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Corrispondenza del gruppo: |
LA TENDA |
Anno I mensile novembre 1969
Lettera n. 5
SOMMARIO:
- Riflessioni sul clero romano (4)
- L'Opera per la preservazione
della fede in Roma.
come abbiamo cercato
di chiarire fin dall'inizio, la Chiesa locale ha rappresentato per noi una
scelta di fondo e, nello stesso tempo, un preciso metodo di lavoro. Per questo
abbiamo circoscritto la nostra ricerca alla Chiesa di Roma, evitando qualsiasi
divagazione o discorso più generale che potesse sminuire la scelta iniziale.
Tuttavia abbiamo spesso avvertito l'esigenza di alcune
analisi più ampie che contribuissero a meglio spiegare la stessa realtà
ecclesiale locale, ripromettendoci di cogliere una qualche occasione favorevole
per poterlo fare.
Ora viene opportunamente
incontro ai nostri propositi l'iniziativa di un gruppo di amici
di Fontanella di Sotto il Monte, in provincia di Bergamo. Essi, in modo assai
semplice ed immediato, hanno voluto aprire un dialogo con tutte le persone
disposte a raccogliere l'invito. Già con la
denominazione di ``Lettere '69" si é subito caratterizzata l'iniziativa
nel suo valore di scambio di esperienze e non già di
occasione per presentare una linea di pensiero o di azione di un gruppo di
persone.
Ed é proprio in forma
epistolare che il colloquio é stato avviato, con una lettera di Raniero La
Valle che cerca di fare il bilancio della stagione ecclesiale che viviamo e di
individuare scelte e valori che possano spingere
innanzi un reale processo di maturazione nella Chiesa.
Abbiamo riflettuto sulle
parole dell'amico La Valle, apprezzando vivamente l'intenzione di stabilire una
"comunicazione di esperienza, di atteggiamenti
spirituali, di documenti". Anche noi, attraverso
le pagine de "La Tenda" ci siamo impegnati nella medesima direzione, pur
con l'attenzione tutta rivolta alla nostra Chiesa locale.
Abbiamo perciò voluto offrire
agli amici, fra le varie occasioni di ripensamento, proprio questa di
"Lettere '69", così chiara nelle premesse e nei propositi, oltreché viva e stimolante.
Questa é la ragione per cui
vi facciamo giungere, insieme a "La Tenda",
le prime pagine di "Lettere '69" di ottobre, rammaricandoci di non
poter inviare, per esigenze connesse alla spedizione, l'intero numero. Crediamo
così di contribuire alla riflessione sulla presente condizione della Chiesa e
sulle scelte che si impongono a ciascun membro del
popolo di Dio.
Informiamo coloro che
vorranno stabilire un contatto più diretto che la corrispondenza dovrà essere
indirizzata a:"Lettere '69", 24039
Fontanella di Sotto il Monte (Bergamo). La pubblicazione viene
gratuitamente inviata a tutti coloro che ne faranno richiesta.
Informiamo ancora che gli
amici di "Lettere '69", nell'intento di creare anche un'occasione di
contatto personale, hanno pensato ad alcuni incontri in diverse città italiane,
fra cui uno da tenersi a Roma sabato 20 dicembre p.v. Di esso
daremo più precise informazioni nel numero di dicembre.
Augurando a tutti voi una
proficua riflessione su quanto ci siamo permessi di
sottoporvi, vi salutiamo fraternamente
il gruppo ``La Tenda"
%%%%%%%%%%%%%
RIFLESSIONI
SUL CLERO ROMANO (4)
Nel numero tre de "La Tenda"
abbiamo cercato di presentare lo stato del clero diocesano di Roma fino all'anno 1930. Intorno a questa data si accentra il
sommovimento demografico ed urbanistico della città. Si osservi la seguente
Tabella 8 POPOLAZIONE
DELLA DIOCESI DI ROMA DAL 1900 AL 1967
(Annuario della Diocesi di Roma,
1968, pag. 756)
Decadi Abitanti
anno indicato Aumento Aumento
medio annuale
decennale
1900
435.215
1910 512.336 + 77.121 + 7.712
1920 662.451 +150.115 +15.011
1930 945.621 +283.170 +28.317
1940 1.310.677 +365.056 +36.505
1950 1.693.398 +382.721 +38.272
1960 2.048.847 +355449 +35.544
1967 2.630.535 +581.688 +83.098
Dal 1900 Roma aumenta di
7.000 abitanti l'anno. É l'incremento naturale. Dal 1910 l'aumento annuo si
raddoppia. Dal 1920 si triplica (15.000), dal 1930 si
quadruplica (28.000).
Dal 1930 al 1960 l'aumento
annuo viene indicato intorno ai 30-35.000 abitanti. In
realtà i nuovi cittadini (e parrocchiani) sono ben più numerosi perché non
tutti gli immigrati possono iscriversi come residenti; lo potranno dopo il 1960
e di colpo in questi anni la media indicherà 80.000! Ma molti erano già a Roma da tempo.
Nel 1931 (anno dal quale
riprendiamo le nostre note), deceduto il cardinal Pompili,
vicario dal 1913, Pio XI nomina vicario il Cardinal Marchetti; terrà il suo posto 20 anni. Consideriamo per ora
il suo primo decennio di azione (1931-1940). Il
Cardinal Marchetti é uomo di carattere deciso, persino
duro, ed affronta con decisione quei problemi della diocesi che gli si
presentano più urgenti.
Ne avremo un programma organico e linee di
azione predeterminate. Egli pensa di dover far fronte alla richiesta di
servizio religioso di una città che nel 1930 é più del
doppio rispetto al 1900, sarà più del triplo nel 1940, e più del quadruplo nel
1950 (rispettivamente 400.000, 900.000, 1.300.000 e 1.700.000 abitanti).
Bisognerà aprire nuove chiese e disporre di molto
clero. I criteri ai quali si atterrà per far fronte a quelle necessità
saranno: 1) uso razionale del clero disponibile; 2) pianificazione della
costruzione degli edifici di culto. Due problemi quindi: personale e impianti.
Del secondo aspetto, impianti, ci occupiamo a parte, fin da questo numero de
"La Tenda", seguendo le vicende dello strumento appositamente
creato: la "Pontificia opera per la preservazione della fede". Del
primo aspetto, clero e sua utilizzazione, continuiamo
a trattare in queste note.
Il clero che raggiunge il
1930 lo abbiamo presentato nel numero 3 de "La Tenda".
Il Card. Marchetti non agisce direttamente su di esso, forse ritenendolo inutilizzabile per un lavoro
"moderno". Agisce invece sul nuovo clero che esce dai seminari. Vengono ostacolate le vocazioni alla curia e alla diplomazia
in favore della parrocchia.
La parrocchia viene rivalutata agli occhi degli aspiranti al sacerdozio;
si guarda sempre più a modelli come il Curato d'Ars, il Santo parroco Pio X
ecc. Chiusi così, per la maggior parte del clero diocesano, i due canali di
fuga (curia e diplomazia), si é nella possibilità di far fronte alle crescenti
richieste di personale. Questa misura va seriamente valutata; anzitutto, fuori dal nostro precipuo argomento, diciamo che essa é
collegata alla italianizzazione della curia. Ci si potrebbe chiedere quanto
questo fenomeno, spesso presentato come scelta ispirata alla universalità
della chiesa, sia invece in relazione immediata con la indisponibilità di clero
romano. Quanto alla diocesi, la misura adottata sa di facile rimedio: é
puramente l'organismo che sotto lo sforzo comincia ad intaccare i suoi grassi
non ricevendo più nutrimento sufficiente. É l'esercito che, allargandosi il
fronte, mette in prima fila le riserve; e poi?
Al poi si pensa, é vero. Si
faranno nelle chiese le giornate per le vocazioni; l' "Opera
per le vocazioni ecclesiastiche" (OVE) inviterà per 30 anni a
"preghiere, sacrifici, offerte" per sostenere il seminario; ma la
domanda vera: "perché il rapporto sacerdoti/fedeli é cresciuto? cosa non funziona nella comunità che dopo due millenni non
esprime più i suoi preti?", questa domanda non verrà mai posta.
Ancora una volta non
attribuiamo a colpa di questo tempo una modalità di
pensiero che con benevolenza può attribuirsi alla lucidità teologica di tempi
successivi ed a possibilità di ricerca socio-religiosa che non erano nel
patrimonio di Roma e dell'Italia. Limitiamoci ancora a descrivere il periodo in
se stesso. Canalizzazione del clero verso la
parrocchia, abbiamo detto. E secondo, soprattutto,
profonde modificazioni nella vita della parrocchia e del clero, imposte per via
amministrativa in funzione del lavoro.
Si stabiliscono le parrocchie
di dieci quindicimila abitanti che diventano la regola. Si provoca così una centralizzazione dei servizi religiosi di quartiere (per
quel che riguarda gli impianti vedi l'articolo a parte). Perché risponda alla
nuova "pastorale" di quartiere si impongono
nella vita del clero romano modificazioni profonde che non hanno uguale in
città pur alle prese con gli stessi problemi (p.e. Milano, Napoli). In sostanza
il prete é concepito come addetto al servizio della parrocchia e di quanti si
rivolgono ad essa: é l'uomo-culto. Il clero viene alloggiato nell'edificio parrocchiale perché possa
essere disponibile 24 ore su 24 e con evidenti semplificazioni logistiche che
permetteranno anche di trascurare per lungo tempo i problemi finanziari
personali dei sacerdoti. Viene imposta una forma di
vita "comunitaria" che lega tra loro e all'edificio i sacerdoti della
parrocchia. Le possibilità di una vita personale, di una "privacy"
diremmo oggi, decadono; un reale rapporto con la città e le sue esperienze
culturali si fa difficile e viene esplicitamente
ostacolato, proibito. Sotto forma di divieti si rinnovano antiche impossibili
consuetudini: i preti sono invitati ad essere in casa quando fa buio, é vietato
l'accesso ai pubblici spettacoli, ai luoghi di normale incontro come bar,
ristoranti, persino alle manifestazioni d'arte.
Da parte sua il lavoro nelle
parrocchie si impoverisce sempre più: diventa
ripetizione continua di azioni sacramentali (sempre, anche causa il latino,
sprovviste di catechesi sacramentale e pre-sacramentale),
lavoro di archivio (l'ufficio parrocchiale), assistenza ai ragazzi.
É obbligatoria infatti l'Azione Cattolica; un po' perché organizzazione di
massa che può pesare in un confronto con l'autorità civile, ma anche tentativo
di animare una vita comunitaria più profonda nell'anonimato, che é ormai regola,
della grande massa parrocchiale. Nasce la figura della
parrocchia a cerchi concentrici: clero, azione cattolica, parrocchiani: un
fantasma che non ha ancora cessato di ingombrare la mente di chi pensa, in
Italia, alla struttura del popolo di Dio. Ma
torniamo a noi.
L'Azione Cattolica, accanto a
veri valori di apostolato e di formazione laicale, si
carica di aspetti dopolavoristici. Il peso di questa nuova attività
parrocchiale viene fatto ricadere sul nuovo clero. I
preti giovani vedono nell'Azione Cattolica rapporti umani reali e captano,
ancora inconsciamente, i valori della piccola comunità, il cui fondo teologico
emergerà fra 30 anni. Il clero anziano, come abbiamo detto, non assume in
proprio alcun nuovo peso, ma lo trasferisce con tranquilla coscienza sul clero
più giovane: "Il parroco compia il suo dovere per se vel
per alium, da sé o tramite un altro" dice il
codice. Il codice esprime infatti il sistema medievale
del vassallaggio. Garantite alcune servitù o funzioni spesso del tutto formali,
il parroco può liberamente non agire ed anzi dispone liberamente dei suoi
sottoposti.
La figura dei preti
sottoposti al parroco viene esaurita dal codice con
l'incredibile canone 476 (vedi in appendice all'articolo).
Così il parroco può
trasferire su altri le richieste della autorità che
turbano il principio della sua indipendenza. Del resto, come
suppone anche il Vescovo che preferisce non infierire, questo clero non é
pronto all'incontro con il popolo sulle basi embrionalmente
dialogiche che l'Azione Cattolica richiede. La generazione antica si
riduce lentamente ai compiti di burocratica amministrazione del complesso
edilizio parrocchiale e delle funzioni religiose che in esso
si svolgono. Solo luogo d'incontro é l'ufficio parrocchiale nel quale il
parroco si intrattiene con i visitatori.
Il clero ordinato dopo il
'30, che raggiungerà la carica di parroco dopo il '40, accetta il suo nuovo
modo di vivere il sacerdozio nelle comunità di Azione
Cattolica con entusiasmo; tenta i primi inserimenti liturgici dei laici, la
formazione individuale tramite nuove pedagogie e metodologie, assiste
quotidianamente la vita dei gruppi, sopporta anche l'aumento del lavoro
parrocchiale conseguente l'aumento dei parrocchiani.
Questo tipo di vita che si
realizza nella struttura umana delineata poco sopra, impegna totalmente e
consuma fortemente. I preti di questa seconda generazione giungeranno alla
guida della parrocchia già indeboliti sul piano psico-fisico, assai poveri
intellettualmente (quanti "approfondimenti teologici" sui … testi
dell'Azione Cattolica). Per di più affronteranno la guida della parrocchia in
un tempo che inciderà su di loro altrettanto pesantemente: il tempo della
guerra e del dopoguerra (1940-50). Questi preti, sempre destinati alle
parrocchie della periferia perché giovani, affronteranno situazioni gravi che
non hanno alternativa: fame, reduci, disoccupazione, quindi: colonie estive,
raccomandazioni, cucine economiche; e poi elezioni del '46 e del '48, ultimo
balzo in avanti dell'Azione Cattolica, ma si tratta di situazioni provvisorie,
destinate prima o poi a sparire, e che soprattutto si
presentano in contesti politici, religiosi, teologici assolutamente anormali ed
equivoci.
Mancava anche l'intuizione di
base di una comunità organica con distinzione di compiti tra clero e laici.
Per questa
seconda generazione un doppio periodo di superaffaticamento, e al termine
(1950) un'altra classe di parroci é fuori gioco: esauriti dal lavoro giovanile
in parrocchie già burocratizzate e dalla parrocchia del dopoguerra, carichi di
meriti, certo, ma inadatti anch'essi al nuovo mondo che preme, persino più
poveri di qualità umane rispetto al clero anziano a causa di condizioni di
formazione, di vita e di lavoro più disumanizzante. La generazione dei parroci quarantenni nel
1950 é ridotta anch'essa ad amministrare parrocchie che deperiscono; non sa
rendersi conto di come tanto lavoro sia stato frustrato, né può proporre alla
generazione che segue altro che una vita generosamente spesa in un mondo che
non riesce a comprendere come possa essere così rapidamente scomparso.
Presentando questa seconda
età abbiamo superato il periodo 1930-40, primo
decennio del Card. Marchetti, ed abbiamo affrontato
il suo secondo decennio di guida della diocesi, 1940-50, primo decennio di Pio
XII. Ovviamente il Cardinale non fa che proseguire nella sua prospettiva
iniziale e nel settore "clero", diversamente da quanto gli avviene
nel settore "impianti", può agire effettivamente nella sua linea.
Anzi il suo procedimento di utilizzazione del clero é ormai
recepito nella diocesi. Ne esce una terza generazione
educata con l'occhio ad un modulo parrocchiale già esistente. Preti nel 1940-50 poi parroci nel 1950-60, anni ormai ruggenti; la
crisi dell'Azione Cattolica, ad esempio, é piena, a livello dirigenziale, fin
dal 1950; ma la personalità del clero é in grave ristagno.
Non diciamo di più sul
decennio '40-50 che non vede sostanziali mutamenti e che preannuncia
fenomeni a livello di chiesa universale dei quali parleremo più oltre.
Nel 1951, in situazione già
gravemente compromessa per l'anzianità e l'isolamento di Pio XII, il Card. Micara succede al Card. Marchetti.
Inizia un decennio tristissimo; la città muta a ritmo sempre più accelerato, ma
la diocesi é assolutamente immobile. Cominciano a scarseggiare i preti, ma solo
si ripetono da parte dell'Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche gli inviti alla
preghiera.
Si moltiplica la cessione di
parrocchie ai religiosi, fenomeno che farà di Roma un
caso unico (ancora un motivo di unicità della nostra situazione di chiesa
locale): per tre quinti le parrocchie di Roma sono affidate agli ordini e alle
congregazioni religiose (cfr. tabella
3 su "La
Tenda" n. 1). A Milano, per esempio, neppure una. Inizia la ricerca di
clero di altre diocesi per far fronte alle necessità
più pressanti; Roma diventa luogo di Missione. Si erigono parrocchie in cui si
legge un decreto di nomina del parroco e due viceparroci che non esistono; Roma
avrà 15 viceparroci cinesi, e un numero imprecisato di spagnoli, maltesi,
indiani, ecc. Nasce così una classe di sacerdoti non legati alla diocesi (cfr. nota alla tabella 4 su "La Tenda" n. 2).
Questi preti non vengono inseriti nell'organico del
clero romano (neppure dopo una tassativa legge di Giovanni XXIII) e restano
ancor più scoperti degli stessi viceparroci, con l'oggettiva minaccia di un
rinvio alla diocesi di origine (problema umanamente gravissimo ancor oggi).
Iniziano i primi sintomi di
difficoltà nella convivenza della parrocchia ed iniziano i trasferimenti da
parrocchia a parrocchia a ritmo accelerato. Ci si preoccupa di garantire
l'ordine esterno nelle parrocchie e l'uniformità nella vita del clero. Il concetto
di collegio presbiterale non esiste. In fondo il decennio del Card. Micara non può forse neppure essere riconosciuto per un suo
tratto distintivo particolare, che non sia una più ostinata
ripartizione di moduli ormai in piena crisi.
Un altro ordine di
provvedimenti viene ad aggiungere difficoltà a difficoltà; inizia un movimento
liturgico che, favorendo la ricezione dei sacramenti, aggrava il già pesante
ritmo di vita del clero e funzionalizza sempre più
l'azione sacerdotale. I provvedimenti più incisivi sono
(raggruppando quelli di molti anni): nuova legge del digiuno: si potrà ricevere
la Comunione in qualunque ora del giorno; Messa della sera; permesso di
ripetere la celebrazione della Messa anche nei giorni feriali a richiesta;
precetto festivo del sabato sera; obbligo di predicare in ogni Messa festiva;
corso di prima Comunione da Ottobre a Maggio. Evidentemente nulla é da
eccepire su queste decisioni; hanno solo il torto di non essere prese nella
cornice di una nuova "politica" ristrutturatrice
della comunità. Chi ne paga le spese? Un clero sempre meno
numeroso, sempre più immobilizzato nella parrocchia, sempre meno libero.
Nessuno si preoccupa di lui? No, qualcosa si fa; due misure sono di questi
anni: viene accorciato il breviario e si inizia un
timido riconoscimento di salario minimo ...
Con cosciente tristezza
abbiamo brevemente ricordato per quali vie convergenti più generazioni di clero
romano si siano sovrapposte per formare quella quasi compatta schiera di
parroci romani che pesantemente realizza la stasi di
pensiero e di azione, di pastorale e di liturgia della nostra diocesi. É così
chiuso e superato il decennio degli anni '50. Chi direbbe, a Roma, che dal 1958
é papa Giovanni XXIII? Nel 1960 il vicegerente Traglia (in carica dal tempo del Card. Marchetti)
affianca il troppo anziano ed estraneo Micara.
Giovanni XXIII gli affida il Sinodo della chiesa locale di Roma. É un fatto di
dimensioni oggettivamente colossali: nasce una nuova prassi, la chiesa locale viene riunita per decidere da sé. Ma nello stesso 1960
commissioni di notabili riunite nel più grande segreto
pubblicano 755 articoli che sono monumento funebre e chiusura di tutta la
storia passata. Anche il papa ne é deluso. Non resta
che sperare nel Concilio.
Salus ex gentibus: la
salvezza verrà dai barbari.
Appendice:
Codice di Diritto Canonico, dal canone 476:
1) Se il parroco a causa
della moltitudine dei fedeli o per altre cause
non può, a giudizio del Vescovo, da solo aver cura
conveniente della parrocchia, gli si assegnino uno o più vicari (= viceparroci)
ai quali sia assegnato un congruo compenso.
5) Il vicario cooperatore
deve abitare nella parrocchia ... anzi il Vescovo curi
prudentemente a che abiti nello stesso edificio della
chiesa parrocchiale.
7) Il vicario é soggetto al
parroco che lo istruisce paternamente e lo dirige
nella cura delle anime, vigila su di lui e
annualmente riferisce di lui al
Vescovo.
%%%%%%%%%%%%%%
L'OPERA
PER LA PRESERVAZIONE DELLA
FEDE IN ROMA
Avendo espresso alcune
riflessioni iniziali (cfr. "La
Tenda" n. 2 "nuove chiese a Roma") sul problema degli
edifici di culto nella nostra diocesi, riteniamo opportuno fornire una sommaria
conoscenza dell'ufficio diocesano che ha presieduto alla costruzione di nuove
chiese.
Nel 1930, imponendosi in Roma
un enorme e pianificato (si fa per dire) sviluppo demografico ed edilizio, la diocesi deve affrontare il problema degli
impianti parrocchiali.
Ai responsabili appare subito chiaro come i modesti uffici diocesani siano
incapaci con il loro organico a far fronte alla situazione. L'affare viene sollevato a livello "Vaticano" anche e
soprattutto perché si devono affrontare rapporti da un punto di forza il più
alto possibile.
Il papa costituisce quindi
un'apposita "Opera pontificia per la
preservazione della fede e la costruzione di nuove chiese a Roma". É un ufficio non situato strutturalmente nell'organico del
Vicariato anche se generalmente affidato alla stessa persona del Card. Vicario.
É un ufficio più snello, con amministrazione propria e con
fondi forniti direttamente dal Vaticano.
Provvede alla
"costruzione di nuove chiese in Roma" e al reperimento di aree con tutti i relativi problemi di rapporto con le
autorità civili e i poteri finanziari. L'opera mantiene poi la gestione non di
tutti i complessi costruiti, ma solo delle chiese, cappelle, luoghi provvisori
di culto che non si sostengono autonomamente, specialmente quindi nella estrema periferia e nelle borgate, dove si pensa che
la mancanza di strutture ecclesiastiche all'inizio dei nuovi insediamenti possa
provocare la scristianizzazione ( é ciò che si
intende con l'altra parte della sigla ("preservazione della fede in
Roma").
Per comodità dei lettori
diamo la seguente tabella cronologica:
Anno Papa Card. Vicario Segretario Opera
1930 Pio XI (dal 1922) Marchetti
(1931) Ercole
1939 Pio XII
1951 Micara Spallanzani
1958 Giovanni XXIII
1960 Traglia (Provic.)
1963 Paolo VI
1964 Federici
1968
Dell'Acqua
La tabella permette di
individuare diversi periodi di gestione abbastanza ben identificabili:
Pio XI -Marchetti
- Ercole (anni '30)
Pio XII -Marchetti
- Ercole (anni '40)
Pio XII -Micara - Spallanzani (anni
'50)
periodo intermedio, Giovanni XXIII -Traglia (1958-'63)
Paolo VI - Dell'Acqua -Federici (anni '63 ...)
Diamo breve ragione dei
criteri che l'Opera ha seguito durante i suoi periodi.
Nel 1930, anno di inizio dell'Opera, i problemi che si affrontano sono: 1)
chiese per i nuovi quartieri urbani (seguendo la direzione ovest-sud-est-nord)
Prati -Cavalleggeri -Monteverde -Trastevere
-Testaccio - Appio Latino -S. Lorenzo -Nomentano -Africano - Salario; grosso modo la prima Roma
fuori le mura aureliane. 2) impianti a conduzione
centralizzata nelle prime borgate che nascono nella lontana periferia. 3)
reperimento di aree in vista di insediamenti di
popolazione.
Primo periodo (anni '30): Pio
XI -Marchetti - Ercole sono
persone di grandi capacità organizzative; dal Vaticano, per conto del papa,
segue personalmente l'Opera Mons. Montini.
Ne nasce un piano generale ben congegnato: 1) per le parrocchie dei quartieri si
attua un programma di costruzioni funzionali alla impostazione
pastorale delineata in altro articolo. Il complesso parrocchiale comprende
chiesa, un edificio con sale per associazioni a piano terra, un piccolo
cortile, casa del clero al primo piano, campo da gioco, cinema. Modello unico
con qualche variazione architettonica: queste parrocchie si assomigliano tutte.
Stanziamento fisso. Con questi criteri nasce una cinta di parrocchie nei
quartieri borghesi tutt'intorno al centro storico di
Roma. Qualche esempio, ancora da ovest verso sud: S. Lucia a piazzale Clodio,
S. Maria delle Grazie a via Candia, S. Pio V alla Madonna del Riposo, Trasfigurazione e
Donna Olimpia a Monteverde, Santi Patroni a Trastevere. Poi, saltando il Tevere e la zona archeologica,
Natività a P. Tuscolo, S. Giovanni B. De Rossi
all'Appio, e ancora, saltando Casilino e Prenestino non ancora sviluppati, dopo la Nomentana: S. Emerenziana, S. Saturnino al Salario, e i
Sacri Cuori di Gesù e Maria
a Monte Antenne a chiudere il cerchio. Fa da cornice
l'unica chiesa costruita con maggior dispendio, Gran Madre di Dio a Ponte
Milvio, in ricordo del concilio di Efeso (433/1933).
2) nella più lontana periferia sorgono dove parrocchie simili a quelle
indicate, se la consistenza dell'abitato lo permette, dove cappelle o chiese
che restano sotto la gestione dell'Opera, con varietà di soluzioni intermedie
per la presenza più o meno consistente di congregazioni religiose che possono
sostenere il culto. 3) in terzo luogo, l'Opera si assicura terreni edificabili
anche con lungimiranza. Gli ordini religiosi che stabiliscono case a Roma,
ricevono il nullaosta solo dopo un esame accurato della zona abitata; e si
evitano nuovi insediamenti nei quartieri "bene" (anche se la densità
dei religiosi sarà sempre maggiore in tali quartieri). Si pensa insomma al
futuro.
Le chiese urbane di questo
periodo sono, come si diceva, uniformi, con poche variazioni architettoniche,
grossi parallelepipedi adatti alle folle domenicali di quartiere di 10/15000
"anime", costruite in buona economia. Sociologicamente parlando, faranno il loro lavoro per 25
anni, fino al tempo dei cristiani a quattro ruote. Ai capi del 1930 non si
poteva chiedere di immaginare il dopo - 1955. Su questo periodo, visto come
sempre nella sua ottica, il giudizio é largamente positivo.
Poco da
dire sul periodo degli anni '40, ovviamente sotto il segno della guerra. Quando nel 1945 il Card.
Marchetti vorrà riprendere la sua azione é ormai
anziano ed immobilizzato dal male. Pio XII é anch'egli in difficoltà. Comincia
ad usare dei collaboratori che non controlla. A Roma la lotta
sulle aree fabbricabili é già lotta fra giganti. Sull'Opera della
preservazione della fede cadono interferenze pesanti. La diocesi non può
intervenire perché l'Opera é pontificia; in Vaticano Mons.
Montini torna nell'ombra, sopraffatto da interessi
potenti che premono sulla localizzazione, la
progettazione e la costruzione delle chiese. I legami tra classe politica,
proprietà fondiaria e imprenditori edili sono già in questo tempo la trama
della vita di Roma.
Prendono consistenza slogan
come "La dignità di Roma vuole un certo livello nelle costruzioni
sacre", di indubbia origine imprenditoriale. La
conseguenza é che si fanno chiese che costano centinaia di milioni (per esempio
S. Eugenio in un quartiere che non richiede tanto, e S. Leone; anche con
finanziamenti speciali fuori del bilancio dell'Opera) e vengono
aperte parrocchie in negozi d'affitto. Per i religiosi poi, alcuni casi di autentica povertà di strutture fanno ancora più risaltare
negativamente la tendenza al fasto e all'opulenza che caratterizza tutta una
serie di opere da essi realizzate. Il Card. Marchetti
assiste impotente al crollo dei criteri da lui inaugurati. Non gli resta che
dissentire esplicitamente. Il Papa non riceve più il suo Vicario; la frattura
fra questi e il papa che avalla inconsciamente ciò che avviene é completa.
Quando nel 1951 si dovrà trovare il successore di Marchetti, dal Vaticano ci si assicurerà con Micara, un Cardinale anziano e mai impegnato in compiti
pastorali. L'amministrazione Pio XII -Micara -Spallanzani segna anche in questo campo il periodo più
triste della storia recente. Nessuna resistenza, o almeno con
nessun risultato visibile, alle forze economiche della Capitale. Se i
nodi non vengono al pettine lo si deve alla previdenza
della amministrazione precedente che aveva provveduto di chiese e cappelle zone
ancora disabitate.
Nel 1958 Giovanni XXIII trova
una situazione gravissima. Una diocesi che non provvede alle
sue chiese, un ufficio creato appositamente e reso impotente, realtà ormai
compromesse: i quartieri già costruiti con chiese inadatte o mal dislocate.
E non diciamo una parola sulla opinione pubblica che
si é maturata intorno alla politica edilizia della diocesi. La realtà é grave,
il giudizio popolare é severo, e il papa non ha uomini sui quali contare per
rinnovare. Egli non cambia gli uomini della diocesi, anzi rispetta il tessuto
umano che trova costituito. Eppure sblocca la
situazione con un unico provvedimento: interrompe i finanziamenti. Questa
misura é poliedrica: essa é innanzitutto un atto di non collaborazione con un
sistema che non può essere accettato. Ma la situazione della diocesi, se si considera solo il
problema dell'approvvigionamento degli impianti, peggiora, e il papa lo sa.
Raniero La Valle direbbe in tal caso che quella misura
é stata un atto di fede. Ma é anche vero che a questo punto
c'é gente che lascia la preda e lentamente si allontana. Ed é vero che
la diocesi viene scossa e richiamata alle sue
responsabilità. É vero infine che per la prima volta dal costituirsi del regno
pontificio, la costruzione delle chiese di Roma viene
attribuita, come ovunque, alla comunità diocesana anziché alle casse vaticane.
Ancora una volta la mano di
Giovanni XXIII ha agito con fermezza e le implicazioni del suo comportamento
appariranno solo lentamente. Del resto egli non ha risolto il problema
dell'edilizia diocesana, prescindendo dall'incalcolabile valore di una avviata liberazione da forme e persone parassite. Ha
però costretto la diocesi ad avventurarsi su
nuove forme di autoresponsabilità
comunitaria.
Nel 1963 Paolo VI erediterà
quindi una situazione sempre drammatica ma, dopo il salasso giovanneo,
passibile di una più corretta impostazione. Non immemore del primo periodo
dell'Opera egli tenta una riorganizzazione di essa su
basi più moderne e su questa fase attuale torneremo espressamente.
Come avete potuto notare,
questa volta abbiamo impegnato quasi tutto lo spazio in un lavoro di indagine storica. Abbiamo così voluto rendere possibile
una migliore consapevolezza della realtà della chiesa di
Roma, nel suo evolversi negli ultimi decenni. Solo così
infatti coloro che vogliono dare un contributo alla crescita di tale
realtà, possono agire non attivisticamente, sperando
di utilizzare meglio le proprie forze e di valutare giustamente difficoltà ed
ostacoli. Ci auguriamo che ciò risulti chiaro a tutti
e che nessuno possa scorgere nella nostra indagine un atteggiamento di
compiacimento critico nei riguardi di un passato di cui ci vogliamo anzi
assumere la responsabilità, sentendoci perciò ancor più impegnati a costruire
il futuro.
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