


In
questa lettera finiamo di trattare
dell’evangelizzazione presentando altri due interventi. Nelle brevi conclusioni
Francesco cerca di tirare le fila del discorso, ricapitolando i temi principali
che abbiamo affrontato e come è sempre nelle nostre intenzioni, aprendo nuove
prospettive di ricerca e riflessione. Naturalmente sollecitiamo da parte dei
nostri lettori una risposta o un intervento che apra quel dialogo che cerchiamo
di costruire.
Dalle
prossime lettere cominceremo a trattare il tema della Povertà, esaminata nei suoi vari aspetti, personale, sociale,
ecclesiale.
Queste
riflessioni partiranno con un incontro pubblico che stiamo organizzando per il:
13
Ottobre 2007 dalle ore 9,00 alle ore 18,00
presso la Parrocchia
dei Santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela, Via di Torrenova 162 (periferia est di Roma)
Il tema dell’incontro sarà:
I
poveri e la Chiesa :
- Approfondimento di un documento conciliare
sulla Chiesa dei Poveri
- Esperienze di condivisione in basso da:
. Associazione La. Va. (Lavoro Vagabondo):
da vent’anni
camminando con i poveri nel quartiere Aurelio a
Roma
. Paolo Romano,
Salerno: da 16 anni vive, con la
moglie Donata e
con i figli, un'esperienza di famiglia aperta (Casa-
famiglia
Tamburo di latta – Associazione
L'Ipotenusa)
. Suor Rita Giaretta, Caserta responsabile
Centro di accoglienza
"Casa Ruth" per donne migranti,
sole o con figli, in situazioni di
difficoltà
. Giorgio Marcello, Cosenza condivide
da molti anni la vita dei
ragazzi di Cosenza Vecchia, nell'Associazione San
Pancrazio.
Sommario della 4° lettera:
1.
Evangelizzazione: intervento di Gianfranco Solinas
2.
Evangelizzazione: intervento di Maria Dominica Giuliani
3.
Ricapitolando di Francesco Cagnetti
stre riflessioni
1. Evangelizzazione: intervento di Gianfranco Solinas
1. Le
riflessioni fin qui svolte hanno aiutato tutti gli altri, me compreso, ad
inquadrare la problematica dell’evangelizzazione. Occorre tuttavia fare un
passo avanti decisivo, sul terreno della comunicazione.
2. Gli
interrogativi che ci poniamo su “fede e religione”, sull’autenticità dei
percorsi di chiesa che le nostre parrocchie propongono, sono affascinanti ma
rischiano di essere anche paralizzanti. Mi sono interrogato infinite volte su
queste questioni, ma non sono approdato a nulla di conclusivo. L’ascolto della
Parola mi ha posto in una prospettiva radicalmente diversa, rispetto ai miei
ragionamenti. Gesù ha continuato a frequentare la sinagoga senza lasciarsi
ingabbiare nella logica della legge, del sabato, dell’osservanza farisaica. La
sua parola di verità e di vita ha frantumato tutti gli schemi legalistici,
tutti i calcoli ed i giochi delle persone e dei gruppi di potere che ha
incontrato. La logica della sinagoga, del potere, del legalismo assedia e
attanaglia anche la nostra chiesa - istituzione, le chiese cristiane tutte. Non
dimentichiamo mai che la chiesa è “santa e meretrice”. Per quanto mi riguarda,
sento di appartenervi e, allo stesso tempo, ci sto dentro rimanendo fedele al
Signore e in ascolto della sua parola, rivelatami nella Scrittura e nella vita
di ogni giorno. So di starci in posizione di marginalità. Seguendo l’esempio di
Nicola, ho rifiutato, insieme a Maria, mia moglie, incarichi e ruoli ecclesiali
tutte le volte che abbiamo ritenuto non esistessero le condizioni essenziali
per poter accettare. Continuo a starci obiettando a scelte e comportamenti
ecclesiali che appannano gravemente l’annuncio della buona novella.
3. Per
dare un contributo alla riflessione vi presento alcune pagine del bel libro di
Alberto Maggi e Antonio Thellung “La conversione dei buoni”, Cittadella Ed., si
dice:
“Non sono leggi, prescrizioni, norme,decreti,
a illuminare il cammino, ma esseri viventi con le loro azioni, perché <voi
siete la luce del mondo > (Mt 5,14), e <la luce splende nelle tenebre>
(Gv 1,5). Non c’è bisogno di combattimenti o crociate, perché alla luce basta
mostrare se stessa, per far risplendere la vita. Così è per tutti coloro che
desiderano somigliare a Gesù coltivando amore, con lo stupefacente risultato di
sentir continuamente aumentare la propria capacità di amare. Ecco in qual modo
si manifesta il Padre sulla terra: non con segni clamorosi e miracolistici, ma
attraverso i suoi figli che pongono la vita al servizio degli altri” (pag. 63).
E ancora:
“Taluni, oggi, ipotizzano un cristianesimo
senza Chiesa, trascurando il fatto che l’insegnamento di Gesù è per sua natura
assembleare (ecclesiale): <perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome,
io sono in mezzo a loro> (Mt 18,20). Ma la Chiesa non va confusa con
l’Istituzione, che ha comunque un ruolo secondario (pag. 72).
“E’ soprattutto la chiesa autoritaria a
trovarsi ormai fuori gioco. I due tipici strumenti d’ordine e di governo, disciplina
e riprovazione, sono in crisi totale: che non siano conformi a Cristo è
abbondantemente riconosciuto, ma oggi non sono neppure più adatti a governare.
Qualche forma di pressione disciplinare può essere ancora parzialmente efficace
verso gli appartenenti alla struttura gerarchica, ma la riprovazione verso
posizioni autonome di coscienza non ottiene più significativi risultati. Nel
futuro, poi, saranno ancor più inutili: la disciplina, perché gli inquadramenti
gerarchici sono in contrazione irreversibile, e la riprovazione, perché non ha
efficacia se non è legata al potere effettivo di comminare sanzioni. Un tempo i
governanti esercitavano un controllo accurato delle coscienze, quando la massa
dei cristiani credeva indispensabile il perdono sacramentale attraverso la
confessione. Oggi, invece, indipendentemente da qualsiasi valutazione di
merito, la maggior parte della gente non si sottopone più a confessioni di tipo
inquisitoriale, e quindi ha tolto dalla mani dell’autorità i tipici strumenti
di potere. Molti, tra coloro che coltivano il dissenso, sembra non se ne siano
ancora accorti, tanto è vero che insorgono sovente con lamentele, anche
talvolta astiose,rivendicando una qualche forma di autorizzazione alla libertà
di pensiero. Ma tale libertà è già fin troppo consolidata: si tratta solo di
farne buon uso Chi desidera somigliare a Gesù sa che nessuno può impedirglielo,
perciò percorre la propria strada senza scoraggiarsi. E se viene riprovato o
invitato a tacere è capace d’interrogare se stesso, confrontandosi con fratelli
o sorelle in qualche forma di collaborazione spirituale. Poi, rispettoso ma
critico, senza sottomettersi né contrapporsi, continua secondo la via indicata
dalla sua coscienza. Non mancano esempi di persone (come Kung, Boff, De Mello,
Balasurija, Dupuis, Bergamaschi, Da Spinetoli, per citarne soltanto alcune tra
le più note) che pur sottoposte a pressioni di tutti i tipi, anziché tacere
hanno continuato a esprimere la propria fede, incidendo significativamente sui
cuori di molte persone sensibili (pagg. 76-77).
4. Le
parole più belle del libro di Maggi - Thellung sono quelle che riguardano i
giovani:
“I giovani, che rappresentano il futuro del cristianesimo, non sono più
disposti a impegnarsi su interpretazioni predigerite, deleghe di coscienza,
decisioni altrui. La loro fede è soprattutto nella ricerca, fondamentale per la
coscienza che voglia riconoscersi tale. Più che risposte, hanno bisogno di
porsi sempre nuovi interrogativi capaci di ampliare l’orizzonte, per proiettare
oltre i limiti che si ripropongono puntuali dopo ogni scoperta. La loro
attenzione, che sia speranza o utopia, è verso un ambiente creativo, uno spazio
di libertà dove fioriscano idee, confronti, domande, discussioni, critiche,
desiderio di costruire. Dove sia coltivata una collaborazione che stimoli la
voglia di camminare insieme, tenendosi per mano anche nei disaccordi, con
fiducia e rispetto reciproco. Un ambiente dove i talenti di ciascuno siano
patrimonio comune a disposizione di tutti. Ecco l’unico tipo d’impegno ecclesiale
che può avere un futuro. Chi sente fiorire dentro di sé qualche somiglianza con
Gesù, sa che la Chiesa più bella cresce fuori dalle
mura, sa che non coincide con quella istituzionale,
indipendentemente da come la vorrebbe il magistero. E svolge la sua opera
cercando di coinvolgere gli altri, senza scoraggiarsi quando non ci riesce. Si
augura di trovare armonia con l’autorità, ma in ogni caso non rinuncerà a
sentirsi in profonda comunione con la Chiesa intera: visibile, implicita,
silenziosa, santa o contraddittoria che sia (pag. 79).
5. A
proposito del dilemma fede - religione, le pagine conclusive del libro citato
sono illuminanti: “il futuro richiede una
radicale desacralizzazione per poter identificare il Cristo quotidiano, quello
presente in ogni persona che voglia somigliargli. La religiosità tradizionale è
in crisi irreversibile, ma potrebbe avere ancora un ruolo importante e una
funzione preziosa se venisse posta interamente al servizio della fede. Come un
atleta va regolarmente in palestra per mantenersi in forma e rendere al meglio,
così liturgie, celebrazioni, incontri di preghiera offrono luoghi e ambienti
dove lo spirito rifiorisce e l’energia spirituale si ricarica. In particolare
l’eucaristia, comunque intesa, è una condivisione vivente, un modello
embiematico di fraternità, che si celebra anche a nome di tutti coloro che sono
distratti, lontani, impegnati con l’effimero. E la preghiera, purché non
diventi pretesa di dare consigli a Dio, è presa di coscienza di quel che
veramente si desidera, è stimolarsi a fare attivamente quel che si chiede.
Tutti richiami alla presa di coscienza, efficaci se resterà chiaro che il
fondamentale cammino di fede si svolge altrove, negli incontri quotidiani con
sorelle e fratelli che camminano e inciampano per le vie del mondo. La parola
“cristiano”, in futuro, sarà positiva ed efficace se tornerà a indicare, come
nei primi tempi, la sequela di Cristo, e non l’appartenenza alla cosiddetta
cristianità, che sovente si muove su strade ben diverse. Chi vorrebbe ancora
riproporre il cristianesimo come baluardo difensivo finirà per rendersi conto
che in epoca di globalizzazione non avrebbe più alcun senso. Teologi importanti
(come ad esempio Karl Rahner) hanno diffusamente parlato di cristianesimo
anonimo, come a dire che è la Chiesa implicita a dover crescere. D’altronde, se
dai frutti si vede la bontà dell’albero (cfr Mt 7,17), se la fede concreta in
Gesù Cristo si riconosce dai gesti d’amore applicato, tali gesti possono essere
disattesi nell’ambiente religioso cristiano/cattolico e presenti in altri.
<Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni
per gli altri> (Gv 13,35). (pag. 89).
“...il cristianesimo sarà finalmente maturo
quando i cristiani sapranno mostrare concretamente, nei gesti, il volto di
Cristo, senza avere neppure il bisogno di nominarlo. Paradossalmente, a quel
punto sarà anche utile
parlarne, ma solo per essere <pronti sempre a rispondere
a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi> (1 Pt 3,1.5).
(pag. 94)
6. Torno
a dire che sento il bisogno che si faccia tra noi un passo avanti,
comunicandoci le esperienze di annuncio della lieta notizia che ciascuno di noi
va facendo “qui ed ora”.
Tento di
comunicarvi qualcosa del cammino personale, prima di raccontarvi
dell’esperienza che facciamo con i fidanzati.
Vi dico
subito che non mi viene spontaneo, solitamente, parlare esplicitamente del
Signore o della mia fede, in incontri/ riflessioni/relazioni che riguardano ciò
che mi vede più impegnato (l’accoglienza di famiglie e ragazzi che vivono sulla
loro pelle il degrado sociale, le nuove relazioni di comunità, le questioni
attinenti alla giustizia, alla pace, all’ambiente nel mondo globalizzato,
ecc.). Anche quando sono invitato in una parrocchia, generalmente evito di
introdurre questioni religiose. In certi momenti faccio riferimento alla Chiesa
- istituzione, specialmente quando ho qualche rospo sullo stomaco (vedi certi
interventi della CEI in merito all’opportunità della presenza del contingente
militare italiano in Irak, certi collateralismi politici giocati in chiave
lobbistica, certe precettazioni, come l’astensione al referendum sulla
procreazione assistita).
Insomma,
mi sono educato nel tempo ad un parlare desacralizzato. Non lo faccio per
posizione presa. A volte mi meraviglio con me stesso della mia sobrietà di
linguaggio, specie in contesti in cui si parla di Dio con sovrabbondanza ed a
sproposito. Altra cosa è il riferimento alla Scrittura. Esso mi viene spontaneo
e lo trovo ricco di senso.
Non sono
stato sempre così. In passato ho vissuto fasi in cui ho avvertito il bisogno di
un annuncio più esplicito e intenzionale, nei miei rapporti quotidiani. Questo
bisogno è andato via via contenendosi.
Avverto
l’esigenza di render conto della speranza che è in me, tutte le volte che in
qualche modo mi viene chiesto, come è detto nella prima lettera di Pietro. Mi è
capitato più volte, nei rapporti di lavoro, nella vita sociale, con gli amici.
Tra gli
amici, ce ne sono alcuni che sembrano vivere senza alcun orizzonte di fede. Non
sento di doverli “sfruculiare” con ragionamenti e discorsi religiosi. Sono in
qualche modo coinvolto nella loro ricerca e li porto nel cuore, ricordandoli
nella preghiera.
7. L’accompagnamento
dei fidanzati al matrimonio. Proverò a raccontare un’esperienza che andiamo
facendo in coppia.
Il campo è quello dell’accompagnamento dei fidanzati al matrimonio: è un terreno che vede all’opera me e Maria da molti anni.
Normalmente,
partecipano ai cd “corsi di preparazione al matrimonio” giovani che, per lo
più, hanno un’appartenenza di tipo tradizionale, fatta di partecipazione a
celebrazioni (messe, processioni, riti sacramentali) legate a tappe
fondamentali dell’esistenza ed a grandi feste cristiane. La loro vita
quotidiana ha poco a che fare con l’incarnazione, passione, morte e
resurrezione di Gesù. Gli ultimi ricordi di cammino cristiano sono legati al
sacramento della cresima, da ragazzi. Alcuni dì loro non sono neanche
cresimati. Fanno il cammino perché il parroco glielo chiede e accettano
generalmente senza fare troppe storie.
Nelle parrocchie in cui
abbiamo avuto qualche compito pastorale, abbiamo fatto di tutto per rendere
questo cammino più personalizzato, ricco di dialogo, legato alla Parola, non attivistico,
un cammino di fede, insomma. Non sempre ci siamo riusciti, ma qualcosa di
significativo è avvenuto, col contributo nostro e di altri coniugi.
Attualmente, nella
Parrocchia di S. Giorgio M., a Locorotondo, stiamo vivendo, nei percorsi verso
il matrimonio, un’esperienza che possiamo chiamare di evangelizzazione.
Normalmente con questa parola vengono chiamate azioni svolte al di fuori della
comunità cristiana. Di fatto ci troviamo di fronte giovani la cui religiosità è
più un ostacolo che una risorsa per un incontro col Signore. La proposta che
rivolgiamo loro è di liberazione, anziché di indottrinamento.
Abbiamo impostato un
percorso che dura alcuni mesi, all’incirca dal mese di novembre (poco prima
dell’inizio dell’Avvento) fino al periodo pasquale. Formiamo gruppi di non più
di sei coppie di fidanzati, accompagnati stabilmente da una coppia coniugata.
Ci si incontra quindicinalmente, di sera, presso l’abitazione della coppia
‘animatrice’.
Aiutiamo inoltre i fidanzati a vivere assieme
alla comunità parrocchiale i momenti forti dell’anno liturgico, così da
iniziarli ai grandi misteri della fede e far maturare meglio nella comunità il
significato della vocazione cristiana al matrimonio..
La nostra esperienza è
la seguente:
- L’incontro fatto in
casa ha un sapore speciale, assai diverso da quelli che si tenevano nei locali
parrocchiali, I fidanzati sono visibilmente contenti di incontrarsi in una
casa, di dialogare in un clima di familiarità e di amicizia, di entrare in
qualche modo nella vita quotidiana di chi li accoglie.
- anche i fidanzati di
cui siamo in questo momento compagni di strada hanno pensato all’inizio che li
avremmo “catechizzati”. Già dal primo incontro, compreso che ciò non sarebbe
accaduto, li abbiamo visti più distesi e rasserenati. Superate le prime
resistenze ad aprirsi, hanno cominciato a dialogare con naturalezza tra loro e
con noi. Abbiamo fatto in modo che anche i più chiusi sì sentissero a loro
agio. Non mancano mai agli appuntamenti, tranne per cause di forza maggiore.
- per quanto riguarda
noi due, cerchiamo di metterci in gioco quanto più sappiamo e possiamo. Ci
presentiamo ai fidanzati come una coppia che vive il suo matrimonio come
un’avventura di poveri cristiani che riprovano ogni giorno a star dietro al
Signore, avendo fiducia in lui e nel suo amore, anche se ogni tanto perdono il
contatto con lui e rischiano di perdersi. Cerchiamo di metter loro la Scrittura
tra le mani e di portarli all’ascolto della Parola. E un esercizio, sconosciuto
ai più, che li riempie di sorpresa e apre loro l’orizzonte di una fede adulta.
Pian piano li aiutiamo anche a riscoprire il significato dell’Eucaristia
domenicale e il senso della festa (spesso trascorrono la domenica facendo
lavori che hanno dovuto rimandare durante la settimana e divertendosi nel
solito modo consumistico). Preghiamo anche insieme, recitando il “Padre
nostro”. Durante i quattordici giorni successivi, li sollecitiamo ad interrogarsi
in coppia su questioni importanti del loro cammino di fede incarnato nel
quotidiano e, la volta successiva, ne parliamo insieme.
- Ogni volta affidiamo
loro una scheda come traccia per la riflessione in coppia. Ci siamo resi conto,
infatti, che il testo che viene distribuito non serve granché e spesso non
viene neppure letto. Nel percorso che si è concluso nell’aprile scorso, i
fidanzati del nostro gruppetto ci hanno detto che ciò che li ha colpiti è stato
il fatto di averci conosciuti da vicino, nella nostra vita quotidiana, nelle
nostre scelte di famiglia aperta, anche nelle nostre fragilità che abbiamo
cercato di non mascherare.
Hanno, inoltre,
testimoniato di aver percepito il cammino di coppia cristiana in modo nuovo,
più liberante e gioioso, allo stesso tempo esigente.
Noi, negli incontri con
i fidanzati, ci rendiamo conto di quanto siamo inadeguati e limitati e, allo
stesso tempo, lodiamo il Signore per quello che compie attraverso di noi.
Nella nostra diocesi
(Brindisi - Ostuni) la preparazione al matrimonio si fa ancora con modalità
tradizionali. In un convegno diocesano abbiamo fatto cogliere il significato
dell’esperienza di evangelizzazione che andiamo facendo, allorché ne siamo
stati richiesti. Sappiamo, comunque, che certe scelte richiedono convinzioni profonde e
maturazioni non improvvisate. Non ci facciamo, perciò, troppe illusioni e
confidiamo nel Signore.
2. Evangelizzazione: intervento
di Maria Dominica Giuliani
In ufficio, a
volte, mi capita di scontrarmi con alcune persone: si rivolgono a me come se
fossi il mondo cattolico e la gerarchia, che vedono con pregiudizio, senza
tener conto delle diversità delle persone.
Nello stesso
modo, noi dall’interno della chiesa non ci rendiamo conto di come è diverso il
mondo degli altri, siamo impregnati di una mentalità codificata anche del mondo
del sacro. Dovremmo essere annunciatori, ma fuori cosa c’è? Non
basta l’ascolto, dovremmo uscire dalle nostre categorie mentali, dalle
paure, dai privilegi.
Ad esempio, la rassegna stampa vaticana
da spazio quotidianamente ad articoli in cui la religione è connessa con gli
equilibri di potere, non quelli nei quali venga messo in luce il ruolo positivo
di iniziative pastorali
nelle diverse realtà del mondo: è il ruolo e la paura di “perdere terreno” che
hanno il sopravvento all’interno della gerarchia.
Nella comunità
di San Leone, a via Boccea, a Roma, il giovedì abbiamo l’incontro comunitario
sulla Parola e, in alcuni momenti dell’anno, incontri di preghiera; vi è
l’impegno con i poveri ed iniziative di solidarietà a livello internazionale e
locale, ad esempio iniziative per la pace. C’è, poi, più specifico, l’aiuto ai
senza fissa dimora.
Cuore delle
attività è la celebrazione eucaristica del mercoledì sera, ma soprattutto
quella della domenica. L’eucarestia è il punto di partenza e di arrivo,
la messa domenicale delle 10.30 è molto frequentata, specialmente da persone
adulte, non solo da anziani. Passano anche i figli degli amici per un saluto.
Le attività sono serbatoi di contatto
sia per chi chiede che per chi ha bisogno di dare. Vengono persone che vogliono
dare un senso alla vita, magari solo offrire solidarietà. Tanti si avvicinano attraverso le
attività, ma è l’eucaristia che aiuta a dare significato, che provoca. Questa sta diventando una dinamica
organica, se non è evangelizzazione, contribuisce ad un radicamento sul
territorio: c’è un passaparola, la scoperta delle attività, poi si entra in
contatto.
Si forma un
gruppo che cammina insieme, anche con disequilibri fra i “vecchi” e i nuovi
arrivati. Ad esempio, in alcune riunioni dei volontari del gruppo poveri sono
stati utilizzati, per stimolare la riflessione, la Carta del volontariato ed un
testo circolato anche in un incontro del gruppo di Pio Parisi. Durante il
confronto c’è stato chi ha chiesto cosa c’entrasse la politica con l’attività
per i poveri. Stiamo facendo il rinnovo dei contratti di lavoro dei
collaboratori della “LA. VA.”, l’associazione di volontariato che abbiamo
costituito per facilitare il reinserimento nel mondo del lavoro dei senza fissa
dimora, e la legge Biagi mostra tutte le sue lacune. Allora, c’entra o no la
politica con l’attività per i poveri? Ecco che il confronto di esperienze a
diversi livelli aiuta tutti a responsabilizzarsi.
Un
altro aspetto. Due amici della comunità, che con le loro capacità artistiche
sono sempre disponibili per il servizio e l’animazione, si sono sposati civilmente ed hanno invitato
alcuni di noi, ci hanno voluti vicini come familiari. Una settimana dopo il
matrimonio civile hanno chiesto di poter vivere un momento di preghiera con la
comunità, con testi già predisposti. Vi sono state letture bibliche, Lei ha
letto la preghiera della donna risposata e si è concluso con la recita comune
del Padre nostro.
E’ stata
per me una vera esperienza di evangelizzazione. Ho percepito la presenza del
Regno di Dio nell’atteggiamento di loro due, in particolare di lei che si è
messa con autenticità davanti a Dio ed ha chiesto aiuto a Lui ed alla comunità
per essere in grado di vivere semplicemente le situazioni che le accadevano,
fatti più grandi di quelli che avrebbe mai pensato di vivere. L’ho ringraziata
per quello che mi ha permesso di condividere con lei, perché noi, per primi,
abbiamo bisogno di essere evangelizzati!
3. Ricapitolando: di Francesco Cagnetti
Ritengo
che nel corso dei nostri incontri sul tema dell’evangelizzazione siamo riusciti
a mettere a fuoco alcuni punti importanti:
1) prima di tutto,
l’accento posto sulla testimonianza, senza la quale non c'è credibile annuncio
della lieta novella;
2) e, per una migliore
puntualizzazione del nostro pensiero, il
rifiuto del proselitismo, inteso come mezzo di rafforzamento della Chiesa
intesa come un centro di potere;
3) la disponibilità al
servizio catechetico nei confronti dei battezzati che accedono ai sacramenti;
4) d’altra parte, il
riconoscimento dei valori professati e vissuti dai fedeli delle altre
religioni, e dai non credenti;
5) la distinzione tra i
principi etici da noi creduti e professati e i criteri da adottare nel
formulare le leggi
dello Stato, che concernono tutti i cittadini,
indipendentemente dalla loro appartenenza (o non) religiosa.
Tutto questo è positivo, e tuttavia ho la sensazione
che la nostra riflessione sia ancora incompleta. E non nel senso, generico, che
ogni risultato raggiunto sia solo una tappa nel cammino illimitato verso la
piena verità. Quando rileggo nel Vangelo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le
nazioni, battezzando nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo “
(Mt 28,19) parole che, pur non essendo ipsissima
dicta di Gesù, esprimono la fede dei cristiani delle origini; quando
rileggo: “Andate in tutto il mondo e
predicate il vangelo ad ogni creatura”
(Mc 16,15) mi chiedo se non abbiamo un po’ ristretto il nostro orizzonte di
fede; e se ciò non dipenda
dal fatto che non abbiamo adeguata coscienza del grande dono che rappresenta
per ogni uomo la chiamata ad essere “figlio di Dio”. Non sono ancora riuscito a
dare una formulazione organica a ciò che sento, che vagamente intuisco. Proverò
a buttar giù qualche idea, o meglio, qualche interrogativo.
Che cosa significa
nella vita di un uomo credere nella risurrezione di Gesù, e nella promessa
della nostra resurrezione ? Non apre forse questa fede un modo nuovo, mai
vissuto per l’innanzi, di considerare la nostra vita in questo mondo ? Non è
forse un dono immenso, liberatore ?
L’insegnamento di Gesù
non consiste solamente nel comandarci di amare il prossimo come noi stessi,
cosa che non è stato né il solo né il primo ad insegnare. È la sua resurrezione
, la sua vittoria sul peccato e sulla morte, il frutto e il dono della sua
incarnazione. Inoltre: Gesù ci ha comandato di amare i nostri nemici. Ma perché
è così raro sentire nelle omelie, nella catechesi un invito a riflettere seriamente
su questo
comando, che pure non è di ovvia applicazione,
e che tuttavia mi sembra costituire un tratto specifico, originale del
messaggio evangelico.
Come potrà
essere percepibile il senso e il valore della figliolanza divina se non
traspare attraverso una vita impegnata alla continua applicazione di quel precetto
?
In sostanza voglio dire
che se non vogliamo che la nostra fede si riduca ad una “religione” che
garantisca rispetto alle altre un sovrappiù di grazia salvifica, occorre che
viviamo in profondità lo specifico del messaggio evangelico.
Penso che sia stato giusto riconoscere che la
salvezza non passa esclusivamente per la Chiesa. Tutta l’umanità è stata creata
per mezzo del Figlio e in vista di lui, e non c’è uomo che sia escluso dalla
misericordia di Dio.
Ma d’altra parte noi
crediamo che nella vita, morte e resurrezione di Gesù il Padre si è pienamente
manifestato e ci ha liberati dal peccato e dalla morte. Questo è ciò che
dobbiamo annunciare. Ma prima ancora, questo è ciò che dobbiamo meditare, per
esplicitarne e proporre tutta la ricchezza implicita.
Ci siamo lasciati
felicemente alle spalle l’epoca in cui
la Chiesa insegnava che fuori di essa non c’era salvezza. Oggi riconosciamo che
ogni uomo di “buona volontà” collabora all’avvento del Regno. Ma forse dobbiamo
comprendere meglio come la resurrezione di
Gesù abbia radicalmente trasformato il rapporto dell’uomo con Dio.
Nel Cristo il Padre “ci
ha scelti prima della creazione del mondo….predestinandoci a essere suoi figli
adottivi…”. Egli “ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà…il disegno
di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della
terra” (Ef.1, 4-10).
Ricapitolare, non nel
senso corrente di riassumere, ma in quello di riunire, raccogliere insieme,
accentrare. Ciò non significa forse che in virtù del Cristo la natura e la
storia non sono più realtà effimere,
destinate a nascere e a perire, ma sono da lui sanate dalle tare dell’egoismo,
della violenza, dell’odio, e rese partecipi della vita di Dio ? E non è forse questo l’annuncio lieto che
dobbiamo trasmettere ?

Il Gruppo “La Tenda” è formato da:
Franco Battista, rre
Angela Roma
Francesco Cagnetti, Monteverde
Roma
Tina Castrogiovanni, Ostia
Nuova Roma
Lorenzo D’Amico, Torre
Angela Roma
Maurizio Firmani, Monteverde
Roma
Chiara Flamini, Torre
Angela Roma
Alessia Galici, Ostia
Nuova Roma
Maria Dominica Giuliani, Aurelio-Boccea Roma
Luigi Mochi Sismondi, Torre
Angela Roma
Liliana Ninchi, Ostia
Nuova Roma
Marco Noli, Ostia
Nuova Roma
Solange Perruccio, Monteverde
Roma
Umberto Sansovini, Ostia
Nuova Roma
Gianfranco Solinas, Martina
Franca Taranto
Antonella Sorressi, Ostia
Nuova Roma
Micaela Sorressi, Ostia
Nuova Roma
Daniele Trecca Ostia
Nuova Roma