


In
questa lettera continuiamo a trattare dell’evangelizzazione, prima con una breve sintesi dei temi trattati
e poi presentando i primi tre interventi.
Nel prossimo numero ancora altri interventi su
questo tema a completare il quadro delle nostre riflessioni
Vogliamo
ricordare che il testo di queste Nuove Lettere insieme a quello di tutte quelle
inviate tra il 1969 e il 1986 e al testo di un piccolo libro che abbiamo curato
su Don Nicola Barra e la vita della comunità locale di S. Vincenzo de’ Paoli ad Ostia dove è
stato prete per più di 20 anni, li trovate sul sito www.latenda.info.
Sommario:
1.
Sintesi degli incontri
sull’evangelizzazione
2.
Evangelizzazione: intervento di Francesco Cagnetti
3.
Evangelizzazione: intervento di Lorenzo D’Amico
4.
Evangelizzare, ma
perché? intervento di Luigi Mochi
Sismondi
1. Sintesi
degli incontri sull’evangelizzazione
Uno dei
temi essenziali trattati nei nostri incontri è il rapporto tra eucaristia e
evangelizzazione, che è stato tema della lettera n° 2.
Un altro
aspetto da noi discusso è il rapporto tra evangelizzazione e pluralismo
religioso. Il riconoscimento di “semi” di salvezza nelle religioni non
cristiane ci induce a ripensare il modo stesso dell’evangelizzazione, che non
può più consistere in un proselitismo reso pressante dalla persuasione di dover
salvare anime dall’inferno. Professare la nostra fede significa innanzitutto
cercare di viverla sempre più intensamente e coerentemente, e comunicare ciò
che essa ha operato in noi, come un bene che sentiamo di dovere partecipare, e
tutto ciò con l’umiltà di chi è consapevole di
aver ricevuto la salvezza come puro dono.
Un’altra
condizione essenziale per una evangelizzazione credibile sta nel sapere vivere
senza pregiudizi accanto a ognuno, saper ascoltare, saper apprezzare e saper discernere.
In linea
generale, poi, siamo persuasi che la società sempre più secolarizzata in cui
noi viviamo debba essere considerata nelle sue luci e nelle sue ombre, senza
apocalittiche condanne e senza acritici entusiasmi. In qualsiasi epoca del
passato noi volgiamo lo sguardo, non ci è dato trovare condizioni ideali che
possano suscitare nostalgia, neppure in tempi in cui chiesa e stato celebravano
il trionfo delle fede cristiana.
Infine, dallo
scambio delle nostre esperienze nelle parrocchie di appartenenza, abbiamo
convenuto che nonostante tutto è possibile condurre con buoni risultati varie
iniziative di rievangelizzazione, attraverso gruppi del vangelo, incontri con
fidanzati, coi genitori dei bambini che si preparano alla comunione, e con
giovani e adulti su temi di attualità.
In tutte queste attività ci è stato di stimolo
il ricordo di don Nicolino Barra, che nella sua parrocchia di San Vincenzo de’ Paoli
a Ostia ha posto al centro della sua pastorale il coinvolgimento attivo e
consapevole non solo dei suoi collaboratori laici, ma anche di ogni persona che
si accostasse alla comunità eucaristica. Era sua cura che ciascuno dei
partecipanti ai suoi consigli pastorali esprimesse liberamente il suo pensiero,
proponesse iniziative, muovesse delle critiche. E nei caseggiati aveva promosso
la creazione di gruppi di fedeli come punti di riferimento e di sostegno,
luoghi di incontro e di preghiera aperti a tutti.
Testimonianza,
condivisione, discernimento e prima di tutto capacità di ascolto animata da una
forte speranza nell’uomo. Imparare ad ascoltare, ci insegna il nostro amico
Ghislain Lafont, è la condizione ineludibile per comunicare con gli uomini del
nostro tempo. I vescovi ci insegnano che dobbiamo imparare a parlare alla
gente, che dobbiamo conformare il nostro linguaggio a quello delle persone a cui ci rivolgiamo.
Ma ciò senza un lungo ascolto non è possibile. Il che non è facile per nessuno,
e soprattutto per chi ha funzione di magistero. Il vero dialogo non può essere
una comunicazione a senso unico.
Insegnare senza
ascoltare, senza imparare, è uno dei tanti idoli che minacciano la vita della
chiesa.
2. Evangelizzazione: intervento di Francesco Cagnetti
Don Dino D’Aloia
(Adista 7/04/2004) cappellano del carcere: “porsi affianco agli altri con il
desiderio di condividere i valori testimoniati da Gesù in una relazione di
scambio e di contaminazione reciproca”…
“chi trova qualcosa di
bello sente il dovere di comunicarlo agli altri, ma non è detto che debba
volerli convincere e presentarsi a loro dicendo che ciò che ha trovato è la
cosa più bella che esista al mondo. Vorrà piuttosto condividere la sua scoperta
con gli altri e lasciarli parlare delle loro scoperte. Condivisione sì,
colonizzazione no”
Don Antonello Solla,
parroco (sempre da Adista cit.): “Se desideriamo essere maggiormente coerenti
con il Vangelo, dobbiamo assumere la denuncia come essenza stessa
dell’annuncio”
Quindi: condivisione e
denuncia. Ma, concretamente, che cosa significa “condivisione” ? Se significa
condividere esperienze di fede con persone di altre religioni oppure più in
generale condividere esperienze di vita con chiunque. O tutt’e due le cose ?
La condivisione
praticabile si misura sull’interlocutore. Quindi va sempre reiterata la
domanda: che cosa posso condividere con questa persona ?
La “denuncia” come “essenza stessa dell’annuncio”. Ma l’annuncio non si risolve nella denuncia. Il modello dell’annuncio ai “pagani” è il discorso di Paolo all’Areopago. L’annuncio è prima di tutto la proclamazione di Gesù risorto, salvatore dell’umanità. Ma ne fa parte anche la speranza, la gioia. Inoltre è la testimonianza che rende credibile l’annuncio.
Attualmente, si tende a pensare che la testimonianza
da sola sia sufficiente. Forse perché l’annuncio, dopo duemila anni di
cristianesimo, appare superfluo o addirittura inopportuno e un po’ ridicolo.
Chi non conosce la storia di Gesù crocifisso e risorto ?
Professare
esplicitamente la propria fede appare accettabile, corretto, solo in rari casi,
quando la conversazione si indirizza naturalmente verso argomenti religiosi.
La “speranza” è
una componente dell’annuncio che a me pare di grande attualità: infatti la
nostra epoca è caratterizzata da una vistosa contraddizione tra l’elevata idea
che ci siamo fatti dell’uomo, dei suoi diritti, delle sue aspirazioni ecc., e
la realtà quotidiana che è assai spesso teatro di violenza, di sopraffazione
ecc. È quindi facile cadere nel pessimismo, nel nichilismo.
Ma mentre per il
cristiano la speranza è resa credibile dalla fede, come è possibile farla
condividere da chi non crede ? Occorre inventare una vera e propria pedagogia
della speranza.
Gli
Ebrei alimentavano la loro speranza col ricordo dei “prodigi” compiuti dal
Signore: primo fra tutti la liberazione dall’Egitto. Noi possiamo alimentarla
con esempi di persone che hanno realizzato cambiamenti positivi nella vita
degli uomini. Persone cristiane e non, a testimonianza che il Signore ha misericordia
di ogni uomo, e tutti interpella all’interno della loro coscienza.
Ricordiamoci che la conversione implica da un
lato l’annuncio e dall’altro la recezione da parte della
coscienza personale. Lo Spirito Santo opera dunque dentro e fuori la Chiesa, e
questo è il significato più ampio, più umano, più universalmente umano della
misericordia di Dio.
La speranza motiva l’operare, e l’operare
rafforza la speranza. È nell’operare “come se”, cioè nel cercare e mettere in
pratica il Bene, che il non cristiano può avvicinarsi alla fede nella
Risurrezione. Se il non cristiano antepone l’amicizia, la sincerità, la
rettitudine, la cura della dignità umana sua e degli altri all’utile comunque
perseguito, all’ambizione senza limiti e senza freni, all’odio verso chi mette
a repentaglio il suo potere, egli appartiene già al Regno di Dio, e direi che
nel profondo della sua anima sono già presenti le primizie della Risurrezione,
perché ha scelto beni non deperibili, perché ha saputo rinunciare per essi ad
altri beni, senza dubbio preziosi per la vita umana, ma la cui fruibilità è
circoscritta alla nostra vita terrena, e che in alcun modo possono essere
anteposti al bene sommo dell’amore di Dio e del prossimo.
Ma perché la nostra capacità di ascolto e di
ricezione sia migliorata, occorre liberarsi, attraverso un esercizio prolungato
e costante, da tutte le idiosincrasie, invidie, antipatie, disprezzi e
pregiudizi che ci impediscono di considerare il nostro prossimo come un
fratello.
Necessità di una
pedagogia della speranza
Che
cosa ostacola l’annuncio della Speranza ? Donde trae origine il pessimismo ?
Non è solo dal confronto tra l’ideale e
la realtà, ma dallo stato d’animo col quale facciamo questo confronto.
Può
essere lo stato d’animo di chi vagheggia un mondo migliore, ma non si adopera
per realizzarlo. Oppure lo stato d’animo
di chi lotta per realizzarlo, ma perde coraggio di fronte agli ostacoli.
Nell’uno e nell’altro
caso la rinuncia deriva dal carattere, ma anche e soprattutto dalla mancanza di
fede (fede cristiana, ma più in generale fede nel bene).
Per uscir fuori da
questa paralisi spirituale va praticata una vera e propria autopedagogia
graduale e progressiva, che si articoli in una sequenza di obiettivi
agevolmente praticabili. A titolo di esempio: nel campo politico, informarsi
sulle questioni più rilevanti, e cercare di formarsi su di esse , per quanto è
possibile, opinioni personali; partecipare ad iniziative varie: firme di
petizioni, manifestazioni, incontri-dibattiti; intervenire presso i membri del
Parlamento con suggerimenti, osservazioni critiche, ecc.
E così via in ogni campo della vita personale,
familiare e sociale.
Una spiritualità
incentrata sulla Resurrezione
Alla base della
“missionarietà” di ogni cristiano deve esserci una spiritualità incentrata
nella Risurrezione. È questo il “lieto
annuncio”: la morte non ha l’ultima parola. La fede nel Cristo risorto
trasfigura la vita intera del credente, trasforma ogni ostacolo in un’occasione
di crescita, sovrappone alla parabola discendente degli ultimi anni della vita
terrena la linea ascendente della “vita
eterna” (”Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi,
per annunciare quanto è retto il Signore..” Salmo 91)
Non si tratta quindi,
oggi, di “annunciare” sul modello di Pietro e di Paolo, dato che da duemila
anni l’annuncio è stato fatto, ma di testimoniare la portata liberatrice
dell’annuncio, e di renderne ragione a chi la chiede
Il dialogo con i non
credenti
Ma come
raggiungere i non credenti ? Nei luoghi di lavoro, nei luoghi di svago, negli
incontri tra genitori nelle scuole, nella partecipazione politica, nei rapporti
con parenti ed amici. È nella frequentazione quotidiana che si danno le
occasioni di evangelizzazione.
Occorre
sensibilizzare i credenti a questa dimensione missionaria. Si potrebbe
cominciare col mettere in comune esperienze di dialogo con i non credenti.
Particolare attenzione meriterebbero anche i rapporti con i credenti di altre
fedi, in particolare con i musulmani e con gli ebrei. Ottima è la consuetudine
degli incontri in parrocchia con loro ( frequenti, ad esempio, nella parrocchia
della Trasfigurazione a Monteverde Nuovo). La conoscenza reciproca consente di
instaurare un rapporto amichevole che
agevola, tra l‘altro, il superamento dei reciproci pregiudizi.
L’Incarnazione è l’aiuto fornito dal Padre ad una umanità incapace di liberarsi dal peccato. Nonostante questo aiuto, l’umanità è tuttora dilacerata dalle discordie. È una situazione tragica. Che cosa può ancora fare il Padre oltre a mandare suo Figlio nel mondo ? Già Gesù stesso, in un momento di sconforto si era chiesto se al suo ritorno sulla terra avrebbe ancora trovato dei credenti. Ma altrove egli dice di vedere Satana precipitato dal cielo. Per questo noi crediamo nella vittoria finale del Bene. Gesù ha affidato ai suoi discepoli il mandato di proseguire la sua missione. Dipende da loro, con l’aiuto dello Spirito, se Gesù troverà ancora la fede al suo ritorno.
Lento ma sicuro tramonto della
“Cristianità”
Dopo
duemila anni sembra che la Chiesa stia, sia pure a fatica, avviandosi a
liberarsi dalle compromissioni con le potenze terrene. C’è però ancora molto da
fare. Solo portando a termine questo processo di purificazione essa potrà
ricuperare piena credibilità, quella credibilità che in età apostolica
le ha consentito di diffondersi. Certo, non dobbiamo aspettare quel giorno per
cominciare a evangelizzare. Ma non dobbiamo meravigliarci se oggi è spesso
difficile attrarre la gente alla fede.
È
opportuno chiarire l’espressione “potere terreno”. Essa sta a significare un
dominio fondato sul privilegio, sul denaro,sulla coercizione . Ripercorriamo le
tappe della perdita da parte della Chiesa del potere terreno: la Riforma
protestante, la formazione dello Stato moderno, la caduta dello Stato
pontificio, il Concilio Vaticano II, la riforma del Concordato. Quali saranno
gli ulteriori passi in avanti sul prolungamento di questa linea ? Il più
difficile sarà il riconoscimento pieno e irrevocabile della laicità
dello Stato.
Beninteso rinunciare al potere terreno non
significa rinunciare a procurarsi i mezzi materiali indispensabili per esplicare
la propria funzione, ma saper porre un limite al perseguimento di questi
mezzi, sapere discernere il limite oltre il quale i mezzi diventano fini.
Riconoscere
la laicità dello Stato senza riserve non è facile per la Chiesa. Da un lato non
ha senso pretendere che la legge dello stato imponga a tutti i cittadini ciò
che è ritenuto giusto solo da una parte di essi, sia pure rilevante. D’altra
parte però non si può nemmeno pretendere che chi ha determinate convinzioni
morali approvi una legge che dichiari lecito ciò che egli ritiene un
male…Occorre approfondire la questione. Proviamo a farlo insieme.
Anche
in uno Stato pienamente autonomo dalle varie confessioni religiose, le leggi
presuppongono determinati valori morali. Ma quale morale è compatibile con la
laicità dello Stato? Verosimilmente quell’insieme di norme e di valori che sono
universalmente condivisi: non rubare, non uccidere, non dir falsa testimonianza
ecc. E tuttavia lo Stato legifera anche su materie sulle quali non c’è nei
cittadini uniformità di vedute (divorzio, aborto, fecondazione eterologa,
ecc.). Prendiamo ad esempio la legge sull’aborto: non ogni aborto è consentito.
Ma qual è il criterio del lecito e dell’illecito ? Pare che sia quello del
consenso generale. La legge proibisce l’aborto a partire da una certa età
dell’embrione, perché su questo limite sono tutti d’accordo (anche se una
minoranza vorrebbe anticiparlo).
Si
potrebbe quindi concordare che lo Stato limiti i suoi divieti a quegli atti che
sono da tutti o dal maggior numero ritenuti non ammissibili. Se non si vuole
accettare questo patto, allora non resta
che creare uno Stato confessionale al quale naturalmente i dissenzienti
dovrebbero sottomettersi, oppure dal quale dovrebbero emigrare. Oppure si
dovrebbe spezzare l’unità nazionale
creando due Stati, uno laico e uno confessionale, e di conseguenza….cuius regio
eius religio! E poi si dice che la storia è maestra di vita !…E poi
lanciamo episcopali anatemi contro il
separatismo di Bossi….
.
Proviamo ad individuare
alcuni dei motivi che ci dissuadono dall’evangelizzare
1)
un
tempo si evangelizzava anche spinti dalla convinzione che fuori della Chiesa
non c’era salvezza. Ora questa convinzione è stata alquanto ridimensionata.
Siamo persuasi che agli uomini di “buona volontà”, quale che sia la loro
appartenenza religiosa e anche nel caso che siano agnostici o atei, sia aperta
la porta della salvezza.
Ma se la salvezza è intesa non come uno
scampare dall’inferno, ma come partecipazione all’edificazione del regno di Dio, allora l’evangelizzazione deve
consistere nel rivelare agli uomini di buona volontà la fonte e la meta della
loro condotta, nell’annunciare che ciò che essi perseguono, la vittoria della
fraternità umana sull’egoismo, è fondato e garantito da quel Gesù di Nazaret
che per questa causa ha dato la propria vita e che per questo è stato risuscitato dal Padre.
2) un’altra remora
all’evangelizzazione è dovuta al fatto che per molti secoli i laici sono stati
esclusi da questo impegno. Spettava al clero e in specie ai missionari il compito
di evangelizzare. Ma cambiare non è facile: occorre insegnare ai laici a
rendere partecipi i non credenti del dono che hanno ricevuto. inoltre: non ha
senso, oggi, dopo duemila anni di Cristianesimo, annunciare che Cristo è
risorto: tutti sanno che questa è la fede dei cristiani. Pertanto
l’evangelizzazione, per essere accolta, deve più che mai consistere
nel mostrare concretamente, con la risurrezione della propria vita, che Cristo
è veramente risorto. Occorre testimoniare e rendere ragione della propria
testimonianza.
3) ciò che vale per il
singolo credente vale anche per
4) un’ulteriore difficoltà
risulta dal fatto che oggi molti nuovi problemi etici sono emersi a seguito di
una serie di fattori: tra gli altri il progressivo abbandono di convinzioni
finora radicate, come la condanna dell’omosessualità, delle unioni non
matrimoniali, del divorzio, dell’aborto, dell’eutanasia. Viviamo ormai in una
società in cui nessuno ti perseguita se ti professi cristiano, ma nessuno – se
cristiano non è o non si riconosce più - sopporta di essere sottoposto ai
limiti che la Chiesa pone all’agire umano. Due ordini di problemi si pongono
perciò ad ogni cristiano, e alla Chiesa : è lecito imporre per legge a chi
cristiano non è le nostre convinzioni in materia etica ? e inoltre: fino a che
punto le nuove convinzioni che si vanno diffondendo nella nostra società ci
lasciano indenni da dubbi e da interrogativi ? Pensiamo ai divorziati: è
possibile che il Signore condanni due persone che per inesperienza o anche
leggerezza hanno fatto una scelta sbagliata sposandosi, e che intendono porre
fine a questo errore, a privarsi per tutta la vita da un nuovo tentativo di
vita di coppia ? E sull’eutanasia, che cosa ha da dire il cristiano ? Certamente sono questioni molto delicate, che
concernono principi essenziali: la serietà dell’impegno ad una vita di coppia,
la salvaguardia della vita umana. Ma non mi sembra giusto considerare il
Signore unicamente come legislatore. Sappiamo anche sul piano umano che ogni
legge va interpretata in sede di applicazione, e che non sempre la sua
trasgressione è condannabile.
Concludendo: rilanciare oggi
l’evangelizzazione come obiettivo primario della Chiesa è certamente
essenziale. Ma proporre questo obiettivo ai cristiani senza una riflessione
personale e comunitaria sui modi in cui, oggi, possa essere perseguito
significa ripiegare su una strategia puramente difensiva che alla lunga si
rivelerà perdente.
3.
Evangelizzazione: intervento di Lorenzo D’Amico
1- Perché evangelizzare?
La storia di Abramo, di
Davide, di Elia, il padre misericordioso, l’adultera, il buon samaritano, la
morte e risurrezione di Gesù… quante pagine bibliche hanno riempito i nostri
cuori e segnato profondamente la nostra vita e dilatato il nostro respiro? Come
è possibile non raccontare ciò che il Signore ha compiuto e compie in noi e
nell’umanità tutta? Ciò che di prezioso ci troviamo fra le mani lo abbiamo ricevuto
in dono, per cui non possiamo certo vantarcene, che cosa ci viene chiesto?
Saper condividere tali ricchezze con ogni uomo e donna.
2- Chi
è chiamato ad evangelizzare?
Se è vero che per molti secoli i laici si
sono sentiti esclusi da tale servizio, è anche vero che:
- per
quanto riguarda l’evangelizzazione individuale, l’impegno dei laici c’è
sempre stato ed è stato determinante, vedi di padre in figlio, da compagno a
compagno;
- per
quanto riguarda l’evangelizzazione comunitaria, c’è stato egualmente un
impegno determinante, ma non sempre è stato colto come tale, lo stesso
Benedetto da Norcia Assisi era laico e Francesco d’Assisi era diacono, ed hanno
evangelizzato interi popoli; la fede cristiana ad esempio è entrata e si è
diffusa in Corea agli inizi del XVII secolo ad opera dei laici. Sarebbe utile
raccogliere la storia di laici evangelizzatori e ancor più ripensare al ruolo
dei preti: anche loro laici a cui è affidato il servizio della comunione tra
persone diverse, quindi tra doni diversi.
3- Che
cosa sta cambiando la situazione?
Cosa ne è del
coinvolgimento dei laici nella missione, nella diffusione del Vangelo, della
sua Parola che libera?
Occorre ricordare che
oggi, come nel passato, c’è il grave pericolo e non solo teorico, di una
lettura fondamentalista della Bibbia, è necessaria una crescita dell’intero
popolo di Dio, capace di confrontarsi con ogni uomo e donna di buona volontà.
4- Quali
sono i punti di partenza di chi è chiamato ad evangelizzare?
Non c’è
evangelizzazione se non c’è nell’evangelizzatore volontà di convertirsi.
Contemporaneamente è
necessario saper discernere quando occorre con alcune persone tacere tutta una
vita, lasciare all’altro l’iniziativa di certi argomenti e quando invece è
necessario saper avviare un dialogo; in tutti i
casi l’inizio è un impegno serio ad ascoltare, a meditare e vivere,
un’evangelizzazione ha come presupposto la testimonianza, a questo
proposito è utile rileggere le parole del vescovo algerino Pierre Claverie, del
1996, in occasione del martirio di sette monaci, solo quaranta giorni prima di
essere assassinato lui stesso:
Dall’inizio del dramma algerino mi è stato spesso chiesto:
Cosa state facendo qui? Perché rimanete? Stiamo qui a motivo del Messia
crocifisso. Per nulla più di questo e per nessun altro.
Non abbiamo interessi da salvaguardare o influenze da
preservare. E non siamo nemmeno motivati da qualche perversione masochistica o
desiderio di suicidio. Non abbiamo alcun potere. Rimaniamo in Algeria come al
capezzale di un amico, tendendogli una mano amichevole, asciugandogli la
fronte. Per Gesù, poiché egli è colui che sta soffrendo in questa violenza che
non perdona nessuno ed è nuovamente crocifisso nella carne di migliaia di
persone crocifisse. Come Maria, come Giovanni, stiamo qui, ai piedi della croce
sulla quale Gesù sta morendo, abbandonato dai suoi, sbeffeggiato dal popolo.
Non è forse essenziale per un cristiano stare qui, nei posti della sofferenza e
dell’abbandono? Dove potrebbe stare la Chiesa di Gesù Cristo se non proprio in
quei luoghi? Anche se può sembrare paradossale, la forza, la vitalità, la
speranza e la fecondità della Chiesa vengono da quei luoghi. Da nessun’altra
parte e in nessun altro modo. Tutto il resto è solo fumo negli occhi,
un’illusione mondana. La Chiesa tradisce se stessa e il mondo quando si
presenta come un potere in mezzo ad altri poteri, come un’organizzazione –
foss’anche umanitaria – o come un movimento evangelico spettacolare. Può
brillare, ma non può bruciare dell’amore di Dio, “forte come la morte” (Ct
8,6). Effettivamente è una questione d’amore prima di qualsiasi altra cosa,
amore, solo amore. Una passione per la quale Gesù ci ha dato il gusto e
insegnato la via: “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i
propri amici” (Gv 15,13).
“Alvaro
Rodriguez Echeverria, presidente dell’Unione dei Superiori Generali, indirizza
questa lettera ai religiosi e religiose che si trovano attualmente in Iraq
aggiungendo: sono la spiegazione migliore della vostra presenza generosa oggi
in Iraq… Fratelli e sorelle, anche voi siete laggiù a nome del nostro Messia
crocifisso. Non siete una potenza e non siete un’organizzazione potente o
prestigiosa; non avete interessi da salvaguardare o influenze da preservare…;
anche per voi è una questione d’amore, solo d’amore, una questione di passione
che, come quella di Gesù, vi abilita a creare spazi per la vita in abbondanza
per il piccolo gruppo di cristiani per i quali la vostra presenza è
indispensabile e consolante, ma anche per tutti gli Iracheni, senza distinzione
di razza o di religione, che voi servite con generosa dedizione.” (Adista 31
luglio 2004 p. 14)
5- Ciò
che ostacola l’evangelizzazione.
La
Chiesa è un testimone credibile? “Ci sono stati secoli nei quali la Chiesa ha
usato metodi di intolleranza e persino di violenza nel servizio alla verità”
(Giovanni Paolo II, Regno 952, p. 467). (Vedi Atti del Simposio
sull’Inquisizione, Collana “Studi e Testi” della Biblioteca Apostolica
Vaticana, G. Cottier, A. Borromeo …).
Non
ci sono oggi organizzazioni ecclesiali che risentano dell’intolleranza che
furono propri dell’Inquisizione? Quanti uomini di Chiesa sono condannati ancora
oggi senza possibilità di conoscere l’accusatore e senza possibilità di
difendersi, dovendo solo prendere atto delle sanzioni a proprio carico?
Altri
ostacoli:
- l’attuale sterilità
nell’evangelizzazione avviene in quei terreni su cui la Chiesa ha preteso e
pretende di dare risposte totalizzanti (vedi partiti, scuole, ospedali…
);
- quando la Chiesa si
presenta come una roccaforte piantata sulla roccia pronta a sfornare
interdizioni, abituata ad allertare i propri abitanti contro il mondo esterno
sempre visto nella sua valenza negativa, piuttosto che mostrare il suo vero
volto come barca che deve faticosamente avanzare tra venti di ogni genere.
- quante volte
Ritorna in tutta la sua chiarezza la seconda
tentazione di Gesù: “Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni,
perché è stata messa nelle mie mani ed io la do a chi voglio. Se ti prostri
dinnanzi a me, tutto sarà tuo” (Lc 4,6…)
6- Ciò
che aiuta l’evangelizzazione.
- È molto prezioso che singoli credenti
operino una scelta di povertà vera, ma occorre che l’intera Chiesa s’impegni
in un cammino aperto e universale libero dal potere economico; se questo
non avverrà singoli battitori liberi potranno creare per dono del Signore
piccole oasi, ma la Chiesa nella sua totalità rimarrà sempre più imbrigliata
come Lacoonte che nel tentativo di salvare i figli si trova avvolto nelle
stesse spire della piovra… il grande tentatore;
- non voler difendere ogni tratto della
Chiesa, ma saper andare alla fonte della fede, che non è la Chiesa ma il
Signore; la Chiesa è un tramite prezioso ma temporaneo e terreno;
- aiutiamo l’evangelizzazione ogni volta
che seguiamo un “attivo e responsabile anticonformismo nei confronti di
questo mondo e ci siamo trasformati rinnovando la nostra mente per discernere
qual è il volere di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12,2);
- nella ricerca individuale ci sono a volte esempi
straordinari di fede, il cammino comunitario è un aiuto unico per vivere
e approfondire la propria ricerca e trasmetterla.
7- Dialogo
all’interno e dialogo all’esterno.
Occorre
un confronto aperto, senza paure, senza improvvise minacce o chiusure, con la
volontà di cercare in profondità un dialogo non affrettato.
Una
sana evangelizzazione ha bisogno contemporaneamente di un dialogo all’interno
ed un dialogo all’esterno:
- Dialogo all’interno: oggi la
situazione dell’ONU è bloccata dal diritto di veto di alcune nazioni, solo un
ripensamento profondo dell’attuale struttura e veto può ridare vita all’ONU ed
al mondo; così è per la Chiesa Cattolica, occorre un discernimento comunitario
che comporti un reale cambiamento-approfondimento, una gerarchia che sia
davvero al servizio della comunione. Perché questo avvenga è necessario saper mettere
al corrente di una ricerca in atto e non comunicare solo i risultati a cose
fatte, sapendo chiedere ai laici non solo preghiere ma anche contributi
(bisogna riconoscere che vengono già chiesti, ma quelli economici);
- Dialogo all’esterno: in alcuni casi sarà davvero utile ascoltare
la voce pubblica dei nostri vescovi, come ad esempio è stato ultimamente contro
la guerra e sarebbe necessario contro tante forme economiche che generano
ingiustizia, fame e morte; ma normalmente dovranno essere i laici cresciuti
dentro comunità capaci di sviluppare e rispettarne le diversità, saranno essi
stessi ad essere fermento dentro l’agone politico-sociale.
Il
nostro dialogo all’esterno deve essere capace di cogliere lo sguardo disperato
di un giovane emigrato/a e di affiancarlo/a efficacemente, oppure capace di
cogliere il grido di una bambina come traspare da questa lettera di Roberta di
undici anni, a proposito del padre ritornato nel vortice della droga:
“Droga,
a te si proprio a te,
che prendi in pugno la vita di alcuni ragazzi che delusi della loro propria
vita cadono nel tuo sporco gioco e pian piano li lasci cadere giù, si proprio
così fai, tu ridi di chi non riesce a liberarsene, ma un giorno riderò io di te
brutta vigliacca! In fondo tu non sei nulla, sei solo il destino legato alla
vita di un uomo disperato e deluso della sua vita, ma se noi uomini vogliamo
sappiamo distruggerti e dopo rideremo noi di te! Così diventerai uno sporco
gioco che smette di giocare sporco e che poi cade in basso per sempre. Tanti
saluti Roberta”.
8- Una
Chiesa romana ancora catacombale?
Probabilmente
ancora oggi a Roma viviamo una fede catacombale, con tante piccole e nascoste
realtà che sono il resto del popolo di Dio, che accoglie la grazia di Dio, che
sente e vive la gioia e la pace che ci deriva da
Colui che ha già vinto il peccato e la morte e ci è compagno in mezzo alle
nostre tempeste, resto di popolo che sente la preziosità di Chi non si
sostituisce ad Abramo, ma rende fecondo un seno sterile, che accoglie
Colui che ci accompagna nelle nostre ricerche intorno alla sua Parola, che ci
accompagna nei confronti stabili fra coppie…
Forse
è giunto il tempo in cui è necessario che tante perle preziose vengano alla
luce del giorno, per poter comunicare la forza che viene da tale luce, una luce
non generata, ma accolta… ed ora trasmessa.
9- Ite
missa est.
Jungmann,
un grande liturgista traduceva: “andate è l’ora della vostra missione”.
Ognuno
di noi non pone mai l’ultimo mattone, ma se ben posizionata la nostra parola
serve come punto di appoggio e di rialzo del mattone successivo; sarebbe un po’
ridicolo se rimanessimo concentrati su ciò che abbiamo posizionato noi,
piuttosto che sull’intera costruzione.
L’immagine
che abbiamo della creazione nella cappella Sistina, non rappresenta un Dio che
tiene tra i denti Adamo, come una leonessa con il suo piccolo, portandolo qua e
là, ma il dito della mano di Dio teso, un po’ staccato
dalla mano di Adamo, che ne coglie la forza, ma non è forzato; così la nostra
evangelizzazione deve rimanere un’offerta, piena della sua carica, ma
rispettosa dei tempi e del pensiero dell’altro.
4. Evangelizzazzare ma
perché?: intervento di Luigi Mochi
Sismondi
Sembra una provocazione, ma lo è davvero? Forse è ora di spostare l’interesse
dall’azione dell’ evangelizzazione ai suoi contenuti e in ultima analisi alle
sue ragioni:
·
Siamo
tutti oramai convinti che la salvezza, e la benevolenza di Dio non dipendano
dalle cose in cui crediamo, al Padre è gradito un mussulmano come un buddista,
come un cattolico, come infine un uomo di buona volontà che per sua storia
individuale o sociale non abbia fede né abbia interesse alla sfera religiosa.
Siamo inoltre convinti che il tentativo della Chiesa o meglio della cristianità
di conformare ai propri riti e al proprio credo l’umanità intera sia privo di
speranza di riuscita se pure avesse un
senso.
“… Per me non devi
assolutamente preoccuparti; io sto straordinariamente bene, te ne meraviglieresti se venissi a trovarmi. Ti
penso ogni mattina ed ogni sera leggendo la Bibbia. La gente qui mi ripete
continuamente che da me promana una tale calma e che sono sempre così sereno.
Ti meraviglieresti, o forse ti preoccuperesti tutt’al più delle mie idee
teologiche e delle loro conseguenze…
Ciò che mi preoccupa continuamente è la questione di che
cosa sia veramente per noi, oggi, il cristianesimo, o anche chi sia Cristo. È
passato il tempo in cui questo lo si poteva dire agli uomini tramite le parole
– siano esse parole teologiche oppure pie –; così come è passato il tempo della
interiorità e della coscienza, cioè appunto il tempo della religione in
generale. Stiamo andando incontro ad un tempo completamente non-religioso; gli
uomini, così come ormai sono, semplicemente non possono più essere religiosi.
Anche coloro che si definiscono sinceramente “religiosi”, non lo mettono in
pratica in nessun modo; presumibilmente, con “religioso” essi intendono
qualcosa di completamente diverso.
Il nostro annuncio e la nostra teologia cristiani nel loro
complesso, con i loro 1900 anni, si basano però sull’“apriori religioso” degli
uomini. Il “cristianesimo” è stato sempre una forma (forse la vera forma) della
“religione”. Ma se un giorno diventa chiaro che questo “apriori” non esiste
affatto, e che s’è trattato invece di una forma d’espressione umana,
storicamente condizionata e caduca, se insomma gli uomini diventano davvero
radicalmente non religiosi – e io credo che più o meno questo sia già il caso
(da che cosa dipende ad esempio il fatto che questa guerra, a differenza di
tutte le precedenti, non provoca una reazione “religiosa”?) – che cosa
significa allora tutto questo per il “cristianesimo”? Vengono scalzate le
fondamenta dell’intero nostro “cristianesimo” qual è stato finora, e noi
“religiosamente” potremo raggiungere soltanto qualche “cavaliere solitario” o
qualche persona intellettualmente disonesta. Dovrebbero essere questi i pochi
eletti? Dovremmo gettarci zelanti, stizziti o sdegnati proprio su questo
equivoco gruppo di persone per smerciar loro la nostra mercanzia? Dovremmo noi
aggredire qualche infelice colto in un momento di debolezza e per così dire,
violentarlo religiosamente? Se non vogliamo niente di tutto questo, se alla
fine anche la forma occidentale del cristianesimo dovessimo giudicarla solo uno
stadio previo rispetto ad una totale non-religiosità, che situazione ne
deriverebbe allora per noi, per la Chiesa? Come può Cristo diventare il signore
anche dei non-religiosi? Ci sono cristiani non-religiosi? Se la religione è
solo una veste del cristianesimo – e questa veste ha assunto essa pure aspetti
molto diversi in tempi diversi – che cos’è allora un cristianesimo
non-religioso?
. Le risposte cui bisognerebbe rispondere sono: che cosa
significano una Chiesa, una comunità, una predicazione, una liturgia, una vita
cristiana in un mondo non-religioso? Come parliamo di Dio senza religione, cioè appunto senza i
presupposti storicamente condizionati della metafisica, dell’interiorità ecc.
ecc.? Come parliamo (o forse appunto ormai non si può più “parlarne” come s’è
fatto finora) “mondanamente” di “Dio”, come siamo cristiani
“non-religiosi-mondani”, come siamo ek-klesía, cioè chiamati-fuori, senza
considerarci religiosamente favoriti, ma piuttosto in tutto e per tutto appartenenti
al mondo? Cristo allora non è più oggetto della religione, ma qualcosa di
totalmente diverso, veramente il signore del mondo. Ma che significa questo?
Che significato hanno il culto e la preghiera nella non-religiosità? [...]
di fronte ai limiti umani; questo inevitabilmente riesce
sempre e soltanto finché gli uomini con le loro proprie forze non spingono i
limiti un po’ più avanti, e il Dio inteso come deus ex machina non diventa superfluo; per me il discorso sui
limiti umani è diventato assolutamente problematico (sono oggi ancora autentici
limiti la morte, che gli uomini quasi non temono più, e il peccato, che gli
uomini quasi non comprendono?); mi sembra sempre come se volessimo soltanto
timorosamente salvare un po’ di spazio per Dio; – io vorrei parlare di Dio non
ai limiti, ma al centro, non nelle debolezze, ma nella forza, non dunque in
relazione alla morte e alla colpa, ma nella vita e nel bene dell’uomo.
Raggiunti i limiti, mi pare meglio tacere e lasciare irrisolto l’irrisolvibile.
La fede nella resurrezione non è la
“soluzione” del problema della morte. L’“aldilà” di Dio non è l’aldilà delle
capacità della nostra conoscenza! La trascendenza gnoseologica non ha nulla che
fare con la trascendenza di Dio. È al centro della nostra vita che Dio è
aldilà.
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