


Cari
amici,
in
questa lettera continuiamo la pubblicazione dei testi del Convegno “I poveri e la chiesa” che, come sapete, si
è svolto presso la Parrocchia dei SS.
Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela Roma il 13 ottobre scorso.
Pubblichiamo
ora il commento al documento che il Cardinale Lercaro consegnò a Paolo VI che
Ghislain Lafont ha svolto durante il Convegno e il piccolo dibattito che ne è
seguito, con le sue conclusioni.
(Ghislain Lafont è monaco e teologo, dell’Abbazia de “La Pierre-qui-vire” in
Francia, ha insegnato in molte università tra cui la Gregoriana e S. Anselmo a
Roma, attualmente è procuratore a Roma per l’Ordine Benedettino Sublacense. Ha
scritto tra l’altro: ” Dio, il tempo e l’essere”, “Storia teologica della
Chiesa Cattolica”, “Immagine della Chiesa Cattolica”)
E’ questo un testo
particolarmente ricco, ma, come a volte
capita per le cose più importanti, di facile lettura. Ne anticipiamo in questa
pagina alcune frasi:
“Anzi tutto, l’intuizione mistica, per così
dire, della povertà nel Vangelo, intuizione dunque di Gesù povero e del fatto
che questa povertà, che caratterizza il mistero di Gesù, deve essere anche la
caratteristica della Chiesa… A
tale intuizione positiva, fa seguito, nell’introduzione del testo, una
considerazione un po’ rattristata, cioè che la chiesa concretamente non ha
ancora capito perfettamente questa realtà di Gesù, e sia sul piano teorico sia
sul piano della vita pratica non vive questa povertà di Gesù, e che forse la
chiesa dovrebbe lottare contro una situazione della società che non ha niente a
che fare con il Vangelo…
Lercaro dice che non si può parlare di
attenuare l’opulenza con elementi che permetterebbero di restaurare un certo
equilibrio, più o meno. No. Il divario è assoluto. Non si può lavorare a un
risanamento della società opulenta, che potrebbe diventare una società più o
meno aperta a tutti. Dice che la società opulenta è la degradazione dello
sviluppo umano globale come universalità. Perché? Perché, essendo privilegiata,
cerca di difendere i suoi privilegi.”
Nota di servizio:
come già abbiamo scritto queste lettere dedicate agli Atti del Convegno “I
poveri e la chiesa” ci servono anche come test per l’indirizzario sia postale
che elettronico, per cui invitiamo chi riceve questi testi a darci un segno di
gradimento. Dal n° 10 le lettere saranno spedite solo a chi ne avrà fatto
richiesta. Come già dicevamo chiediamo
in particolare alle Parrocchie che desiderano ricevere la nostra lettera di
mandarci un indirizzo mail funzionante o di avvertirci se quello con indirizzo
VicariatusUrbis è attivo.
Sommario della 7°
lettera:
1.
Analisi del
documento del Cardinale Lercaro di Ghislain Lafont
2. Domande a
Ghislain Lafont degli
intervenuti al Convegno
3. Risposte e
conclusioni di Ghislain Lafont
“Analisi del documento del Cardinale
Lercaro ”
di Ghislain Lafont
Mi è stato affidato il compito di presentarvi il
documento del Cardinale Lercaro Appunti
sul tema della povertà nella Chiesa. Se avessimo avuto il tempo, avrei
cercato di fare tre parti : la prima sarebbe la presentazione del
documento, ciò che farò adesso; dopo
forse una certa valutazione teologica del documento di per sé; poi, cosa
possiamo fare oggi di questo documento, quarantatre anni dopo la sua
pubblicazione, la sua “fabbricazione”, diciamo.
Faremo soltanto il primo punto. è il più facile. Le due altre parti
sarebbero più difficili, perché si deve capire che il ‘problema’, o il
‘mistero’ o la ‘questione’ della povertà si è sempre presentata nella Chiesa ed
è sempre stata molto difficile.
Pensiamo, ad esempio, al caso di Francesco: è molto vicino al caso di Pietro
Valdo. Ambedue avevano le stesse intuizioni. Uno si è man mano emarginato,
l’altro è rimasto nel seno della Chiesa. Pensavo anche a P. Gauthier, di cui si
è molto parlato al momento del Concilio : anche lui si è allontanato dalla
Chiesa, che voleva più serva e povera.. Ogni volta che noi entriamo in questo
problema, abbiamo, direi, la tentazione di fare una Chiesa un po’ parallela,
perché non è tanto facile allora di stabilire delle relazioni giuste con
Dunque, a livello teorico, e anche a livello pratico,
è una cosa molto difficile, delicata. Dobbiamo custodire le intuizioni
spirituali, nel senso forte della parola “spirituali”, e d’altra parte non
dobbiamo fare una seconda Chiesa. Questo per noi è una sfida.
Presentazione del documento
La struttura del documento, che avete quasi tutti
sotto gli occhi, si lascia facilmente vedere. Sono due parti: la prima dà alcuni
punti fermi di orientamento dottrinale sulla povertà ; la seconda parte
contiene alcuni suggerimenti pratici secondo una certa scadenza:
‘Immediatamente’ cioè al momento quando il cardinale scrive; ‘dopo il
Concilio’, senza lasciare un troppo grande intervallo ; ‘a più lungo termine’,
ma non così lungo che si dimentica di continuare. Poi c’è una breve
conclusione. E tutto questo è preceduto da una introduzione, sulla quale
comincio a dire qualcosa.
L’introduzione
L’introduzione è l’espressione di due sentimenti. Anzi
tutto, l’intuizione mistica, per così dire, della povertà nel Vangelo, in
secondo luogo però, la constatazione che troppo spesso lasciamo perdere tale
intuizione nel comportamento concreto della Chiesa. Intuizione dunque di Gesù
povero e del fatto che questa povertà, che caratterizza il mistero di Gesù,
deve essere anche la caratteristica della Chiesa. Dico “intuizione mistica”
perché si tratta di una contemplazione di Gesù Cristo che è stata fatta dalla
Chiesa in diversi tempi, ma forse di più da, diciamo, cento, cento cinquanta
anni. C’è un nome che non è stato detto,
mi sembra, nelle relazioni previe, quello di Charles de Foucauld. Penso che lui
è una persona che ha veramente voluto vivere come Cristo povero, Cristo
annientato, Cristo il carpentiere di Nazareth, e mi sembra che l’influsso di
Charles de Foucauld è stato determinante nella chiesa contemporanea. Si
potrebbe parlare qui delle Piccole Sorelle e dei Piccoli Fratelli di Gesù, che
non sono una fondazione di Charles de Foucauld, ma si ispirano molto a lui, e
hanno avuto, mi sembra, la pratica giusta. Loro sono forse i soli che hanno,
almeno per il momento, evitato l’arricchimento che sembra quasi inevitabile per
i religiosi. I religiosi cominciano sempre poveri e man mano finiscono ricchi!
L’intuizione del Padre de Foucauld su Gesù povero si esprime nella sua formula:
“Gesù ha tanto amato l’ultimo posto che nessuno ha potuto rapirlo a lui”. Ora
questa intuizione l’abbiamo anche noi in una certa misura. Mi sembra che tutti
i nostri discorsi suppongono da parte nostra una contemplazione, ma prima di
tutto una grazia, che forse non è data a
tutti nella stessa maniera, ma sopravviene a un momento all’altro della vita:
una contemplazione della figura di Gesù povero.
Il cardinale Martini ha fatto all’inizio del volume degli Atti del Sinodo di Milano,
dieci, quindici anni fa, una bella analisi della Chiesa, che è centrata sulla
figura dell’agnello. Gesù come agnello, ma l’agnello immolato, l’agnello
povero. Dunque, questa è l’intuizione di Charles de Foucauld, che è stata anche
quella di tanti nella chiesa del secolo passato, quella anche dei vescovi
Camara e Romero. Per cui, Gesù è povero, non soltanto a livello del denaro, ma
manifesta una povertà forse ancora più profonda: la povertà non sarebbe come
una certa definizione di Gesù? E’ tanto rivoluzionario che se veramente la
povertà fosse una definizione di Gesù, sarebbe ancora una definizione di Dio.
In questo senso, parlare della povertà e dunque, come dire, parlare di povertà
è forse un terremoto per tutta la teologia, la spiritualità e la pratica della
Chiesa.
A tale intuizione positiva, fa seguito,
nell’introduzione del testo, una considerazione un po’ rattristata, cioè che la
chiesa concretamente non ha ancora capito perfettamente questa realtà di Gesù,
e sia sul piano teorico sia sul piano della vita pratica non vive questa
povertà di Gesù, e che forse la chiesa dovrebbe lottare contro una situazione
della società che non ha niente a che fare
con il Vangelo. Dunque, povertà di Gesù è esigenza per la chiesa di
trovare non soltanto una spiritualità, nel senso un po’ basso della parola, ma
una pratica, una condizione, una trasformazione in una chiesa povera.
Realismo della povertà
Apro qui una piccola parentesi per dire come io sento
le cose. Si è molto parlato durante il Concilio della “Chiesa serva e povera”,
era un po’ la definizione. Io appartengo alla chiesa di Francia, che grazie a
Dio comincia a essere serva e povera, forse non soltanto a livello del denaro,
ma a livello di una povertà generale. Abbiamo pochi preti, il che ci conduce a
purificare un po’ l’istituzione, a trovare altri cammini, e forse a dare
nascita ad un altro tipo di preti. Abbiamo anche dei problemi di denaro a
livello ecclesiale. Dato che la popolazione praticante diminuisce, c’è meno
denaro, al punto che certe diocesi sono più o meno in rosso. Al livello
dell’opinione pubblica, nei giornali si parla
pochissimo della chiesa. Non c’è disprezzo, è peggio :
Ritorniamo
a Lercaro. L’intuizione spirituale è dunque di Cristo povero, il Cristo di
Matteo 11, 25, che dobbiamo condividere. Dobbiamo chiedere a Dio di darci
questa intuizione, di conoscere Cristo anche a questo livello, con la magnifica
intuizione di Paolo nella lettera ai Filippesi : “conoscerlo, la potenza della
sua Risurrezione e la comunione alle sue sofferenze”. Questo è fondamentale.
La società opulenta e il suo contrario
Dopo l’introduzione, la prima parte tratta i punti
dottrinali. Mi sembra che Lercaro fa una opposizione tra la “società opulenta”,
che è la nostra, e la società che dovremmo iniziare, che dovremmo promuovere.
Il suo modo di procedere è piuttosto polemico, nel senso (‘polemos’ significa
guerra), che c’invita a rovesciare un idolo e far sorgere altra cosa. Lercaro
però non definisce questa società opulenta; si potrebbe dire che non c’è
bisogno di una definizione, basta aprire gli occhi. ? E’ vero, però una
definizione aiuta a situare un po’ i valori. Comunque Lercaro la mette in
contrasto con il modello ideale che lui propone : “nella società opulenta abita
una chiusura che preclude in radice la possibilità di un universalismo
coerente, di essere e di apparire a tutti come rispettoso della dignità e della
sostanziale parità di diritto per ogni uomo, per ogni popolo e ai beni della
creazione”. Dunque, l’ideale che si oppone alla società opulenta è un
universalismo coerente, che permette a ciascuno di avere, diciamo, parte alla
dignità normale, media, per così dire, dell’uomo, una sostanzialità di diritto
per ogni uomo ai beni della creazione, beni materiali o ancora beni culturali,
beni spirituali. Dietro l’attacco alla società opulenta c’è dunque il profilo
di una società ideale, nella quale tutti, universalismo, sarebbero in grado di
approfittare e di lavorare, a tutti i beni della creazione. Questo è l’elemento
positivo che ho trovato in questo testo. L’elemento negativo è ugualmente forte
: Lercaro dice che non si può parlare di attenuare l’opulenza con elementi che
permetterebbero di restaurare un certo equilibrio, più o meno. No. Il divario è
assoluto.
Non
si può lavorare a un risanamento della società opulenta, che potrebbe diventare
una società più o meno aperta a tutti. Per cui non si può metterle una benda e
sanare le ferite, perché è totalmente corrotta, in un certo senso. Dice che la
società opulenta è la degradazione dello sviluppo umano globale come
universalità. Perché? Perché, essendo privilegiata, cerca di difendere i suoi
privilegi. Il testo utilizza diverse parole, tipo ‘autarchia’,
‘autoaffermazione’, ‘autogiustificazione sistematica’. Io vorrei insistere
sull’espressione “auto”. Auto
significa se stesso, io... è vero, perché se sono opulento, e gli altri non lo
sono, io devo difendere la mia opulenza. Ma siamo tutti così, no? Dal momento
che abbiamo una piccola cosa, la difendiamo, un po’. Dunque, direi che la
società opulenta porta all’estremo questa tentazione che abbiamo di essere
persone “auto”: io, io. Autogiustificazione, e direi relazioni esclusive tra le
persone “auto”, che difendono insieme i loro diritti. E questo in un certo
senso è un elemento perverso, perché forse se per caso vorrei io fare qualcosa
di giusto, visto che sono legato agli altri, non lo potrei : non si può
prendere una strada se gli altri non vengono con me. Dunque l’uomo “auto” è
anche prigioniero di tutte le persone che sono insieme a lui. Un uomo opulento,
una società opulenta; e non siamo liberi di fronte alla società opulenta alla
quale apparteniamo, perché è un tutto che difende i suoi privilegi.
La perdita del senso religioso
Qui, si può aggiungere una considerazione che si trova
in un altro documento : una conferenza fatta in Jounièh, penso che è in Libano,
sulla povertà nella Chiesa. Ivi dice che la conseguenza di questa società opulenta
è la perdita del senso religioso dell’uomo, perché l’uomo che è totalmente
centrato sul possesso di beni, di ogni tipo, a cominciare dai beni materiali, è
chiuso su se stesso, è autarchico, autoaffermante, e dunque si chiude a ogni
trascendenza, non ha più bisogno di sacro. E lui dice: è una irreligiosità
ancora più grande dell’ateismo-marxismo, perché è la scomparsa assoluta del
divino. E mi sembra che questo, di fatto, quando guardiamo in modo attento, è
veramente il caso della società opulentissima nella quale siamo, perché oggi
non siamo più la società opulenta di Lercaro, siamo la società opulentissima. E
veramente, non c’è più posto per Dio. Dio è, mi sembra completamente
inesistente, al livello delle istituzioni, della parola; non abbiamo niente a che fare con lui. L’idea
stessa di Dio non c’è, perché siamo opulentissimi, dunque abbiamo un totale;
opulentissimo significa il tutto, il totale, e più ho un totale di beni, meno
c’è apertura. E non c’è più neanche il senso di un’apertura possibile. Su
questo punto Lercaro è molto forte, molto forte. Lui pensa che la perdita del
senso spirituale è il difetto fortissimo della società moderna. Mi ricordo la
prima volta che ho incontrato il cardinale Silvestrini, mi ha detto anche lui
che il liberalismo aveva fatto più torto alla Chiesa che non il marxismo : almeno il marxismo era, anche se falso, un
certo vangelo, una certa speranza, un certo ideale. Nel liberalismo: non c’è
più niente. Il sacro non ha più posto. E io trovo che veramente siamo senza parole
di fronte a questa inesistenza di Dio nel mondo contemporaneo. Tale era anche
il sentimento di Lercaro: dice, (questa è la sua espressione) “peggio del
paganesimo primitivo”, perché il paganesimo primitivo almeno aveva degli dèi,
adesso non ci sono più. Ci sono, perché si idolatra il denaro, eccetera, ma non
è più il vero divino, sono dèi totalmente immanenti. Ecco, autolatria, dice,
chiusura ai fratelli, perché “auto”, autarchia, è contrario all’apertura, alla
differenza, all’altro. E quella descrizione del cardinale Lercaro è molto
forte, avrei voluto che desse un’analisi un po’ più sviluppata del perché,
come, da dove viene, come possiamo capire le strutture di questa società.
Proposte positive
Quale sarebbe allora l’ideale e la realtà da opporre a questa società
opulenta, nell’autarchia, nella chiusura ai fratelli e nella chiusura al divino
e alla trascendenza ? Qui dice una cosa negativa e delle cose positive. La cosa
negativa, l’aveva già detto: non si può lavorare dentro la società opulenta. E’
molto forte : Non pretendete di mettere una certa moderazione in questa
società, moderarla: è troppo opulenta, troppo squilibrata. Non cercate degli
elementi per equilibrare questa società. Non lavorate in questa società
sperando di migliorarla, non è possibile. E’ intrinsecamente perversa nel senso
nel quale Pio XI diceva che il marxismo era intrinsecamente perverso! Lercaro
parla allora più volte di ‘rovesciamento’, bisogna rovesciare questa società.
In fatti,bisogna riconoscere che
Si tratta dunque di rovesciare, mettersi nella mente e
nel cuore “dobbiamo rovesciare” ma per ritrovare la vera povertà. Lercaro però
è consapevole che non si può rovesciare immediatamente, in un colpo, ma è possibile lavorare a un rovesciamento, di capire che si
tratta di cosa nostra: rovesciarci. Non rovesciare la società opulenta, che
sarebbe rovesciar-li, ma rovesciar-ci, noi, perché siamo dentro. Ad esempio,
penso che la maggioranza di voi avete forse una carta bancaria, dunque un
‘denaro virtuale’ nella tasca. E’ diventato quasi necessario : non si può non
fare così, perché non avere una carta bancaria non è molto comodo oggi, perché
tante cose si pagano così. Se voglio comprare un volo, perché questo mi capita,
anche un volo low cost, che non costa molto, va bene, posso unicamente farlo
tramite internet, dunque devo primo avere un internet, e secondo pagare con la
carta bancaria. Bisogna rovesciare… C’è da dire che non sono delle proposte
gentili, è che non è soltanto per gli altri quello che il cardinale dice. Ma
come fare ?
Dunque, rovesciare. E per questo rimettere al centro
della nostra missione e della nostra teologia il mistero di Cristo crocefisso.
Una teologia basata sul mistero di Cristo crocefisso: rimettere tutta la
questione alla luce della croce di Cristo. Dunque, riformare la cristologia.
Questa, quando eravamo più giovani, era centrata sull’incarnazione del Verbo di
Dio, una cristologia dell’incarnazione, insistendo molto su “il Figlio di Dio
si è incarnato”. Cristologia dell’incarnazione, con insistenza sulla divinità.
La croce veniva “perché abbiamo molto peccato”: è morto per i nostri peccati.
Dunque, il figlio di Dio e i peccati dell’uomo, il figlio di Dio incarnato e la
redenzione mediante il sangue di Cristo. E questo rimane ancora il modo
abituale di pensare il cristianesimo nella mentalità della gente. Lercaro
propone di andare più avanti: la croce di Cristo sarebbe, diciamo, la chiave
d’intelligenza di Gesù. Capirlo prima di tutto come morto e risorto: il mistero
pasquale come centro della cristologia. Questa proposta che non era Lercaro
l’unico a fare, si è sviluppata negli anni successivi, adesso mi sembra che
cominciamo veramente a pensare la cristologia sulla base della croce e della
resurrezione. Il che pone delle domande non facili da rispondere sulla
incarnazione: come era veramente figlio di Dio quest’uomo che è morto e
risorto? “Per comprendere, scrive Lercaro, il momento attuale e la funzione non
di perfezionamento soltanto, ma di salvezza simpliciter, storica oltre che
metastorica, che può esercitare oggi la povertà evangelica, occorre reinserire
e reintegrare la povertà stessa nel quadro complessivo di tutta la storia della
salvezza e particolarmente in rapporto al punto nodale di questa storia, cioè
la croce di Cristo” (vedi La Tenda n° 6 pag. 4, 5 3 6). Il punto nodale della storia della salvezza è
la croce di Cristo. Si potrebbe dire: Chi parla, Lercaro o Lutero? Per dire che
se si legge un po’ con una certa cultura teologica, si vede che questo
documento è esplosivo, anche a livello teologico.
Dunque rifare la cristologia: per rovesciare l’opulenza e ritrovare il senso del sacro,
rimettere tutta la storia e dunque la povertà o la ricchezza alla luce della
croce di Cristo, diciamo del mistero pasquale. Poi, un’altro elemento: fare uno
studio in profondità della beatitudine dei poveri, che è la prima nei due vangeli.
Ma voi sapete che l’espressione di Matteo è più generale, “beati i poveri in
spirito”, dunque lo spirito contro la carne, ma in maniera forse generale.
Invece in Luca la povertà è veramente la
povertà critica: non avere niente. Le quattro beatitudini di Luca sono molto
concrete: “beati i poveri che non hanno niente”, coloro che piangono,
realmente, perché soffrono realmente. Allora non prendere queste cose in un
modo solamente spirituale, ma ritrovare il senso della povertà evangelica
reale.
Alla società opulenta Lercaro non oppone
immediatamente un altro tipo di società non opulenta, perché lui non sa che
cosa è, e neanche noi. Ma indica i criteri per stabilire questa società anche a
livello sociologico, che sarebbe di ritrovare il senso fondatore della croce di
Cristo e della beatitudine dei poveri. Secondo me questo apre un campo molto
difficile perché la povertà è il denaro, concretamente. Ora, tutti noi abbiamo
bisogno di denaro, no? E dunque si deve fare una
teoria
del denaro non soltanto negativo, come sarebbe una cosa facile, ma: che cos’é
un denaro povero? La domanda è facile, la risposta è difficile.
Suggerimenti
La seconda parte mi sembra molto interessante, perché
lui propone, - e qui si vede che non è un teologo a livello tecnico, diciamo,
ma è anche un pastore - di fare dei piccoli passi.
1. Il primo immediato,
per lui, dei piccoli passi sarebbe per i vescovi : diventare veramente dei
vescovi e non dei signori. Propone dunque di rinunciare ai titoli ‘eccellenza,
eminenza, eminenza reverendissima’: l’abbandono dei titoli aulici, l’uso di
segni comprensibili, un tenore di vita semplice. Questo non è niente? E’
qualcosa. Quando un vescovo è chiamato abitualmente ‘padre’, man mano si
percepisce come un padre, quando si dice eccellenza, man mano si prende come
un’eccellenza. Le parole non sono neutrali, dunque era un piccolo passo, ma era
un passo.
Primo elemento, dunque, è semplificare, perché le
vesti, i nomi, la parola sono delle cose umane e profonde. Dimmi come sei
vestito e ti dirò chi sei. Dimmi i nomi con i quali tu sei chiamato e ti dirò
chi sei. E questo era il primo punto. L’idea era che facendo così, man mano si
cambia la mentalità e dunque si cambiano anche gli atteggiamenti concreti.
2. Il secondo
punto, seconda fase, per tutti i fedeli. Interessante perché quando parla a
tutti i fedeli, parla a tutti i fedeli direi piccolo-borghesi che siamo tutti
noi. Chi sono coloro che vanno in chiesa? Sono i piccoli borghesi, o grandi
borghesi, ma sono borghesi, comunque, almeno negli anni Quaranta. Come diceva,
con un’altra parola, mi sembra Romero, quando si racconta la vita di uno: “era
povero, però buon cattolico”. ‘Però’
era nel modo di scrivere le leggende dei santi. Dunque povero vuol dire non
cattolico, non buono,... ‘però’ era di una buona famiglia!… Lercaro allora dice a questi borghesi, che
erano forse la massa della chiesa a quell’epoca, al suo tempo, di ritrovare
mediante dei mezzi liturgici nuovi modi di fare, per una trasformazione delle
pratiche di penitenza; ritrovare man mano il senso della povertà e del legame
tra tutti i cristiani a questo livello. Ridare a tutti i cristiani il senso un
po’ reale di cosa significa essere cristiani, ritrovare nella vita concreta una
certa austerità che man mano renderà più sensibili al mistero della povertà. Ci
sono state tante discussioni ad esempio sul digiuno; si è detto che il digiuno non è soltanto non
mangiare carne il venerdì ecc., il digiuno invece è l’aspetto “negativo” della
carità: per poter dare tu devi digiunare, tu devi dare ciò che hai, dunque
digiuno come attenzione al prossimo, dargli le cose che tu hai e quindi
privarti di queste cose. Quindi la trasformazione dell’ascesi nel senso della
condivisione con gli altri.
3. Il terzo tempo, e lui dice in una fase successiva,
ma non troppo, dopo la chiusura del concilio: una rivoluzione teologica
ecclesiale, quella di cui ho parlato prima: che si compiano realmente gli
approfondimenti dottrinali necessari. Ricentrare tutta la teologia sulla croce
e
Dunque, il magistero, i vescovi, i sacerdoti, i
religiosi e il popolo cristiano: riproporre per ciascuna categoria un modo
nuovo di vivere e, in questo senso, suscitare un’altra struttura ecclesiale.
Ho scritto, e mi scuso di fare allusione a me stesso ma
è forse più semplice, ho scritto un
libro che si chiama “Immaginare
Abbiamo nei documenti del Concilio dei pezzi di
affermazioni:
Ecco questa è dunque la presentazione del documento.
Rimarrebbe da vedere: 42 anni dopo, quale è il suo significato, cosa è stata fatta, come
riprendere il lavoro ?
Gianfranco
Solinas: abbiamo uno spazio di
dibattito e domande ai relatori, poi interverrà ancora Ghislain.
Marcello Vigli: Sono Marcello Vigli, del gruppo romano delle
comunità cristiane di base. Vi ringrazio innanzitutto dell’iniziativa perché mi
sembra che, nel deserto romano, rappresenti un po’ di luce in questo momento. E
vi porto il saluto della segreteria nazionale delle comunità di base, che ha
già mandato per e-mail un saluto, ma che per i soliti drammi telematici non è
arrivato. Rosario Carli che è a Milano e
che è appunto responsabile della nostra segreteria nazionale mi ha detto, se tu
vai, porta il saluto delle comunità di base.
E poi c’è la mia, di presenza. Dunque, con gli amici
de “La Tenda2 abbiamo fatto molta strada insieme. Virgilio Maccone, che forse
qualcuno di voi ricorda tra i fondatori de “La Tenda”, è stato il responsabile
finanziario e per la stampa del primo bollettino romano delle comunità di base,
quando le comunità di base a Roma erano circa una ventina. Poi si sono
assottigliate, come sempre succede, ed oggi siamo rimasti in pochi. Però, mi
interessava intervenire nella impostazione data sia da Solinas sia da Cagnetti
quando accennavano all’idea che c’è una realtà di cristiani poveri, che praticano
la povertà, portano avanti l’esperienza che abbiamo sentito adesso, e quelle
che sentirete dopo lo stanno a testimoniare, che ci fanno dire che
effettivamente il messaggio conciliare si è in gran parte realizzato. Ma poi
c’è invece quella che Nicolino Barra, una volta che ci trovammo a parlarne,
chiamava la chiesa parlata. Quando cercammo di capirci in che cosa si
differenziava, lui disse: “Senti, Marcello. C’è il calcio giocato e il calcio
parlato. Il calcio parlato è quello che in televisione o nei bar dal lunedì al
sabato trova la gente a discutere su come sono andate le partite. E poi c’è
quello che gioca. A me della chiesa parlata interessa poco”. Ecco, io penso che
invece noi, che bene o male siamo nella base della chiesa, nella realtà delle parrocchie, come disse quel libro di Marco Politi di
qualche anno fa, in cui ha dimostrato che in Italia c’è una realtà ecclesiale
vivacissima, sul piano assistenziale, sul piano dell’impegno sociale, sul piano
dell’impegno culturale, viviamo realtà delle quali non filtra nulla al livello
delle gerarchie. Ecco, io penso che quelli che operano a dimensione di base,
debbono anche sentirsi responsabili della chiesa che invece appare sui
giornali, per cui quando si parla di chiesa a chi si pensa? A Ruini, a Betori,
magari anche a Bagnasco, al Papa, e a questa realtà si guarda con una certa
indifferenza. E io con altri mi trovo spesso a muovermi sul piano della
battaglia per la laicità delle istituzioni con altre organizzazioni non
cristiane. Bene, e mi guardano con una certa sufficienza: sì, tu dici queste
cose, ma intanto la tua chiesa fa ben altro. E se stiamo seguendo in questi
giorni, in qualche modo, una molto strumentale campagna sulla ricchezza della
chiesa, ci rendiamo conto di come effettivamente spesso l’idea che ci sia una
chiesa povera di fronte a una chiesa ricca sia uno degli interrogativi che
spesso l’opinione pubblica si pone. Che rapporto c’è fra questa chiesa reale e
la chiesa ufficiale? Ci contentiamo di sapere che in Francia la chiesa reale se
ne infischia della chiesa ufficiale o in Italia abbiamo una responsabilità,
dato che all’Italia si guarda, perché in Italia c’è la sede del papato? Grazie.
Franca
Travaglino: Io vorrei fare una
domanda molto semplice che potrebbe essere anche banale, o dipende dal fatto
che io mi confronto con una realtà differente. Vorrei che mi fosse chiarito che
cosa si intende per evangelizzazione dei poveri.
Chiara
Flamini: La risposta alla domanda
di Franca è troppo difficile, ma mi ha fatto venire in mente un rovesciamento,
cioè quanto il povero Gesù ci evangelizza e quanto noi siamo evangelizzati dai
poveri, oppure quanto noi poveri, tra
noi ci evangelizziamo condividendo la nostra esperienza.
Luciano
Mariani: Io volevo dire solamente
una cosa. Tu hai detto che il documento è esplosivo e io ripeto quello che già
ci siamo detti prima, che dal 1964 come esplosione siamo andati un po’
maluccio. E un’altra cosa che dicevi, sul fatto della Francia. Sul fatto della
Francia, è differente da quello che capita in Italia proprio per quello che
diceva prima l’amico, che noi abbiamo la sede, non dico la santa, dico la sede,
mentre in Francia e in Spagna questo non avviene. La mia domanda è questa. Un
domani che riusciremo a liberarci da questa catena che ci opprime e che a me, per
esempio, mi dispiace dirlo in pubblico, ma è la realtà, molti amici lo sanno,
mi fa perdere la speranza, se posso sperare in un futuro come la Francia, la
Spagna e tante altre nazioni. Grazie.
Giampiero
Forcesi: Due cose volevo dire: una, siccome mi è
capitato tanto tempo fa di studiare per una tesi di laurea proprio il cardinal
Lercaro, volevo riferire questo, perché mi ha colpito molto quando lo studiavo
e anche adesso. Lui, quando è arrivato a Bologna come vescovo, veniva da una
diocesi più piccola dell’Emilia, era un vescovo-signore, proprio un vescovo-re,
si potrebbe dire. La macchina andava avanti con poliziotti, con motociclette,
con la macchina dietro, era così, i primi anni. Ha fatto tutta la sua battaglia
contro il comunismo di Bologna e in una maniera, in una contrapposizione
fortissima. Certamente l’amicizia vera, profonda con Dossetti lo ha, come dire,
penso aiutato in un percorso, in una evoluzione che è sua, tutta sua, della sua
persona, ma certamente la vicinanza di Rossetti lo ha aiutato molto. E anche
questi documenti di Lercaro, per lo studio che ho fatto io, devono moltissimo
alla personalità e alla radicalità di Dossetti. Ma, detto questo, resta il
problema dell’amicizia tra queste due persone, insondabile, secondo me, sino
alla fine non si riesce a distinguere ciò che è di uno e ciò che è dell’altro,
come dire. Ma volevo dire una piccola considerazione; il padre diceva prima la
povertà come virtù o l’impegno per i poveri. Queste due dimensioni.
Io credo che
nell’esperienza che ho fatto io, per esempio di impegno personale, se
sottolineiamo di più l’impegno per i poveri, che pure, è difficile dire, ma
insomma che ha una concretezza enorme, un’importanza fondamentale, però,
diciamo, se nell’esperienza nostra non riusciamo ad accompagnarlo con una
dimensione personale o di gruppo, di una piccola comunità, di beatitudine della
povertà, cioè dell’esser poveri, del tentare… è difficile, è difficile, è
difficile, ma per mille motivi è difficile, ma se non è un’esperienza personale
si isterilisce. Molta teologia della liberazione, per esempio, che noi abbiamo
vissuta un po’ più da lontano, perché non abbiamo molto praticato la teologia
della liberazione in Italia, però l’abbiamo, come dire, condivisa, sostenuta,
abbiamo letto i libri, li abbiamo diffusi, eccetera, però io personalmente ho
sentito come un girare su se stessa di una certa teologia, cioè, troppo, anche
quella politicizzazione, che poi è importante la politica, perché dobbiamo
cambiare il mondo, la società, però se non si rende vivo e con una dimensione
spirituale, una caratura spirituale forte il discorso per i poveri attraverso
una condivisione, una vita povera di ciascuno, lo sforzo di ciascuno di essere,
non si passa, non cresce una chiesa diversa. Non è soltanto l’impegno per i poveri
che può cambiare, ma è una riflessione sull’esser credenti, è comunque una
dimensione molto personale di vita più aperta alla preghiera, al mistero, e in
questo senso accompagnare la vita dei poveri, altrimenti così è tanto difficile
cambiare.
Lorenzo
D’Amico: Volevo chiedere a
Ghislain se è possibile riprendere in mano il terzo punto, che non ha potuto
sviluppare: che cos’è oggi, l’oggi come ci interroga su questo tema e
giustamente Ghislain diceva, questo aspetto qui avrebbe bisogno per lo meno di una
giornata. Però qualcosa, ecco, qualche punto, qualche sollecitazione di
ricerca, questo sarebbe, secondo me, utile. E la seconda domanda a Ghislain in quanto monaco: un aiuto a
trovare una risposta, perché c’è un atteggiamento, di fronte a un problema
nuovo che è importante, che ci interroga, potrebbe esserci una risposta dicendo
“ma io ormai ho tutte le idee chiare, non ho bisogno di rimettere in
discussione nulla”, e noi sappiamo che poi è la morte della ricerca. Sulla sponda opposta invece, troviamo persone
che dopo anni di interrogativi, dopo anni di vita di condivisione, a un certo
punto si sentono come alle corde, con le braccia appoggiate sulle corde in
preda all’avversario che colpisce e ci si arrende, si perde la capacità di
perseverare in un cammino che invece è quello giusto. Allora, che cosa ci può
aiutare nel vincere la nostra rigidità, la nostra durezza, la nostra sapienza
definitiva, da una parte, e che cosa ci aiuta a perseverare quando capiamo che
la strada è proprio quella giusta.
(xxx): Volevo solo aggiungere rispetto ad un’osservazione
che è stata fatta, due dati della mia piccola esperienza. La prima è quella
della chiesa inglese, parlavo una decina di anni fa con un amico sacerdote, mi
raccontava come era stato nominato il primate inglese, quello che adesso sta
per andare in pensione, Williams. Dopo una larghissima consultazione del clero
e di tutto il laicato, i tre nomi sono venuti a Roma e Roma li ha accettati.
Voglio aumentare qualche motivo di speranza. Questo è un dato, come dire, che
mi ha colpito molto, e mi colpisce rispetto a quel signore che diceva “ma
certo”. Un’altra cosa: recentemente parlavo con un’amica portoghese. Anche lì
sono rimasto letteralmente sorpreso, questa è freschissima, invece, lasciamo
stare il resto che non interessa, ma insomma le idee dell’episcopato sono
totalmente diverse, ecco, sono molto aperti. E allora io sono entrato in crisi:
con Roma come si fa? Ma non ho avuto ancora il coraggio di formulare
l’osservazione che adesso mi propongo di espletare. Penso che la chiesa è
universale, di per sé, e quindi incida, è una domanda che faccio al padre
Ghislain. Grazie.
Paolo
Rubeis: Ringrazio di questa
opportunità che mi avete dato. Ho seguito con molta attenzione le parole del
padre Lafont, sono rimasto un po’ preoccupato per alcune espressioni fatte
negli interventi quando si va a contestare in toto, anzi chiedere quasi come
una benedizione la scomparsa della chiesa ufficiale oppure altro. Perché,
attenzione, tutto quello che ci stiamo dicendo è tutto sacrosanto, a mio
parere, ma deve rimanere dentro la chiesa, con lo spirito di cambiare questa
chiesa, perché se no siamo fuori. Come ha detto il padre prima, Lutero, Valdo e
altri sono partiti da cose molto belle e importanti, e sono finiti dall’altra
parte. Quindi, credo che sia importante coltivare questo spirito, e in effetti
la chiesa istituzionale si è allontanata molto dai principi del vangelo, ma ora
rimaniamo dentro questa chiesa per cercare di cambiarla, non auguriamoci che
scompaia.
Luciano
Mariani: Non ho detto, scusi, che
la chiesa deve scomparire, io ho detto che c’è qualcosa che deve cambiare, cioè
ho parlato della Francia e della Spagna appunto perché lì la chiesa c’è, ma è
cambiato qualcosa.
Carlo
Travaglino: Prima di tutto io
penso che sarebbe molto opportuno chiarire un po’ i termini, perché
sinceramente io penso che teologicamente si rischia anche una confusione nella
comprensione di certe realtà, perché si sta parlando di chiesa, e i riferimenti
poi pratici sono alla gerarchia, sono alla struttura. La chiesa è una cosa, è
una realtà complessa, di cui la gerarchia fa parte. Ma quando parliamo di certe
devianze dal concilio, queste non riguardano la chiesa, questo riguarda la
gerarchia. Io ricordo che questa devianza è cominciata subito dopo il concilio.
Certo poi l’ha sviluppata Giovanni Paolo II e oggi la si sta portando a
compimento. Voi pensate che il famoso documento di Lercaro, firmato da 500
vescovi, dopo poco con Lercaro ne restarono 100, ci fu un’apostasia dal
documento di ben 400 vescovi, e non è poco questo. Si parlò della chiesa dei
poveri che era il sogno di Giovanni XXIII, che non fu capito. Io ricordo che in
quel tempo ero nella Consulta generale ed ebbi un contrasto con il vescovo
Nicodemo come membro della Consulta, vescovo di Bari. Rientrando a Roma,
durante una seduta della Consulta a Via della Conciliazione, io riferii in
Consulta questo contrasto sul tema conciliare anche della povertà, ma era delle
associazioni, dello stare insieme, della fraternità, eccetera, ricordo che mi mise
a tacere, Nicodemo, che io parlavo come membro della Consulta generale, che il
vescovo era lui e lui decideva le cose, Concilio o non Concilio. Ricordo che
durante questa assemblea il segretario della Consulta mi interruppe e mi disse:
devi capire, Carlo, che gli ultimi a capire il concilio e ad attuarlo saranno i
vescovi: Perché, Juan Arias, teologo spagnolo, mi spiegò che lo Spirito Santo
aveva lavorato molto nel Concilio, aveva faticato, e dovette addirittura
bloccare l’attività, la comprensione dei vescovi per portarli a firmare dei
documenti di cui non si rendevano conto. Si sono resi conto dopo, e hanno
cominciato a fermare il cammino di Giovanni XXIII. In quel tempo io, per
ragioni anche di servizio, dovevo seguire passo passo questi passaggi, e ricordo
come si cominciò subito a parlare della chiesa non più dei poveri, è una
sottigliezza, ma per i poveri, e fu la prima sottigliezza per minare le
fondamenta della tesi che aveva annunciato e dell’annuncio, anzi, di Giovanni
XXIII. E
poi
si passò alla chiesa per i poveri. E fu il primo stravolgimento. Poi arrivò don
Giussani. Sono piccoli episodi, ma significativi, e il suo movimento
studentesco, a parte che voleva minare il movimento studentesco dell’Azione
Cattolica, ma c’era già il concetto di comunione che si faceva strada, che
doveva sostituire quello dei poveri. Cioè, non più Chiesa dei poveri, ma Chiesa
comunione, comunione con chi? Con il potere. Cioè, praticamente, la spartizione
di vita con i poveri diventava obbedienza alla gerarchia. Oggi si sta portando
avanti questo concetto. Si sta recuperando il concetto di chiesa-comunione.
Io dico che questo convegno è veramente una grande
speranza e io personalmente ringrazio il Gruppo de La Tenda per averlo
organizzato. Perché questo è il convegno della chiesa, questa è la chiesa, che
fa emergere i veri valori che il Concilio ha tentato di annunciare e che altri,
che avrebbero dovuto sviluppare, hanno cercato di affossare. Però la speranza
c’è, perché questa chiesa dei poveri esiste. Il problema forse è come ampliare
questa chiesa dei poveri. Io vedo qui il n. 125 del documento che pone il
problema, cioè come fare per partecipare, per non partecipare alla società dei
pochi avvantaggiati e partecipare invece alla società dei molti esclusi. Questo
è il problema. Allora credo che bisognerebbe veramente insistere su questi
convegni, ma non per fare una chiesa parlata, come ha ricordato Marcello,
perché anche la gerarchia parla dell’attenzione ai poveri, ma quella è una
chiesa parlata, ma la chiesa reale è questa. Però bisogna moltiplicare queste
cose qui, perché c’è stato uno stravolgimento. La maggioranza del Concilio poi
è diventata minoranza, perché la maggioranza si è spostata. Cioè quello che il
Concilio voleva, oggi è presente nella minoranza della chiesa, una minoranza
che non fa chiasso, perché il chiasso lo fa più chi ha il coltello dalla parte
del manico, però non significa che non sia vita. Allora bisogna moltiplicare
questa vita, cercare di fare dei passi concreti, di smetterla con la chiesa
parlata, e io ricordo ancora quello che opportunamente, molto efficacemente ci
ha ricordato Marcello, di realizzare questa partecipazione alla società dei
molti esclusi, cercando di parteggiare meno per gli avvantaggiati. Noi abbiamo
visto che è possibile farlo.
Voi avete sentito il messaggio di Sara. E’
un’esperienza, quella, esperienza, non sono parole, quelle. Quella è traduzione
di una realtà di vita. Allora io mi domando, se questo lo possono fare delle
persone semplici, come Sara, dei malati, dei poveri, perché non possiamo farlo
anche noi? Bisogna darsi forse una mossa, come si dice solitamente, e c’è meno
paura di chi sta sulle poltrone e avere più amore per chi sta sulla sabbia.
Grazie.
Gianfranco
Solinas: Penso che anche il
concetto di comunione dovremmo riprecisare, perché è stato uno dei fondamenti
del cammino della Tenda, perché le parole poi vengono variamente declinate e
interpretate, ma la dimensione comunionale va poi riscoperta.
Maria
Dominica Giuliani: Gli interventi
mi hanno fatto venire in mente di comunicarvi una cosa. Questa estate con
alcuni del Gruppo Solidarietà Internazionale della nostra chiesetta di San
Leone a Largo Boccea siamo andati a Kinshasa per due settimane di campo di
lavoro e solidarietà. E oltre alle cose che abbiamo fatto, soprattutto che
abbiamo vissuto, la cosa bella che mi sono portata dietro è una grande
speranza, perché ho visto, anche dal punto di vista proprio della chiesa,
perché ho visto come in uno stato come la Repubblica Democratica del Congo, in
questi dieci anni terribili di guerra che ha vissuto, il ruolo della chiesa è
stato in mezzo alla gente, per rendere
ognuno consapevole del proprio diritto, di quello che era un discorso di pace,
a tal punto che, sì, abbiamo trovato una situazione molto disastrata, veramente
la peggiore come Paese che abbiamo visitato in questi anni, però ci siamo
portati a casa tutti quanti la sensazione di un popolo consapevole dei propri
diritti, consapevole di quello che sono le sue risorse, risorse di ricchezza,
ma anche di ricchezza personale. Questo, una parte di questo è stato un lavoro
condotto a livello capillare dalla chiesa, e anche la rete di comunicazione,
poiché le strade non ci sono più, passano attraverso l’osservazione attenta di
eventuali sconfinamenti di armati che arrivano, ha come capo il vescovo della
zona, che può rilanciare le notizie, l’unico che è forte per questo. E questa è
una cosa molto bella, perché veramente è una chiesa che vive in mezzo. L’ultima
nota che volevo fare è questa: a un nostro amico, vicario episcopale di
Kisangani, che ci raccontava, appunto dall’altra parte, le cose come avvengono,
una chiesa non tanto di missionari ma una chiesa locale che è viva, allora gli
abbiamo fatto come battuta: che ne pensi del documento che è uscito adesso per
il ripristino della messa in latino, cosa ne pensano i vescovi del Congo? Lui
ci ha guardato così e ha detto: quelli sono fatti dell’Europa.
Fedeltà alla Chiesa
Comincerò dall’intervento del signore che parlava
della fedeltà alla Chiesa. Ho detto nella mia relazione che non dobbiamo
comunque mai separarci dai nostri pastori: la differenza tra Valdo e Francesco
è che il secondo è rimasto nella chiesa ed è stato finalmente più efficace.
Dunque su questo punto non c'è discussione. Però la difficoltà concreta è molto
grande Si parlava di speranza… un aspetto della speranza, forse, in questo
tema, è di non lasciare questo legame né
mentalmente né concretamente perché siamo cristiani, cattolici, questo è
sicuro.
Evangelizzare : cosa è ?
Rispetto alla domanda della signora Franca: “cosa è
l’evangelizzazione dei poveri?”; mi ricordavo, ascoltandola, il titolo di un
libro di un sacerdote che appartiene a un istituto francese di evangelizzazione
dei poveri, che si chiama “figli della carità”; lui è andato in missione in
diversi paesi e poi ha scritto questo libro che si chiama: “I poveri mi hanno
evangelizzato”. Questo può essere una parte della risposta alla domanda: cosa è
il vangelo e cosa è allora evangelizzare? Più vado avanti nella mia vita che è
vicina alla sua conclusione e più penso che il vangelo si riassume in due
realtà: primo la persona di Gesù, conosciuta attraverso la lettura del vangelo,
la meditazione, la preghiera e la seconda sono i comandamenti del Signore,
cioè: amare Dio con tutte le nostre forze e il nostro cuore e amare il prossimo
come noi stessi; forse il più importante non è il primo ma il secondo perché
molte persone possono capire che l’altro
è portatore di diritti e possono allora darsi da fare per far rispettare questi
diritti senza aver precisamente una idea molto chiara su chi è Dio. Anche noi
forse non abbiamo una idea molto chiara su chi è Dio… io penso che più andiamo
avanti nella vita, più è oscuro questo fatto. Dunque in che senso i poveri
possono evangelizzarci? Perché stando tra loro vediamo cose stupende che
sono…evangeliche! Un esempio: mi è capitato di andare in Brasile anni fa ed ho
visitato una favela e una suora che mi guidava in questa favela mi diceva: “queste
donne sono stupende; quando una donna si mette con un ragazzo, il matrimonio
viene o non viene, ma comunque i figli vengono e quando ci sono 5 o 6 bambini,
il ragazzo, molto spesso disocuppato e incapace di nutrire la famiglia si
scoraggia e se ne va ; allora la donna resta sola con i suoi figli, senza
niente. Ebbene, quando per caso la ragazza riceve anche solo un litro di latte,
non so come o perché, la prima cosa che fa è chiamare la vicina che sta nella
sua stessa situazione e condividere quel litro di latte tra i suoi sei bambini
e quelli della vicina…togliere il latte ai suoi bambini per darlo a quelli
dell'altra mamma! Questa per me è una immagine della vita di Dio : Dio si dona
senza limite! E questo esempio è veramente estremo, togliere un po’ di cibo ai
propri bambini per darlo a quelli della vicina significa possedere una
intelligenza su cosa è l’umanità, cosa è l’essere umano dentro una povertà
enorme. Questo non è scritto sui giornali o neanche sul catechismo della chiesa
cattolica…ma sono realtà che si vivono! Io lo so perché quella suora me l’ha
detto e di questi casi ce ne sono tanti e ci evangelizzano perché io ad esempio
questo gesto non lo avrei fatto…noi siamo evangelizzati in questo senso; forse
in un luogo dove vivono i lebbrosi si vedono cose che non si vedono da nessuna
altra parte e allora se vogliamo annunciare Gesù Cristo dovremmo conoscere e
far conoscere Gesù Cristo che è già presente. Però non bisogna avere uno
sguardo ingenuo sulla povertà: il peccato si trova anche tra i poveri, non è
che i poveri sono tutti santi e i ricchi tutti egoisti, ci sono poveri anche
molto egoisti; per questo per me (e credo non solo per me) forse la causa
del nostro tempo è di avere capito,
forse come nessun tempo nel passato che è l’Amore il valore fondamentale…e
forse ci volevano duemila anni per capire questo…
Chi è Dio ?
Quando noi la domenica andiamo alla messa sentiamo il
sacerdote che dice: “Dio Onnipotente ed Eterno” e questo corrisponde ad una
certa visione di Dio: la potenza di Dio, l’eternità di Dio; questo è vero,
nessuna contestazione al riguardo. Però pur belle che siano (perché sono pezzi
di
teologia
meravigliosa) le collette della domenica hanno dietro una idea di Dio con
questo aspetto potente ed eterno, il massimo che poteva dire la gente di
allora. Ma noi oggi insistiamo sulla
parola di Giovanni : Dio è Amore. Amore significa qualcosa: dare la vita per
gli altri, oppure ricevere la vita dagli altri, Dio come circolazione di Vita:
la donna della favela faceva questa circolazione. Io penso che questo non è
soltanto un pensiero spirituale edificante ma un progresso nella teologia:
siamo passati dall’Uno, dall’Essere, dall’Eterno, dall’Onnipotente, che
conserviamo certo ma tenendo presente ma riteniamo che questi attributi splendidi debbono essere
interpretati all’interno dell’Amore! Potremmo fare un discorso senza fine su
questo punto. Dunque dobbiamo partire da tutte le relazioni di Amore che
vediamo a tutti i livelli là dove siamo per far emergere la figura di Cristo
perché c'è!
Nello stesso tempo abbiamo avuto l’idea che Cristo è
risorto e il suo Spirito è comunicato, ma immediatamente il pensiero era che lo
Spirito è comunicato alla Chiesa, quindi a un circolo limitato, alla Chiesa
mediante i sacramenti, e abbiamo riflettuto in questo quadro che è vero. Non
dico che non sia vero, eppure se Gesù è risorto, se il cuore di Gesù è aperto,
il suo Spirito è in e per tutto il mondo! Dobiamo trovare “gli occhiali” per
vedere dove si trova questo Spirito e aiutare la gente a nominare ciò che
vedono.
In questo senso anche i dialoghi tra le religioni non
significano niente, se non che lo Spirito lavora bene al di là delle nostre
frontiere anche se le nostre frontiere hanno una qualità ed una ricchezza che
altre non hanno.
Dunque evangelizzazione è fare emergere il Vangelo che
si trova, e nel fare emergere c’è un più, una realtà di più della tua realtà,
che dare un nome a ciò che vivono è già una cosa di più.
Più volte è apparso in questi interventi il tema della
speranza. Mi ricordo un mio abate, che oggi é partito in Africa per aiutare; mi
diceva che, nella sua esperienza ventennale di abate, ha potuto vedere che la
tentazione e anche il peccato più grande è di mancare di speranza, di non
sperare più. E nel mondo nel quale siamo, è un dono che ci è fatto: di poterci
appoggiare sull’Amore, sulla Potenza Amante di Dio per essere sicuri che c'è un
futuro di Bene! Mi sembra che questa è una scoperta di oggi. Forse abbiamo
avuto bisogno di duemila anni per capire questo. Quando Gesù è risorto, gli
apostoli pensavano che Lui sarebbe tornato presto… Perché allora duemila anni e
più ? Forse l’umanità doveva ancora imparare, diventare più consapevole della
realtà vera, lasciarsi trasformare.
Dobbiamo
sperare nel futuro perché
“Fare per” o “essere con” ?
C’è una grande differenza tra la povertà come virtù e
la povertà come impegno per i poveri. Mi sembra che la differenza tra questi
due aspetti della povertà è, in altre parole, tra un “fare qualcosa per i poveri” e un “vivere qualcosa con i poveri”…e questa è tutta la
differenza. Perché se faccio “per” io sono altrove! Certo, si deve fare
comunque qualcosa per i poveri e tutti non possono vivere condividendo la
povertà in modo totale, ma l’ideale sarebbe non “fare per” ma: “vivere con”.
Non dare delle cose, ma aiutare le persone come ci aiutiamo noi, crescere
insieme.
La sfida per
noi che nella maggior parte non siamo poverissimi, - abbiamo i nostri obblighi
di famiglia e lavoro ,- è : “Come possiamo
“vivere con”?…Ci sono molti modi, con un po’ di
immaginazione.
Ognuno deve chiedersi ed immaginarsi: “cosa significa e come posso nella mia
vita “vivere con” i poveri! E con quali poveri…Un esempio, il cardinale
Casaroli andava alla prigione dei giovani a Roma e passava tempo con loro...
Per capire meglio questo passaggio del “fare per” all’
“essere con”, si può presentare una visuale d’insieme sulla cultura. Il mondo
antico, e forse adesso nelle culture non europee, la gente si organizza quasi
spontaneamente a modo gerarchico. Al culmine, c’è un dio unico sconosciuto,
poi, secondo un certo ordine, gli spiriti, gli dei, e, al più basso, gli
uomini. Questo ordine celeste si ritrova
sulla terra : il re e i nobili, i pontefici e i sacerdoti sono “superiori”.
Sotto loro, ci sono altri ordini. In basso, gli operai di ogni genere, e sotto
il basso stesso, gli schiavi. Questa gerarchia è un dato indiscutibile : cosi è
e va il mondo. Tale era il mondo nel quale è entrato il cristianesimo, il quale
ha interpretato gli elementi rivelati nel Vangelo in questa prospettiva
gerarchica. La teoria è stata fatta alla
fine del secolo V° da un autore anonimo,
il “Pseudo Dionigi aeropagita”. Però, nel cristianesimo, è sempre stato un
sforzo per umanizzare tale gerarchia e, per quanto riguarda il nostro problema,
per prendere in considerazione i poveri, sulla base della fede
nell’universalità della salvezza: a un certo livello, siamo tutti uguali. Di là
viene la cura dei poveri, i doveri verso i poveri, sui quali insistono molto i
grandi vescovi dell’Antichità, come ad esempio S. Giovanni Crisosostomo. Cosi,
in un mondo gerarchico, “si china sui” poveri, “si fa delle cose per i
poveri”...Finché ha durato la struttura gerarchica della civiltà, gli uomini di
Chiesa hanno sottolineato il dovere dei nobili,
ricchi etc. nei confronti dei poveri e i santi si sono distinti nella
loro carità per i poveri. Nel seicento francese, abbiamo avuto S. Vincenzo di
Paola...Quest’elemento della “carità per” è il primo apporto della Chiesa ai
pagani. Un monaco, che ha vissuto molto in un paese buddista, mi diceva : “i
monaci buddisti sono benevolenti, ma non benefacienti”; questo cambia adesso,
ma l’influsso viene dal cristianesimo. Un’amica mia, che ha fatto un longo
soggiorno nell’India mi diceva lo stesso: il progresso politico, tecnico etc. è
enorme ed ammirevole, ma non si “sente” l’amore cristiano. In questo senso,
l’opera di Madre Teresa è la vera introduzione del cristianesimo in India. –
Però, oggi, la civiltà è cambiata oppure va cambiandosi. L’idea gerarchica
sparisce, e l’uguaglianza fondamentale di tutti gli uomini viene al primo
posto. Ciò non sopprime le diversità, neanche nella Chiesa, però le
relativizza. Allora, man mano l “essere con” tende a sostituirsi al “fare per”.
Questa sostituzione è dolorosa, e la lotta collegatale definisce forse la
situazione de
Voglio fare un esempio, senza essere polemico e forse
sbaglio: vedo una grande differenza tra le Piccole Sorelle di Gesù e le suore
di madre Teresa , perché le prime vivono “con” i poveri e le seconde vivono
“per” i poveri ed anche se è una cosa grande vivere “per”, danno tutto ciò che
possono, ma le suore di madre Teresa con il loro modo di vita non pongono
nessuna questione a una società gerarchica perché dietro a questo modo di vita
c'è la visione di una società gerarchica! Ci sono i poveri e dobbiamo
soccorrere i poveri.
Invece, il “vivere con ” corrisponde alla scoperta
dell’uguaglianza fondamentale degli uomini e alla scoperta dell’aspetto
carismatico e “non gerarchico” delle funzioni diverse. Una persona, uguale alle
altre, ha un dono, e questo può essere il dono di fare il capo, nella società o
nella Chiesa (e in questo caso, è un dono che viene dallo Spirito, è
riconosciuto e eventualmente consacrato dalla Chiesa e nella Chiesa); ma questo
non vuol dire che tale persona ha o è una essenza superiore! E’ un idea
teologica particolarmente importante nel Concilio, nessun dono è un potere ma un servizio. Il
potere è gerarchico, viene da Dio e scende su Gesù Cristo de di là su degli
eletti; il servizio viene dallo Spirito
e spinge ad essere come Cristo! Questo suppone una sistemazione ecclesiastica
molto diversa!
Non dico che siamo tutti uguali nel senso che non ci
sarebbe bisogno di vescovi e sacerdoti (o, nello Stato di persone come si dice
‘esponenti’) ma dobbiamo interpretare tutto in una visione più pneumatica che
istituzionale. O dire che l’istituzione
viene dal dono dello Spirito; una istituzione che provenisse unicamente dai
poteri comunicati da Cristo come Potente prescinderebbe dallo Spirito! Io credo
in una istituzione carismatica e questo mi sembra molto ortodosso. Quando ad
esempio vediamo l’ordinazione di un vescovo, c’è l’imposizione delle mani e si
dice: “che lo Spirito scenda su di te” e quindi “fai attenzione a conservare
questo Spirito che ti è dato”. Ora
troppo
spesso noi diamo immediatamente una interpretazione di struttura che è una
visione gerarchica di ciò che è un dono spirituale!
Alla fine cambia poco ma invece cambia tutto. Un ordine
nella Chiesa c’è, le differenze ci sono, l’autorità c’è, l’obbedienza c’è; ma
tutto è come un gioco spirituale
all’interno di un corpo animato dalla carità dello Spirito Santo. La teoria
teologica di questo non è ancora stata totalmente elaborata e suppone questo
spostamento teologico di cui parlava Lercaro: dobbiamo passare ad una teologia
cristiano-pasquale: sofferenza, resurrezione, dono dello Spirito Santo,
allorché abbiamo per secoli privilegiato la teologia della “incarnazione del
Verbo”…Non dico che Cristo non sia il Verbo ma il Verbo in quanto è morto,
risorto e comunica lo Spirito! Dietro a queste due visioni c'è una
trasformazione teologica che occupa i teologi da più di 40 anni! E siamo ancora
all’inizio.
La difficoltà del concilio Vaticano II è che è
arrivato in un momento in cui
Dobbiamo però sperare, cioè appoggiarci sulla potenza amorosa di Dio, aspettare dunque, ma anche favorire il più possibile da parte nostra, la ripresa della riforma della Chiesa, la sua evoluzione nel senso della povertà di Cristo, delle istituzioni veramente spirituali, dell’ “essere con”, dell’essere- evangelizzati per evangelizzare meglio ecc. Une grande sfida ad accogliere con umiltà ma anche decisione e perseveranza.
Il Gruppo
“La Tenda” è formato da:

Franco Battista, Torre Angela Roma
Francesco Cagnetti, Monteverde
Roma
Tina Castrogiovanni, Ostia
Nuova Roma
Lorenzo D’Amico, Torre
Angela Roma
Maurizio Firmani, Monteverde
Roma
Chiara Flamini, Torre
Angela Roma
Alessia Galici, Ostia
Nuova Roma
Maria Dominica Giuliani, Aurelio-Boccea Roma
Luigi Mochi Sismondi, Torre
Angela Roma
Liliana Ninchi, Ostia
Nuova Roma
Marco Noli, Ostia
Nuova Roma
Solange Perruccio, Monteverde
Roma
Umberto Sansovini, Ostia
Nuova Roma
Gianfranco Solinas, Martina
Franca Taranto
Antonella Sorressi, Ostia
Nuova Roma
Micaela Sorressi, Ostia
Nuova Roma
Daniele Trecca Ostia
Nuova Roma