|
Corrispondenza del gruppo: |
LA TENDA |
Anno I mensile Ottobre 1969
Lettera
n. 4
Sommario:
- Non si può rimanere soli
- Tornando sull'elezione del Vescovo
- Nuovo rettore all'Ateneo Lateranense
- Due
preti lasciano Roma
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
NON SI PUOI RIMANERE SOLI
cari amici,
dalle baracche dell'acquedotto Felice si è levata una voce di nostri fratelli che sentiamo il dovere di raccogliere. Questo è stato già fatto, nei giorni scorsi, con mezzi ben più imponenti dei nostri, dai più importanti canali di informazione nazionali ed esteri, ma non lo abbiamo ritenuto un motivo valido per tacere, perché non ci è sembrata sufficiente la pura e semplice informazione cui essi spesso si limitano. Poteva sembrare, d'altra parte, che il tema proposto dai ragazzi della scuola delle baracche non si inserisse nell’economia del nostro lavoro, teso essenzialmente a stimolare un discorso intra‑ecclesiale più autentico e partecipato. Ma anche questa possibile pregiudiziale abbiamo facilmente superato, perché ci è parso chiaro che fosse coinvolto nel discorso, e non poteva non esserlo, il nostro essere chiesa nella concreta realtà di Roma, fatta tutt'oggi anche di vita nelle baracche. Così abbiamo sentito, verso i ragazzi della '725', il dovere di un esame di coscienza e di una risposta, proprio in quanto gruppo per il dialogo nella chiesa locale di Roma.
Di fronte ad una lettera come quella di cui ci occupiamo vari
atteggiamenti sono possibili, laddove si voglia
evitare di prenderla sul serio e di andare sino in fondo. Ci si può, per
esempio, fare furbi e trovare tanti motivi di responsabilità altrui e tante
giustificazioni per sè, così da continuare a vivere
con tranquilla incoscienza nell'abulia e nell’assenteismo. Ci si può anche
trasformare in severi critici, nel cercare motivi di contraddizione, unilateralità,
affermazioni gratuite ed esotismi di linguaggio, in modo da ergere un solido
muro di pregiudizi ad ogni possibilità di trasmissione di
un qualche messaggio. Si può essere tentati di minimizzare o di compatire, di
ridicolizzare o di condannare, di fare della sociologia facile o di
solidarizzare a parole, di pronunziare dei gratuiti mea culpa o di sorridere
con degnazione. Ci sarà magari già capitato di verificare reazioni di questo
genere, in qualche scambio di idee sull’argomento.
Il
nostro atteggiamento è fatto, invece, di rispettoso ascolto di quanto ci si
vuol dire e di attenzione a non sovrapporre delle
nostre interpretazioni che possano turbare una serena lettura della lettera.
L'aver scelto questa
dimensione della disponibilità ci ha permesso di cogliere il grido, insieme
accorato e pieno di speranza, che si leva da tutta la lettera contro
l’isolamento dell’uomo di oggi. Abbiamo così potuto
toccare con mano il risultato della nostra vita sterilizzata nei confronti dei
problemi che potrebbero turbarla e metterla in crisi. Spesso non abbiamo occhi
per vedere se non quello che abbiamo scelto di vedere. Ci diciamo cristiani,
pretendiamo essere chiesa, e poi mortifichiamo questa realtà entro i bastioni
di un individualismo esasperato, le cui sortite sanno
troppo spesso di tentativi per preservare la nostra igiene mentale. I ragazzi
delle baracche, invece, ci spingono a “lottare per uscire da questo
inferno, uscirne tutti insieme e per sempre uniti a coloro che
soffrono”. Loro parlano dell'inferno del ghetto, ma ben più lo è il nostro
stato di assenteismo che è causa di quel ghetto. E’
l'inferno della assenza di comunione, che, in certi
momenti, fa sentire all’uomo di oggi tutto il vuoto di un'esistenza vanificata.
Possiamo recuperare ancora questo straordinario valore che,
solo, può salvarci dal nulla? Pensiamo di si, se
sapremo cogliere il messaggio di Cristo in tutta la sua pienezza e lo caleremo
nella nostra vita. Contro la tentazione ricorrente ad ubriacare la nostra
solitudine in un'orgia consumistica, sta la forza di Cristo, che ci prende per
mano e ci aiuta a riscoprire la nostra dignità di uomini.
Potremo così combattere i tanti pregiudizi che ci bersagliano e trovare nel
prossimo non già delle categorie da ignorare o da combattere ma dei fratelli
cui essere vicini. Per far ciò dovremo esaminarci
attentamente, rifiutando tutte le occasioni che, spesso, con sottile
insinuazione, ci vengono proposte per dividerci ed isolarci. Occasioni che sono
comuni a tutti noi, compresi i ragazzi delle baracche, quando affermano, tout court, che avvocati e professori sono “le
persone più contrarie alla classe operaia” e che “anche le parrocchie fanno il
giuoco dei ricchi”, sottoponendo così i fratelli a odiose distinzioni ed
impedendosi di vedere in essi persone legate ad una comune prospettiva di
salvezza e perciò bisognose piuttosto di aiuto che di condanna. Con Cristo
accanto avremo il coraggio di rifiutare le soluzioni facili, i verbalismi
inutili e la violenza inconcludente, per trovare nella “forza della ragione” e
nel primato della buona volontà la via per un impegno autentico. Del resto, il
continuo richiamo, nella lettera, alla necessità di fare politica, il ripetuto sottolineare che “la politica deve essere fatta dal popolo”,
che “bisogna lavorare tutti assieme”, che “la politica è l'unico mezzo umano
per liberarci” non presuppone la riscoperta di un impegno a comunicare ed a
dialogare? Fare politica, nel senso auspicato dai
ragazzi della scuola 725, richiede in primo luogo una ferma volontà di
combattere le forze che ci spingono a chiuderci in noi stessi e ad isolarci,
così da ripopolare il nostro orizzonte vuoto, di tanti fratelli. Solo se
abbiamo i nostri fratelli nella mente e nel cuore avremo la volontà ed il
coraggio di affrontare i loro problemi in modo nuovo.
Per
parte nostra, il proposito che abbiamo formulato fin dal primo numero de ‘La Tenda’, e che vogliamo sempre meglio portare avanti, sta
nel farci veicolo di dialogo, cogliendo tutte le possibili occasioni per
restituire alla chiesa di Roma una profonda consapevolezza della sua
irrinunciabile realtà di popolo di Dio in cammino.
L'aver intravisto nella lettera, nella sua vera portata, la realtà delle
baracche ci aiuterà a concretizzare d'ora in poi il
nostro impegno anche in questa direzione.
Desideriamo infine dare il testo integrale della lettera,
perché tutti coloro che leggono queste pagine possano
prendere diretta conoscenza del suo contenuto.
il gruppo ‘La Tenda’
TORNANDO
SULL’ELEZIONE DEL VESCOVO
Nel primo numero de ‘La Tenda’
presentammo il problema della scelta del Vescovo di
Roma alla luce della storia. L'argomento ha suscitato un certo interesse, ed
anche un po' di sorpresa tra i nostri amici. Sulla scorta dei loro interventi
lo riprendiamo.
1. Il primo movimento è stato, dicevamo, di una qualche sorpresa, nel vedere noi
impegnati senza tanti preamboli in problemi delicati ed elevati, come la nomina
del papa e dei vescovi. Abbiamo riflettuto: ci sembra di dover proseguire. A
nostro parere i problemi della chiesa non sono mai troppo elevati per lei
stessa, o, meglio ancora, mai tanto elevati da non poter essere trattati da
tutti in spirito di preghiera e di umiltà, o da dover
essere rimessi alla totale discrezione di iniziati e specialisti. Anzi riteniamo,
in una col Concilio, che il contributo dei battezzati sia assolutamente
necessario alla identificazione di stati d'animo, di
esigenze reali e prospettive di sviluppo. E crediamo che al Vescovo‑Presbiterio
competa, nel concetto di autorità-servizio, di portare
ogni attenzione alla voce della comunità, assecondandola ogni volta che non
appaia assolutamente estranea allo spirito del Signore.
2. Nel merito della posizione da noi presa (designazione del
Vescovo dalla comunità), qualche perplessità nasce quando ci si rende conto del
totale cambio di prospettiva che essa comporta. Ma sempre ci rafforza la prassi
delle comunità primitive (vedi gli Atti, e qualche manuale di storia della
Chiesa), nonché il tornare ai concetti di comunità
organica, chiesa locale, carismi, concetti tutti riaffermati dal Concilio
Vaticano II, ma da esso né sviluppati né confrontati, pro bono
pacis, con la situazione attuale. Saranno
rassicuranti, per i più timorosi, il principio di papa Celestino
I, 428, “nessun Vescovo sia nominato a fedeli che non lo desiderano” (“nullus invitis detur episcopus”; che quei fedeli
neppure conoscessero il futuro Vescovo il buon Papa non sembra immaginarlo
possibile) o le parole di papa Leone Magno: “chi deve guidare tutti sia scelto
da tutti” (“qui profuturus est omnibus ab omnibus eligatur”). A questo
punto a chi l'onere della prova? Chi è l’innovatore?
Del resto la pubblicistica teologica è su questa via da molti anni. Lo stesso
Concilio si è messo sulle sue orme, evidentemente non incerte. La ricerca
storica, biblica, liturgica, sociologica presenta reperti indubbi nel valore e
nella concordanza. Ma alla pazientissima teologia, al
Concilio breve nelle sue formulazioni ma non indeciso hanno fatto riscontro
l'impermeabilità della struttura e la tranquilla acquiescenza del popolo di
Dio. A quest’ultima desideriamo sottrarci senza più
attendere.
3. La più recente pubblicistica sul nostro argomento ha
seguito una pista diversa dalla nostra in fase di progettazione per l'avvenire.
D'accordo tutti per il superamento della prassi abituale: il Papa, cioè, eletto da un collegio di cardinali eletti dal Papa. Ma come operare questo superamento? Tramite
l'espressione della volontà della Chiesa locale, secondo noi; tramite
l'attribuzione del potere elettivo ai capi delle conferenze episcopali
nazionali (o ipotesi assimilabili), secondo gli altri.
Un amico, sinceramente e
radicalmente, ci esprime l’opinione che la nostra
posizione sia inadatta ad una situazione ecclesiale come quella odierna.
Il tempo post-apostolico, così georgico, non è il nostro: oggi
abbiamo una Chiesa a dimensioni mondiali che sfugge
alla comprensione delle piccole comunità di base. Anche
la scelta del Vescovo, particolarmente a Roma, deve essere segnata dalla
presenza caratterizzante della dimensione universale. I problemi cioè sono ormai reali solo a livello universale: non
esistono problemi di piccola comunità che possano sperarsi convenientemente
rivolti al di fuori delle soluzioni previamente ottenute a livelli superiori.
Provincialismo, insomma, il nostro. Questo rilievo colpisce in
radice tutta la metodologia de ‘La Tenda’ che si
propone di cercare soluzione ai problemi della chiesa sulla scala a misura
umana della comunità di base. Eppure noi, dopo aver accolto questi rilievi per
quanto hanno di vero, perché davvero siamo in un mondo sempre più ‘relazionato’, continuiamo a
pensare che il rapporto con le comunità di base meriti la prima attenzione.
Quel che va compreso, lo ripetiamo, è il concetto di Chiesa locale come ente
organico completo anche se in relazione con altri simili; una realtà vivente
che, pur comunicando nella conoscenza e nella carità, pur accettando il
richiamo dell'esperienza altrui e il dovere dell'unità, affronta però i
problemi nel taglio che si pone oggettivamente, a portata di mano vorremmo dire, con quel giudizio che dà (e richiede) una
situazione vissuta e che le generalizzazioni rendono spesso intellettuali e in
fondo non reali.
Se da
questa riflessione più generale torniamo al problema sul quale stiano
scrivendo, l'elezione del Vescovo, ci pare che la nostra argomentazione si
faccia persino più facile. Cosa ci viene richiesto? Di
non pensare solo a Roma? Ma è ben quello che si
otterrebbe con un Vescovo eletto anche a Roma sulla misura della Chiesa locale!
Sarebbe certo un Papa estraneo a certi ideali poliglotti, un Vescovo anche per
necessità più aperto al pluralismo, più disposto alla collegialità. E guarda un po', il provincialismo di questa prospettiva
sarebbe, nei suoi risultati, ben più comunitario ed universalista di quanto si
otterrebbe con le elezioni tra vertici altrimenti proposte.
4. E se la difficoltà è solo quella
di vedere un Papa per la Chiesa universale eletto da un presbiterio, quello
romano, molto marginale alla comunità umana dell'anno 2000, noi diremo che non
ci interessa tanto che il Papa sia assolutamente il Vescovo di Roma. A noi
interessa un Vescovo nostro per la nostra comunità. Che sia
anche il Papa ciò ha relativa importanza: i Vescovi potranno trasferire ad
altra sede o ad altra persona la funzione di garante ultimo della comunione
universale. Se sia il caso di farlo si dovrebbe
vedere a parte.
5. Una riflessione ci è stata
espressa circa un ridimensionamento della curia nell’ambito della nostra
prospettiva.
Indubbiamente oggi (e non sarebbe altrimenti se
il Papa fosse un frutto dell’elezione di tutto il mondo) ci avviamo verso una
supercuria internazionale dinanzi alla quale quella che improvvisamente
affrontò il Vaticano II figura come una tranquilla azienda artigiana. Nascono ogni giorno commissioni e sottocommissioni,
congregazioni e segretariati, centri di coordinamento, uffici studi,
amministrativi, per la carità, per il dialogo. L’asfissia delle comunità di
base sarà completa quando calerà su di esse questa
poderosa burocrazia universale.
Nella nostra linea c'è invece (aderentemente
alla tensione di base della Chiesa attuale che è tutta in questo senso) un
ridimensionamento degli uffici centrali. Dovremmo esemplificare a lungo.
Lasciamo a voi la gioia dello scoprire quali funzioni ecclesiali risorgerebbero con le opportune modifiche alle competenze
degli organismi di curia, p. e. sulla
liturgia, sui religiosi, sulla scelta dei Vescovi. E già i Vescovi resistono
alla diplomazia vaticana, le ‘Charitas’ nazionali scavalcano
le opere centrali di assistenza, rapporti bilaterali
si sostituiscono alle opere missionarie.
Tante competenze della curia sono reali solo sulla carta o in
qualche esplosione momentanea: nel controllo teologico ci si limita a
perseguire persone isolate o isolabili, nella liturgia si codifica spesso il
fatto compiuto. Difendere questa impostazione (o
addirittura avviarsi a potenziarla sia pure con propositi pii di flessibilità)
è andare contro la realtà.
6. Noi quindi pensiamo così: una Chiesa locale romana più
concentrata sui suoi problemi, che lasciasse alle chiese locali molte e molte
delle cose che del resto non riesce più a controllare,
tesa a consolidare con il suo buon esempio rapporti di carità tra le chiese
sorelle, con le tradizionali forme di comunicazione (encicliche inviate e
ricevute, vedi il caso veramente formidabile dell’Humanae
vitae + risposte), con riunioni periodiche di comunione, anche su scala
ridotta, con eventuali concili nei momenti cruciali nei quali essere l'ultimo
coagulante dell'unità, sarebbe in fondo la miglior cosa per tutti. E non disprezziamo le possibilità della nostra comunità
locale di reggere questo quotidiano confronto. Dal sangue dei martiri, dalla
loro purissima testimonianza nei tre secoli delle catacombe, dalla presenza in
Roma di tanti grandissimi santi di tutti gli altri secoli, con le loro
intuizioni ed istituzioni, col loro tentativo di farsi presenti
nel contesto umano della nostra comunità, si sono depositati nella nostra città
e nei cristiani di Roma dei valori che ci farebbero ancora assai ricchi nel
dialogo quotidiano con le Chiese sorelle. Ma neppure
di queste ricchezze dobbiamo vantarci. Se veramente ci
sono ancora le sentiamo come il nostro debito dinanzi agli altri e non un
titolo per un riconoscimento di poteri intrasferibili.
NUOVO RETTORE ALL’ATENEO LATERANENSE
Il Papa ha nominato Monsignor Pietro Pavan
rettore dell'Ateneo lateranense, in sostituzione di
Monsignor Antonio Piolanti alla scadenza
triennale.
Il collegio dei professori ha espresso, secondo
l'uso, tre nomi (Piolanti, teologia; Maccarrone, diritto canonico; Pavan,
sociologia) ed il Papa ha scelto il terzo indicato.
L'Ateneo lateranense rappresentava
il più organico appoggio teologico alle posizioni conservatrici della Curia
prima, durante e dopo il Concilio. Con la nomina di Mons.
Pavan può dirsi che, progressivamente, tacerà una
delle voci più aggressive nei confronti delle nuove ricerche teologiche.
La violenza delle posizioni del Laterano
recava persino impaccio col suo radicalismo, come avvenne al tempo dell'attacco
frontale al Pontificio Istituto Biblico e con le campagne teologiche durante il
Concilio. Il Papa stesso in un pubblico incontro con i
docenti parlò di moderazione e di rispetto pur nella libertà di scelta
teologica.
Alla scuola del Laterano si forma
gran parte del clero romano. Il cambiamento al vertice può forse preludere ad
una maggiore apertura nella educazione del nostro
clero.
All'Ateneo lateranense pensiamo di
dovere qualcosa di più di questa breve, seppure
importante, notizia, e appena possibile ne parleremo diffusamente.
DUE PRETI LASCIANO ROMA
La Congregazione salesiana ha trasferito due suoi sacerdoti
dall'Ateneo salesiano di Roma alla Scuola di Parigi. Si tratta dei padri Lutte, psicologo, e Girardi, studioso
di marxismo. Si tratta di due studiosi di fama internazionale i quali a Roma avevano allacciato rapporti anche in ambienti
solitamente diffidenti. Due preti quindi che erano innestati nella comunità
romana al livello della loro competenza e delle esigenze della città.
Il trasferimento è avvenuto per via amministrativa senza che venissero comunicati agli interessati o alla diocesi i
motivi.
Uno dei due sacerdoti ha chiesto di conoscerli, esprimendo il
desiderio di “essere trattato almeno come un delinquente”.
Due sacerdoti noti partono e lo si
sa: molti altri meno noti vengono allontanati, e nessuno sa. La comunità
diocesana viene privata di preti di assoluto valore e
a lei congeniali senza poter conoscere, giudicare, scegliere. La comunità non viene interpellata, non si ascolta né si forma un'opinione
pubblica, non si rispettano legami pastorali nati spesso dopo molte difficoltà.
Il padre Girardi era membro della
commissione per i rapporti con i non credenti. Difficile pensare che
l'allontanamento da Roma sia stato possibile prescindendo da un benestare della
Curia.
AUGURI Il Cardinal
Vicario Dell'Acqua è in cura presso la clinica della Università
Cattolica. Gli giungano i più fraterni auguri di
pronta guarigione dal gruppo de “La Tenda”.