
liberazione insieme, se alla violenza, agli ostacoli, rispondiamo con altrettanta arroganza, violenza, è la strada
perdente. Bene diamo il tempo che ci conoscano,
abbiamo capito che erano pieni di paure. Sapete noi abbiamo tante paure
del diverso, dell’altro: ragazze di colore che vengono poi dalla strada,
pensate quante paure che ci vengono. Ma lasciate il tempo che ci
conoscano; oggi a distanza di anni sono
orgogliosi di averci lì e se chiedono una ragazza per fare i lavori in casa o
per affidargli i figli, e voi capite, per una famiglia affidare i figli vuol
dire affidare la cosa più preziosa, il bene più prezioso, più grande che hanno,
vengono a chiederlo a noi, alle nostre ragazze.
Vedete il cammino:
questo vuol dire camminare dentro, starci dentro, con uno stile con la
diversità.
Ecco un modo di
essere, di presenza, e poi tutto un lavoro con le istituzioni perché è
vero, come vita religiosa, noi possiamo fare grandi cose , possiamo,
ripeto, creare un’isola dove si può vivere bene, diamo assistenza, diamo tutto;
no, noi ci siamo presi cura anche di quel territorio, un territorio
di una città come Caserta perché queste risposte debbono imparare a
darle anche le Istituzioni, anche le Istituzioni debbono maturare, crescere
insieme con noi, insieme con queste ragazze, dentro i problemi, coglierli ed
imparare a dare loro delle risposte. Noi dobbiamo provocare, stimolare , quante
battaglie con le Istituzioni : quando i primi tempi andavamo in Questura, guardate non è facile, la questura
poi
sapete queste grandi strutture, sono
tutti uomini, gli operatori di polizia tutti maschi : trovano suore che vanno a
parlare di temi come la prostituzione, portare poi tematiche legate alla
sessualità, legate al sesso. Pensate! Non vi dico! Che hanno queste suore da venir qua su ‘sti problemi….Capite?
E’ stata una battaglia non indifferente da portare avanti.
Lo stesso anche con la
Chiesa eh! I preti sono uomini, tutta una realtà anche lì di presenza maschile.
Guardate noi abbiamo
combattuto molto con questa realtà, ci siamo scontrate tante volte con questa
realtà. Mi piace anche qui, poi chiudo, lasciarla come provocazione, poi a
Caserta è arrivata da sei anni anche una comunità di religiosi, di Padri
Sacramentini e con loro è nato anche un cammino di amicizia, di fraternità e di
confronto anche su questi temi, ed hanno accolto questa nostra provocazione
perché abbiamo detto : “ noi per il mondo femminile ci siamo ma chi pensa agli
uomini? Perché sono convinta che oggi l’identità maschile dell’uomo è in grande
crisi. Anche la Chiesa si trova in difficoltà perché è fatta per la maggioranza della sua istituzione
gerarchica, come sentivo stamattina, di uomini
Ed è in difficoltà , oggi, perché l’uomo
si identifica col potere, perché non
è possibile che si possa parlare oggi di novemilioni di clienti. Chi
alimenta questo traffico? Chi favorisce questa schiavitù? Le ragazze sono delle
vittime. Nove milioni! Quindi non pensiamo che è solo l’ammalato che ha delle
difficoltà pensiamo anche qua, è l’uomo normale. Una “normalità” che vive questa
esperienza che usa il corpo di una persona. E allora abbiamo lanciato anche
questa provocazione a questi padri sacramentini nostri amici : “Pensate.
Cominciate anche voi a fare percorsi di formazione” forse anche l’uomo si trova
oggi in difficoltà nella sua identità,
nella sua comprensione di uomo.
Noi donne, forse perché siamo
minorità, ci siamo sempre sentite un po’
povere, abbiamo sempre portato avanti
anche un discorso di riflessione, ci
siamo interrogate, oggi è tempo che anche l’uomo si interroghi e allora vi
prego in questa chiesa riflettiamo insieme,
portiamo avanti percorsi insieme di riflessione uomo e donna perché la Chiesa l’umanità hanno bisogno veramente di volti di uomini e di
donne veramente liberi e liberanti : è il cammino che la Chiesa è chiamata a
fare. Non siamo noi che liberiamo i poveri , insieme dobbiamo crescere ,
cambiare i nostri stili, e diventare persone amanti , libere e liberanti.
Grazie. Se volete conoscere di più della nostra esperienza abbiamo scritto modestamente,
umilmente, un libro che racconta questi dodici anni di esperienza di Casa Ruth, ecco tutto questo
percorso vissuto. Grazie (Rita
Giaretta Non più schiave Edizioni Marlin
Napoli)
4. Comunicazione
della Casa Famiglia “Il tamburo di latta” di Salerno
Paolo
Romano
Mia moglie non c’è, è
sempre assente da questi momenti pubblici. Con un termine che non mi piace, la
famiglia viene chiamata chiesa domestica. A me è più simpatico parlare di famiglia
operaia. Se comunque si parla di
famiglia “chiesa domestica”, Donata rappresenta la chiesa giocata e io la
chiesa parlata. Ogni volta che c’è da fare una comunicazione pubblica lei scompare;
peccato, perché oggettivamente la nostra è un’esperienza di coppia vissuta
nella normalità. Ci tengo a dirlo perché è vero.
Mettere in evidenza
un’esperienza può farla sembrare irraggiungibile, mentre quello che noi
facciamo è estremamente normale. Siamo una famiglia, io, mia moglie, i miei due
figli e abbiamo una casa grande, perché per fortuna siamo benestanti. Questa
casa grande l’abbiamo aperta all’accoglienza di ragazzi. Da 16 anni condividiamo questa esperienza di
accoglienza. Sono passati per casa una trentina di ragazzi; sono venuti ad
ondate, tre-quattro persone per volta, e li accompagniamo per parecchi anni.
Sono solitamente adolescenti, affidati dal Tribunale per i minorenni e dal
servizio sociale. Essi vivono un’esperienza di allontanamento dalla famiglia
naturale, per risolvere un po’ di problemi. Si tratta di problemi che non si
risolvono tanto facilmente, perché solitamente si ricorre tardi alle comunità e
alle famiglie affidatarie, al termine di un
percorso di emarginazione. Quindi i ragazzi che arrivano nelle case
famiglia non sono ragazzi a rischio, ma ragazzi che hanno già corso il rischio,
ragazzi già nel pieno della devianza,
per cui quello che si fa è un recupero. Talvolta, quando sono cresciuti, li si
accompagna verso una vita autonoma, senza la possibilità di un ritorno in
famiglia.
Dico questo anche per
sfatare il mito che le comunità possano risolvere i problemi. Si tratta di
piccoli tentativi e il nostro è un accompagnamento molto normale di condivisione
con queste vite. Per tale motivo noi cerchiamo di non evidenziare una
differenza tra i nostri figli e gli altri figli, pur se ovviamente un diversità
c’è. La nostra famiglia è aperta come ogni altra al quartiere, per cui c’è
posto per il gruppo scout, la parrocchia, il gruppo sportivo, la scuola. Insomma,
è una vita normale condotta avendo
questa apertura temporanea della propria casa agli altri.
Fondamentalmente tre
sono i
motivi del mio imbarazzo, questa sera. Prima ho detto che non mi sento la
persona della coppia più adatta a parlare anche perché Donata, mia moglie, è
quella che vive maggiormente, come mamma, una serie di problemi. La seconda
cosa è che non mi sento povero dal punto di vista economico. D’altra parte, mi
sento molto ricco perché tutte le esperienze che faccio con i ragazzi sono un
continuo arricchimento e lo è anche la rete di famiglie affidatarie che abbiamo
creato, che si chiama “Bambini, ragazzi e famiglie al sud”. Io, comunque, mi
sento molto ricolmo di beni, per usare un termine evangelico.
Il terzo limite grosso,
per cui ho faticato molto ad accogliere l’invito pressante di Gianfranco, è la
dimensione religiosa. La mia esperienza non ha, come altre, una dimensione
religiosa. Molti di noi sono credenti, ma il nostro è un gruppo laico,
soprattutto è un gruppo che non fa un lavoro che invece è importantissimo e
prezioso, che è quello di ricerca teologica. E’ un gruppo totalmente, anzi, sin
troppo laico. E’quello che capita normalmente nel mondo del volontariato. Guai
a pensare che questa esperienza di chiesa viva possa essere fatta solo dentro
gruppi che siano di volontariato cattolico. Con il passare degli anni spero che
questo termine diventi sempre più desueto. Anche se tuttavia l’associazione non
ha un connotato religioso, nella mia esperienza personale è servita molto
l’esperienza ecclesiale che abbiamo fatto da giovanissimi. Mi fa piacere,
questa mattina, sentir nominare Juan Arias, che era una mia lettura da
adolescente, e ci sono alcune frasi che poi rimangono un po’ nel cuore, come
penso sia per voi. C’era un brano, nel libro di Arias ”Il Dio in cui non credo”
in cui, tra l’altro, diceva: io non credo nel dio che è difeso da quanti non si
macchiano mai le mani, non si affacciano mai alla finestra, non si gettano mai
in acqua”. Sono quelle cose che poi ti porti dentro. Per quanto mi riguarda, alla
prima occasione sono fuoriuscito dal seno protettivo della parrocchia, anche se
vi si facevano discorsi importanti, per vivere una dimensione di chiesa un po’
più radicata. Anche nel nome “L’Ipotenusa” che abbiamo dato alla nostra esperienza
e poi in quello dato alla casa famiglia “Il tamburo di latta”, abbiamo tentato
di non avere riferimenti ecclesiali, proprio per aprire la porta ad altre
persone che volessero affacciarsi all’esperienza del volontariato. Ci siamo
chiamati Ipotenusa perché è chiamato così il lato più lungo di un triangolo,
che unisce i due cateti, che sono, nel nostro caso, il pubblico ed il privato.
Allora si esaltava il mondo del privato sociale, che era concepito un modo di
essere cittadini responsabili nel privato, agendo però concretamente nel
pubblico. Il tamburo di latta è il titolo di un libro di Grass, premio Nobel
per la letteratura nel 1999: noi l’abbiamo preso come nome per la casa famiglia
nel 1991. E’ la storia di un bambino che dice di non voler crescere e suona un
tamburo di latta per manifestare il suo disagio, la sua protesta, la sua non
voglia di partecipare ad un mondo che non lo vuole accogliere.
Volevo raccontarvi
rapidamente gli sviluppi della nostra esperienza, non per far capire quanto
siamo bravi, ma per spiegare quanto è problematica una esperienza, quando
diventa più grossa. All’inizio è tutto bello, un po’ come la fase
dell’innamoramento; si vive l’entusiasmo che ho sentito nel primo gruppo che si
è presentato; poi, come diceva Giorgio, le esperienze si istituzionalizzano.
Noi abbiamo costituito un centro socio-educativo per ragazzi disabili ed altre
5 case famiglia: due nel campo della psichiatria, una nel campo della disabilità. Insomma la cosa è
diventata molto grande. Abbiamo gestito per qualche anno anche una azienda
agrituristica. Sono state tutte iniziative per accogliere persone e famiglie in
difficoltà, avendo come filosofia il superamento della istituzionalizzazione,
della ghettizzazione delle persone in manicomi, in istituti per minori, in
centri di riabilitazione per disabili. Abbiamo operato sempre con lo stesso
modello, facendo piccole comunità di 4-5
persone immerse nei territori normali, nel quartiere, in condominio, al terzo
piano, al quinto piano, facendo sì che la comunità diventasse corresponsabile.
Poi questa cosa col passare del tempo si è istituzionalizzata. Infatti, le cose
si complicano quando l’intervento non può essere portato avanti solo da poche
persone e soprattutto quando un servizio, che comunque risponde ad un bisogno, non
è più gestibile come esperienza di volontariato.
Abbiamo infatti creato varie cooperative sociali e quindi siamo approdati al mondo
del terzo settore. Non so quanti di voi abbiano esperienza di questo mondo
perché lo conoscono in quanto volontari o in quanto cooperatori. Come accennava
molto bene Giorgio, si è proprio smarrita la strada. I gruppi e anche le
cooperative, oggi come oggi , anche del mezzogiorno, sono molto autocentrate
sul servizio, sull’organizzazione, sulla sopravvivenza, sulla ricerca di fondi.
Si è dimenticato fondamentalmente lo spirito che è alla base, la dimensione
fondamentale del superamento della povertà ed, allo stesso tempo, la
condivisone della povertà.
Mi ha scioccato una
notizia che mi porterò a casa,
quella del piccolo vescovo che da Napoli va
a Roma senza
soldi, raccogliendo passo passo i soldi
per proseguire. Questa dimensione il terzo settore e il volontariato l’ hanno
totalmente smarrita. Siccome si vive in una dimensione di servizio spesso
delegato dalle istituzioni, l’unico “cliente” diventa il Comune, il Piano di
zona, per cui le organizzazioni, anche la mia, finiscono per perdere il
contatto con la realtà, con i cittadini, per cui tutte le cose belle che si
facevano prima non si fanno più. Ci siamo arricchiti ma non di cose belle. Di
soldi non ci siamo sicuramente arricchiti. Noi siamo poveri, il volontariato
nel
Invece dovremmo
cercare le risorse di comunità. Io mi permetto sempre di consigliare i miei
amici, anche se nella mia realtà sono una voce poco seguita, sul fatto che in
queste realtà in cui si opera con i disabili, i matti, gli extracomunitari,
il lavoro non può perdere di vista il
contatto con la povertà e con la risposta al bisogno.
Volevo raccontarvi una
favola del teologo Gianno Rodari. Rodari non è un teologo ma, negli scrittori,
così come in tutte le persone, si possono vedere in quello che scrivono dei
barlumi di Dio. Il titolo: “Giovannino, il bambino distratto”. Giovannino è un
bambino distratto; esce di casa e, uscendo, per distrazione mentre fa una cosa
perde un braccio; si distrae perché ha visto una cosa bella, oppure si ferma
davanti ad una vetrina, poi si volta, vede un cane che scodinzola, e perde un
orecchio. Poi perde anche una gamba. Poco alla volta perde per strada vari
pezzi e il droghiere , l’infermiere, il commerciante, tutti quelli che lo
conoscono, raccolgono questi pezzi e li portano alla mamma, per cui Giovannino,
quando finalmente la sera si ricorda che deve tornare a casa, trova la mamma
che lo accoglie e che dice:” Giovannino,
ecco qua tutti quanti i tuoi pezzi, come al solito sei stato distratto, hai
perso tutti i pezzi per strada. Non ti preoccupare, adesso ti ricompongo e ti
voglio sempre molto bene”. Non c’è il finale, Rodari lascia la favola così, un
po’ in sospeso. L’interpretazione che solitamente si dà è: chi siamo noi? Noi
siamo la mamma e siamo il quartiere, la comunità che accoglie questo ragazzo.
C’è bisogno che una
comunità responsabile, non solo la famiglia, si faccia carico di questo bambino
distratto, si faccia carico di un barbone, di una prostituta, di una persona in
difficoltà. Il contributo di tutti, non solamente dei professionisti sociali,
non solamente della famiglia, non solamente delle istituzioni: con il
contributo della comunità e della società si da la possibilità ad una persona
di ricomporsi.
A proposito del
ragionamento di stamattina e di oggi pomeriggio, io invito me stesso e anche
voi a metterci nei panni di Giovannino, perché anche noi, andando per strada,
nelle vicende della vita, perdiamo i pezzi per strada. Io, ad esempio, quando
sono uscito la prima volta da casa, avevo 18-20 anni, ho cominciato a fare
questa esperienza e mi sono poi dimenticato di tornare a casa. Immagino sempre
casa mia come era 30 anni fa’, con il tavolo da disegno, i libri aperti sul
tavolo, così come sono rimasti. Quindi anche a noi capita di fare mille cose e
di perdere pezzi per strada, mentre facciamo queste cose. Mi auguro che questo
convegno sia l’occasione per recuperare reciprocamente i nostri pezzi, per
ricomporci come gruppo e comunità, per dare una risposta ai bisogni dei
ragazzi.
Il Gruppo
“La Tenda” è formato da:

Franco Battista, Torre Angela Roma
Francesco Cagnetti, Monteverde Roma
Tina Castrogiovanni, Ostia Nuova Roma
Lorenzo D’Amico, Torre
Angela Roma
Maurizio Firmani, Monteverde
Roma
Chiara Flamini, Torre
Angela Roma
Alessia Galici, Ostia
Nuova Roma
Maria Dominica Giuliani, Aurelio-Boccea Roma
Luigi Mochi Sismondi, Torre Angela Roma
Liliana Ninchi, Ostia
Nuova Roma
Marco Noli, Ostia
Nuova Roma
Solange Perruccio, Monteverde Roma
Umberto Sansovini, Ostia Nuova Roma
Gianfranco Solinas, Martina Franca
Taranto
Antonella Soressi, Ostia Nuova Roma
Micaela Soressi, Ostia
Nuova Roma
Daniele Trecca Ostia
Nuova Roma