Casella di testo:  
 
“Va a riferire al mio servo David:
così dice Javhè:
tu non mi edificherai la casa dove dimorare!
Io infatti non ho abitato in nessuna casa da quando ho liberato Israele fino ad oggi, ma mi sono aggirato di tenda in tenda e di dimora in dimora.
Durante tutte le mie peregrinazioni attraverso l’intero Israele, ho forse detto a qualcuno dei Giudici di Israele, cui avevo ordinato di pascere il mio popolo, una sola parola di questo genere: 
- Perché non mi avete 
edificato una casa di cedro? –“
1 Cron. 17, 4-6
 
 
 
E non vidi in essa alcun santuario; poiché il Signore Iddio dominatore universale è il suo santuario.
Apoc. 21, 22
Casella di testo: la tenda   
Casella di testo: Corrispondenza
del gruppo :
 
Nuova serie  
n° 3 
Giugno 2007
 
 
 
 
 
 

 

 

 

 

 

 

 


In questa lettera continuiamo a trattare dell’evangelizzazione,  prima con una breve sintesi dei temi trattati e poi presentando i primi tre interventi.

 Nel prossimo numero ancora altri interventi su questo tema a completare il quadro delle nostre riflessioni

Vogliamo ricordare che il testo di queste Nuove Lettere insieme a quello di tutte quelle inviate tra il 1969 e il 1986 e al testo di un piccolo libro che abbiamo curato su Don Nicola Barra e la vita della comunità locale di           S. Vincenzo de’ Paoli ad Ostia dove è stato prete per più di 20 anni, li trovate sul sito www.latenda.info.

 

Sommario:

1.      Sintesi degli incontri sull’evangelizzazione

2.      Evangelizzazione: intervento di Francesco Cagnetti

3.      Evangelizzazione: intervento di Lorenzo D’Amico

4.      Evangelizzare, ma perché? intervento di Luigi Mochi Sismondi

 

1. Sintesi degli incontri sull’evangelizzazione

 

Uno dei temi essenziali trattati nei nostri incontri è il rapporto tra eucaristia e evangelizzazione, che è stato tema della lettera n° 2.

Un altro aspetto da noi discusso è il rapporto tra evangelizzazione e pluralismo religioso. Il riconoscimento di “semi” di salvezza nelle religioni non cristiane ci induce a ripensare il modo stesso dell’evangelizzazione, che non può più consistere in un proselitismo reso pressante dalla persuasione di dover salvare anime dall’inferno. Professare la nostra fede significa innanzitutto cercare di viverla sempre più intensamente e coerentemente, e comunicare ciò che essa ha operato in noi, come un bene che sentiamo di dovere partecipare, e tutto ciò con l’umiltà di chi è consapevole di  aver ricevuto la salvezza come puro dono.

Un’altra condizione essenziale per una evangelizzazione credibile sta nel sapere vivere senza pregiudizi accanto a ognuno, saper ascoltare, saper apprezzare  e saper discernere.

In linea generale, poi, siamo persuasi che la società sempre più secolarizzata in cui noi viviamo debba essere considerata nelle sue luci e nelle sue ombre, senza apocalittiche condanne e senza acritici entusiasmi. In qualsiasi epoca del passato noi volgiamo lo sguardo, non ci è dato trovare condizioni ideali che possano suscitare nostalgia, neppure in tempi in cui chiesa e stato celebravano il trionfo delle fede cristiana.

Infine, dallo scambio delle nostre esperienze nelle parrocchie di appartenenza, abbiamo convenuto che nonostante tutto è possibile condurre con buoni risultati varie iniziative di rievangelizzazione, attraverso gruppi del vangelo, incontri con fidanzati, coi genitori dei bambini che si preparano alla comunione, e con giovani e adulti su temi di attualità.

 In tutte queste attività ci è stato di stimolo il ricordo di don Nicolino Barra, che nella sua parrocchia di San Vincenzo de’ Paoli a Ostia ha posto al centro della sua pastorale il coinvolgimento attivo e consapevole non solo dei suoi collaboratori laici, ma anche di ogni persona che si accostasse alla comunità eucaristica. Era sua cura che ciascuno dei partecipanti ai suoi consigli pastorali esprimesse liberamente il suo pensiero, proponesse iniziative, muovesse delle critiche. E nei caseggiati aveva promosso la creazione di gruppi di fedeli come punti di riferimento e di sostegno, luoghi di incontro e di preghiera aperti a tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Testimonianza, condivisione, discernimento e prima di tutto capacità di ascolto animata da una forte speranza nell’uomo. Imparare ad ascoltare, ci insegna il nostro amico Ghislain Lafont, è la condizione ineludibile per comunicare con gli uomini del nostro tempo. I vescovi ci insegnano che dobbiamo imparare a parlare alla gente, che dobbiamo conformare il nostro linguaggio  a quello delle persone a cui ci rivolgiamo. Ma ciò senza un lungo ascolto non è possibile. Il che non è facile per nessuno, e soprattutto per chi ha funzione di magistero. Il vero dialogo non può essere una comunicazione a senso unico.

Insegnare senza ascoltare, senza imparare, è uno dei tanti idoli che minacciano la vita della chiesa.

 

2. Evangelizzazione: intervento di Francesco Cagnetti

 

Don Dino D’Aloia (Adista 7/04/2004) cappellano del carcere: “porsi affianco agli altri con il desiderio di condividere i valori testimoniati da Gesù in una relazione di scambio e di contaminazione reciproca”…

“chi trova qualcosa di bello sente il dovere di comunicarlo agli altri, ma non è detto che debba volerli convincere e presentarsi a loro dicendo che ciò che ha trovato è la cosa più bella che esista al mondo. Vorrà piuttosto condividere la sua scoperta con gli altri e lasciarli parlare delle loro scoperte. Condivisione sì, colonizzazione no”

Don Antonello Solla, parroco (sempre da Adista cit.): “Se desideriamo essere maggiormente coerenti con il Vangelo, dobbiamo assumere la denuncia come essenza stessa dell’annuncio”

Quindi: condivisione e denuncia. Ma, concretamente, che cosa significa “condivisione” ? Se significa condividere esperienze di fede con persone di altre religioni oppure più in generale condividere esperienze di vita con chiunque. O tutt’e due le cose ?

La condivisione praticabile si misura sull’interlocutore. Quindi va sempre reiterata la domanda: che cosa posso condividere con questa persona ?

La “denuncia” come “essenza stessa dell’annuncio”. Ma l’annuncio non si risolve nella denuncia. Il modello dell’annuncio ai “pagani” è il discorso di Paolo all’Areopago. L’annuncio è prima di tutto la proclamazione di Gesù risorto, salvatore dell’umanità. Ma ne fa parte anche la speranza, la gioia. Inoltre è la testimonianza che rende credibile l’annuncio.

 Attualmente, si tende a pensare che la testimonianza da sola sia sufficiente. Forse perché l’annuncio, dopo duemila anni di cristianesimo, appare superfluo o addirittura inopportuno e un po’ ridicolo. Chi non conosce la storia di Gesù crocifisso e risorto ?

Professare esplicitamente la propria fede appare accettabile, corretto, solo in rari casi, quando la conversazione si indirizza naturalmente verso argomenti religiosi.

 

La “speranza” è una componente dell’annuncio che a me pare di grande attualità: infatti la nostra epoca è caratterizzata da una vistosa contraddizione tra l’elevata idea che ci siamo fatti dell’uomo, dei suoi diritti, delle sue aspirazioni ecc., e la realtà quotidiana che è assai spesso teatro di violenza, di sopraffazione ecc. È quindi facile cadere nel pessimismo, nel nichilismo.

Ma mentre per il cristiano la speranza è resa credibile dalla fede, come è possibile farla condividere da chi non crede ? Occorre inventare una vera e propria pedagogia della speranza.

Gli Ebrei alimentavano la loro speranza col ricordo dei “prodigi” compiuti dal Signore: primo fra tutti la liberazione dall’Egitto. Noi possiamo alimentarla con esempi di persone che hanno realizzato cambiamenti positivi nella vita degli uomini. Persone cristiane e non, a testimonianza che il Signore ha misericordia di ogni uomo, e tutti interpella all’interno della loro coscienza.

 Certo l’orizzonte di speranza aperto dalla Risurrezione sembra offuscato dal rifiuto di molti. Gesù stesso dice: chissà se troverò ancora la fede quando tornerò ! Saremmo tentati a pensare che solo una parte dell’umanità parteciperà al Regno di Dio. Ma non possiamo limitare la misericordia di Dio entro l’ambito della nostra esperienza di fede cristiana. Certo, Dio opera per mezzo di noi, della Chiesa che Egli ha fondato e di cui facciamo parte, ma non dimentichiamo mai che lo Spirito soffia dove vuole (sia ringraziato il Signore !). Oppure vogliamo ripetere l’errore del popolo ebreo, ogni volta che s’insuperbiva e credeva che la sua elezione consistesse nel dominare  tutti i popoli ? (“…per stringere in catene i loro capi, i loro nobili in ceppi di ferro..” Salmo 149).

Ricordiamoci che la conversione implica da un lato l’annuncio e dall’altro la recezione da parte della coscienza personale. Lo Spirito Santo opera dunque dentro e fuori la Chiesa, e questo è il significato più ampio, più umano, più universalmente umano della misericordia di Dio. 

                                                                                                                                                              

La speranza motiva l’operare, e l’operare rafforza la speranza. È nell’operare “come se”, cioè nel cercare e mettere in pratica il Bene, che il non cristiano può avvicinarsi alla fede nella Risurrezione. Se il non cristiano antepone l’amicizia, la sincerità, la rettitudine, la cura della dignità umana sua e degli altri all’utile comunque perseguito, all’ambizione senza limiti e senza freni, all’odio verso chi mette a repentaglio il suo potere, egli appartiene già al Regno di Dio, e direi che nel profondo della sua anima sono già presenti le primizie della Risurrezione, perché ha scelto beni non deperibili, perché ha saputo rinunciare per essi ad altri beni, senza dubbio preziosi per la vita umana, ma la cui fruibilità è circoscritta alla nostra vita terrena, e che in alcun modo possono essere anteposti al bene sommo dell’amore di Dio e del prossimo.

 L’annuncio della speranza implica inoltre l’umiltà di chi annuncia, umiltà intesa come coscienza della propria finitezza e del carattere gratuito dei doni che il Signore ci ha fatti. Questa consapevolezza, infatti, ci avvicina agli altri uomini e ci consente di comunicare con loro in modo veramente dialogico (dare e ricevere).

Ma perché la nostra capacità di ascolto e di ricezione sia migliorata, occorre liberarsi, attraverso un esercizio prolungato e costante, da tutte le idiosincrasie, invidie, antipatie, disprezzi e pregiudizi che ci impediscono di considerare il nostro prossimo come un fratello.

 

Necessità di una pedagogia della speranza

Che cosa ostacola l’annuncio della Speranza ? Donde trae origine il pessimismo ? Non è solo dal confronto  tra l’ideale e la realtà, ma dallo stato d’animo col quale facciamo questo confronto.

Può essere lo stato d’animo di chi vagheggia un mondo migliore, ma non si adopera per realizzarlo.  Oppure lo stato d’animo di chi lotta per realizzarlo, ma perde coraggio di fronte agli ostacoli.

Nell’uno e nell’altro caso la rinuncia deriva dal carattere, ma anche e soprattutto dalla mancanza di fede (fede cristiana, ma più in generale fede nel bene).

Per uscir fuori da questa paralisi spirituale va praticata una vera e propria autopedagogia graduale e progressiva, che si articoli in una sequenza di obiettivi agevolmente praticabili. A titolo di esempio: nel campo politico, informarsi sulle questioni più rilevanti, e cercare di formarsi su di esse , per quanto è possibile, opinioni personali; partecipare ad iniziative varie: firme di petizioni, manifestazioni, incontri-dibattiti; intervenire presso i membri del Parlamento con suggerimenti, osservazioni critiche, ecc.

E  così via in ogni campo della vita personale, familiare e sociale.

Una spiritualità incentrata sulla Resurrezione

Alla base della “missionarietà” di ogni cristiano deve esserci una spiritualità incentrata nella Risurrezione.  È questo il “lieto annuncio”: la morte non ha l’ultima parola. La fede nel Cristo risorto trasfigura la vita intera del credente, trasforma ogni ostacolo in un’occasione di crescita, sovrappone alla parabola discendente degli ultimi anni della vita terrena la linea ascendente della “vita  eterna” (”Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno vegeti e rigogliosi, per annunciare quanto è retto il Signore..” Salmo 91)

Non si tratta quindi, oggi, di “annunciare” sul modello di Pietro e di Paolo, dato che da duemila anni l’annuncio è stato fatto, ma di testimoniare la portata liberatrice dell’annuncio, e di renderne ragione a chi la chiede.

Il dialogo con i non credenti

Ma come raggiungere i non credenti ? Nei luoghi di lavoro, nei luoghi di svago, negli incontri tra genitori nelle scuole, nella partecipazione politica, nei rapporti con parenti ed amici. È nella frequentazione quotidiana che si danno le occasioni di evangelizzazione.

Occorre sensibilizzare i credenti a questa dimensione missionaria. Si potrebbe cominciare col mettere in comune esperienze di dialogo con i non credenti. Particolare attenzione meriterebbero anche i rapporti con i credenti di altre fedi, in particolare con i musulmani e con gli ebrei. Ottima è la consuetudine degli incontri in parrocchia con loro ( frequenti, ad esempio, nella parrocchia della Trasfigurazione a Monteverde Nuovo). La conoscenza reciproca consente di instaurare  un rapporto amichevole che agevola, tra l‘altro, il superamento dei reciproci pregiudizi.

L’Incarnazione è l’aiuto fornito dal Padre ad una umanità incapace di liberarsi dal peccato. Nonostante questo aiuto, l’umanità è tuttora dilacerata dalle discordie. È una situazione tragica. Che cosa può ancora fare il Padre oltre a mandare suo Figlio nel mondo ? Già Gesù stesso, in un momento di sconforto si era chiesto se al suo ritorno sulla terra avrebbe ancora trovato dei credenti. Ma altrove egli dice di vedere Satana precipitato dal cielo. Per questo noi crediamo nella vittoria finale del Bene. Gesù ha affidato ai suoi discepoli il mandato di proseguire la sua missione. Dipende da loro, con l’aiuto dello Spirito, se Gesù troverà ancora la fede al suo ritorno.

  

  Lento ma sicuro tramonto della “Cristianità”

 

Dopo duemila anni sembra che la Chiesa stia, sia pure a fatica, avviandosi a liberarsi dalle compromissioni con le potenze terrene. C’è però ancora molto da fare. Solo portando a termine questo processo di purificazione essa potrà ricuperare piena credibilità, quella credibilità che in età apostolica le ha consentito di diffondersi. Certo, non dobbiamo aspettare quel giorno per cominciare a evangelizzare. Ma non dobbiamo meravigliarci se oggi è spesso difficile attrarre la gente alla fede.

È opportuno chiarire l’espressione “potere terreno”. Essa sta a significare un dominio fondato sul privilegio, sul denaro,sulla coercizione . Ripercorriamo le tappe della perdita da parte della Chiesa del potere terreno: la Riforma protestante, la formazione dello Stato moderno, la caduta dello Stato pontificio, il Concilio Vaticano II, la riforma del Concordato. Quali saranno gli ulteriori passi in avanti sul prolungamento di questa linea ? Il più difficile sarà il riconoscimento pieno e irrevocabile della laicità dello Stato.

Beninteso rinunciare al potere terreno non significa rinunciare a procurarsi i mezzi materiali indispensabili per esplicare la propria funzione, ma saper porre un limite al perseguimento di questi mezzi, sapere discernere il limite oltre il quale i mezzi diventano fini.

Riconoscere la laicità dello Stato senza riserve non è facile per la Chiesa. Da un lato non ha senso pretendere che la legge dello stato imponga a tutti i cittadini ciò che è ritenuto giusto solo da una parte di essi, sia pure rilevante. D’altra parte però non si può nemmeno pretendere che chi ha determinate convinzioni morali approvi una legge che dichiari lecito ciò che egli ritiene un male…Occorre approfondire la questione. Proviamo a farlo insieme.

Anche in uno Stato pienamente autonomo dalle varie confessioni religiose, le leggi presuppongono determinati valori morali. Ma quale morale è compatibile con la laicità dello Stato? Verosimilmente quell’insieme di norme e di valori che sono universalmente condivisi: non rubare, non uccidere, non dir falsa testimonianza ecc. E tuttavia lo Stato legifera anche su materie sulle quali non c’è nei cittadini uniformità di vedute (divorzio, aborto, fecondazione eterologa, ecc.). Prendiamo ad esempio la legge sull’aborto: non ogni aborto è consentito. Ma qual è il criterio del lecito e dell’illecito ? Pare che sia quello del consenso generale. La legge proibisce l’aborto a partire da una certa età dell’embrione, perché su questo limite sono tutti d’accordo (anche se una minoranza vorrebbe anticiparlo).

Si potrebbe quindi concordare che lo Stato limiti i suoi divieti a quegli atti che sono da tutti o dal maggior numero ritenuti non ammissibili. Se non si vuole accettare questo patto, allora  non resta che creare uno Stato confessionale al quale naturalmente i dissenzienti dovrebbero sottomettersi, oppure dal quale dovrebbero emigrare. Oppure si dovrebbe  spezzare l’unità nazionale creando due Stati, uno laico e uno confessionale, e di conseguenza….cuius regio eius religio! E poi si dice che la storia è maestra di vita !…E poi lanciamo  episcopali anatemi contro il separatismo di Bossi….

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Proviamo ad individuare alcuni dei motivi che ci dissuadono dall’evangelizzare

 

1)         un tempo si evangelizzava anche spinti dalla convinzione che fuori della Chiesa non c’era salvezza. Ora questa convinzione è stata alquanto ridimensionata. Siamo persuasi che agli uomini di “buona volontà”, quale che sia la loro appartenenza religiosa e anche nel caso che siano agnostici o atei, sia aperta la porta della salvezza.

 Ma se la salvezza è intesa non come uno scampare dall’inferno, ma come partecipazione all’edificazione del  regno di Dio, allora l’evangelizzazione deve consistere nel rivelare agli uomini di buona volontà la fonte e la meta della loro condotta, nell’annunciare che ciò che essi perseguono, la vittoria della fraternità umana sull’egoismo, è fondato e garantito da quel Gesù di Nazaret che per questa causa ha dato la propria vita e che per questo è stato  risuscitato dal Padre.

2)    un’altra remora all’evangelizzazione è dovuta al fatto che per molti secoli i laici sono stati esclusi da questo impegno. Spettava al clero e in specie ai missionari il compito di evangelizzare. Ma cambiare non è facile: occorre insegnare ai laici a rendere partecipi i non credenti del dono che hanno ricevuto. inoltre: non ha senso, oggi, dopo duemila anni di Cristianesimo, annunciare che Cristo è risorto: tutti sanno che questa è la fede dei cristiani. Pertanto l’evangelizzazione, per essere accolta, deve più che mai consistere nel mostrare concretamente, con la risurrezione della propria vita, che Cristo è veramente risorto. Occorre testimoniare e rendere ragione della propria testimonianza.

 

3)    ciò che vale per il singolo credente vale anche per la Chiesa: essa deve essere trasparente testimone del Cristo risorto. Ciò comporta che essa debba costantemente verificare se la sua condotta è conforme al lieto annuncio che è stata chiamata a trasmettere. In questo senso c’è ancora molto da fare , sia da parte del clero che dei laici: la tentazione del potere terreno è ancora molto forte. La Chiesa tutta, preti e laici, dovrebbe pertanto porsi  seriamente l’interrogativo: “Sono veramente libera dalla tentazione del potere terreno ?” ,”Che cosa devo cambiare in me stessa perché diventi trasparente immagine, modello efficace  del Regno di Dio?”

 

4)    un’ulteriore difficoltà risulta dal fatto che oggi molti nuovi problemi etici sono emersi a seguito di una serie di fattori: tra gli altri il progressivo abbandono di convinzioni finora radicate, come la condanna dell’omosessualità, delle unioni non matrimoniali, del divorzio, dell’aborto, dell’eutanasia. Viviamo ormai in una società in cui nessuno ti perseguita se ti professi cristiano, ma nessuno – se cristiano non è o non si riconosce più - sopporta di essere sottoposto ai limiti che la Chiesa pone all’agire umano. Due ordini di problemi si pongono perciò ad ogni cristiano, e alla Chiesa : è lecito imporre per legge a chi cristiano non è le nostre convinzioni in materia etica ? e inoltre: fino a che punto le nuove convinzioni che si vanno diffondendo nella nostra società ci lasciano indenni da dubbi e da interrogativi ? Pensiamo ai divorziati: è possibile che il Signore condanni due persone che per inesperienza o anche leggerezza hanno fatto una scelta sbagliata sposandosi, e che intendono porre fine a questo errore, a privarsi per tutta la vita da un nuovo tentativo di vita di coppia ? E sull’eutanasia, che cosa ha da dire il cristiano ?  Certamente sono questioni molto delicate, che concernono principi essenziali: la serietà dell’impegno ad una vita di coppia, la salvaguardia della vita umana. Ma non mi sembra giusto considerare il Signore unicamente come legislatore. Sappiamo anche sul piano umano che ogni legge va interpretata in sede di applicazione, e che non sempre la sua trasgressione è condannabile.

 

Concludendo: rilanciare oggi l’evangelizzazione come obiettivo primario della Chiesa è certamente essenziale. Ma proporre questo obiettivo ai cristiani senza una riflessione personale e comunitaria sui modi in cui, oggi, possa essere perseguito significa ripiegare su una strategia puramente difensiva che alla lunga si rivelerà perdente.

 

3. Evangelizzazione: intervento di Lorenzo D’Amico

 

1-   Perché evangelizzare?

La storia di Abramo, di Davide, di Elia, il padre misericordioso, l’adultera, il buon samaritano, la morte e risurrezione di Gesù… quante pagine bibliche hanno riempito i nostri cuori e segnato profondamente la nostra vita e dilatato il nostro respiro? Come è possibile non raccontare ciò che il Signore ha compiuto e compie in noi e nell’umanità tutta? Ciò che di prezioso ci troviamo fra le mani lo abbiamo ricevuto in dono, per cui non possiamo certo vantarcene, che cosa ci viene chiesto? Saper condividere tali ricchezze con ogni uomo e donna.

 

2- Chi è chiamato ad evangelizzare?

      Se è vero che per molti secoli i laici si sono sentiti esclusi da tale servizio, è anche vero che:

- per quanto riguarda l’evangelizzazione individuale, l’impegno dei laici c’è sempre stato ed è stato determinante, vedi di padre in figlio, da compagno a compagno;

- per quanto riguarda l’evangelizzazione comunitaria, c’è stato egualmente un impegno determinante, ma non sempre è stato colto come tale, lo stesso Benedetto da Norcia Assisi era laico e Francesco d’Assisi era diacono, ed hanno evangelizzato interi popoli; la fede cristiana ad esempio è entrata e si è diffusa in Corea agli inizi del XVII secolo ad opera dei laici. Sarebbe utile raccogliere la storia di laici evangelizzatori e ancor più ripensare al ruolo dei preti: anche loro laici a cui è affidato il servizio della comunione tra persone diverse, quindi tra doni diversi.

 

3- Che cosa sta cambiando la situazione?

Cosa ne è del coinvolgimento dei laici nella missione, nella diffusione del Vangelo, della sua Parola che libera?

 Un primo elemento ha capovolto la situazione: i laici hanno tra le mani la FONTE, dopo tanti secoli nei quali si era tornati a porre i sigilli al “rotolo”, relegandolo in una lingua ormai incomprensibile, nelle nostre soffitte; siamo stati incoraggiati a riprendere in mano ogni giorno il libro della vita e ci si sta avviando ad una lenta ma costante assimilazione, rielaborazione ed ecco uscire dal nostro cuore e dalla mente di tanti uomini e donne una nuova-antica forza capace di tornare ad aprire gli occhi sulle opere che il Signore ha compiuto e continua a compiere con noi e ad agire di conseguenza.

Occorre ricordare che oggi, come nel passato, c’è il grave pericolo e non solo teorico, di una lettura fondamentalista della Bibbia, è necessaria una crescita dell’intero popolo di Dio, capace di confrontarsi con ogni uomo e donna di buona volontà.

 

4- Quali sono i punti di partenza di chi è chiamato ad evangelizzare?

Non c’è evangelizzazione se non c’è nell’evangelizzatore volontà di convertirsi.

Contemporaneamente è necessario saper discernere quando occorre con alcune persone tacere tutta una vita, lasciare all’altro l’iniziativa di certi argomenti e quando invece è necessario saper avviare un dialogo; in tutti i casi l’inizio è un impegno serio ad ascoltare, a meditare e vivere, un’evangelizzazione ha come presupposto la testimonianza, a questo proposito è utile rileggere le parole del vescovo algerino Pierre Claverie, del 1996, in occasione del martirio di sette monaci, solo quaranta giorni prima di essere assassinato lui stesso:

 

Dall’inizio del dramma algerino mi è stato spesso chiesto: Cosa state facendo qui? Perché rimanete? Stiamo qui a motivo del Messia crocifisso. Per nulla più di questo e per nessun altro.

Non abbiamo interessi da salvaguardare o influenze da preservare. E non siamo nemmeno motivati da qualche perversione masochistica o desiderio di suicidio. Non abbiamo alcun potere. Rimaniamo in Algeria come al capezzale di un amico, tendendogli una mano amichevole, asciugandogli la fronte. Per Gesù, poiché egli è colui che sta soffrendo in questa violenza che non perdona nessuno ed è nuovamente crocifisso nella carne di migliaia di persone crocifisse. Come Maria, come Giovanni, stiamo qui, ai piedi della croce sulla quale Gesù sta morendo, abbandonato dai suoi, sbeffeggiato dal popolo. Non è forse essenziale per un cristiano stare qui, nei posti della sofferenza e dell’abbandono? Dove potrebbe stare la Chiesa di Gesù Cristo se non proprio in quei luoghi? Anche se può sembrare paradossale, la forza, la vitalità, la speranza e la fecondità della Chiesa vengono da quei luoghi. Da nessun’altra parte e in nessun altro modo. Tutto il resto è solo fumo negli occhi, un’illusione mondana. La Chiesa tradisce se stessa e il mondo quando si presenta come un potere in mezzo ad altri poteri, come un’organizzazione – foss’anche umanitaria – o come un movimento evangelico spettacolare. Può brillare, ma non può bruciare dell’amore di Dio, “forte come la morte” (Ct 8,6). Effettivamente è una questione d’amore prima di qualsiasi altra cosa, amore, solo amore. Una passione per la quale Gesù ci ha dato il gusto e insegnato la via: “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).

 

“Alvaro Rodriguez Echeverria, presidente dell’Unione dei Superiori Generali, indirizza questa lettera ai religiosi e religiose che si trovano attualmente in Iraq aggiungendo: sono la spiegazione migliore della vostra presenza generosa oggi in Iraq… Fratelli e sorelle, anche voi siete laggiù a nome del nostro Messia crocifisso. Non siete una potenza e non siete un’organizzazione potente o prestigiosa; non avete interessi da salvaguardare o influenze da preservare…; anche per voi è una questione d’amore, solo d’amore, una questione di passione che, come quella di Gesù, vi abilita a creare spazi per la vita in abbondanza per il piccolo gruppo di cristiani per i quali la vostra presenza è indispensabile e consolante, ma anche per tutti gli Iracheni, senza distinzione di razza o di religione, che voi servite con generosa dedizione.” (Adista 31 luglio 2004  p. 14)

 

5- Ciò che ostacola l’evangelizzazione.

La Chiesa è un testimone credibile? “Ci sono stati secoli nei quali la Chiesa ha usato metodi di intolleranza e persino di violenza nel servizio alla verità” (Giovanni Paolo II, Regno 952, p. 467). (Vedi Atti del Simposio sull’Inquisizione, Collana “Studi e Testi” della Biblioteca Apostolica Vaticana, G. Cottier, A. Borromeo …).

Non ci sono oggi organizzazioni ecclesiali che risentano dell’intolleranza che furono propri dell’Inquisizione? Quanti uomini di Chiesa sono condannati ancora oggi senza possibilità di conoscere l’accusatore e senza possibilità di difendersi, dovendo solo prendere atto delle sanzioni a proprio carico?

Altri ostacoli:

- l’attuale sterilità nell’evangelizzazione avviene in quei terreni su cui la Chiesa ha preteso e pretende di dare risposte totalizzanti (vedi partiti, scuole, ospedali… );

- quando la Chiesa si presenta come una roccaforte piantata sulla roccia pronta a sfornare interdizioni, abituata ad allertare i propri abitanti contro il mondo esterno sempre visto nella sua valenza negativa, piuttosto che mostrare il suo vero volto come barca che deve faticosamente avanzare tra venti di ogni genere.

  Sono un grave ostacolo all’evangelizzazione il tono, i diktat e l’isolamento dal popolo di certe affermazioni della gerarchia sulla morale ed in particolare sulla morale sessuale; non è pensabile un intervento all’esterno frutto solo di una meditazione personale sulle tradizioni, un pensiero che ha l’intenzione di essere parola di Dio definitiva e discriminatoria dei comportamenti umani, che non sia stato il frutto di una lenta, approfondita analisi all’interno del popolo di Dio;       

- quante volte la Chiesa ha pensato e pensa di diffondere la “buona notizia” più con la ricchezza di beni materiali che con la ricchezza derivante dal Vangelo? Migliaia di religiosi/e sono impegnati a tempo pieno per la custodia, il restauro ed il mantenimento dei loro territori e caseggiati e non sanno più chiedersi le ragioni di tanti beni. Quale tragedia e di quali dimensioni! Può accadere che alcuni, come ad esempio Nicolò V, pensino ancora che il “volgo” ha bisogno di opere materiali grandiose per essere rafforzato nella fede, mi pare di aver sentito da qualche parte: “Il nostro vanto è nella croce di Cristo”.

Ritorna in tutta la sua chiarezza la seconda tentazione di Gesù: “Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani ed io la do a chi voglio. Se ti prostri dinnanzi a me, tutto sarà tuo” (Lc 4,6…)

 

6- Ciò che aiuta l’evangelizzazione.

- È molto prezioso che singoli credenti operino una scelta di povertà vera, ma occorre che l’intera Chiesa s’impegni in un cammino aperto e universale libero dal potere economico; se questo non avverrà singoli battitori liberi potranno creare per dono del Signore piccole oasi, ma la Chiesa nella sua totalità rimarrà sempre più imbrigliata come Lacoonte che nel tentativo di salvare i figli si trova avvolto nelle stesse spire della piovra… il grande tentatore;

- non voler difendere ogni tratto della Chiesa, ma saper andare alla fonte della fede, che non è la Chiesa ma il Signore; la Chiesa è un tramite prezioso ma temporaneo e terreno;

- aiutiamo l’evangelizzazione ogni volta che seguiamo un “attivo e responsabile anticonformismo nei confronti di questo mondo e ci siamo trasformati rinnovando la nostra mente per discernere qual è il volere di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12,2);

- nella ricerca  individuale ci sono a volte esempi straordinari di fede, il cammino comunitario è un aiuto unico per vivere e approfondire la propria ricerca e trasmetterla.

 

7- Dialogo all’interno e dialogo all’esterno.

Occorre un confronto aperto, senza paure, senza improvvise minacce o chiusure, con la volontà di cercare in profondità un dialogo non affrettato.

Una sana evangelizzazione ha bisogno contemporaneamente di un dialogo all’interno ed un dialogo all’esterno:

- Dialogo all’interno: oggi la situazione dell’ONU è bloccata dal diritto di veto di alcune nazioni, solo un ripensamento profondo dell’attuale struttura e veto può ridare vita all’ONU ed al mondo; così è per la Chiesa Cattolica, occorre un discernimento comunitario che comporti un reale cambiamento-approfondimento, una gerarchia che sia davvero al servizio della comunione. Perché questo avvenga è necessario saper mettere al corrente di una ricerca in atto e non comunicare solo i risultati a cose fatte, sapendo chiedere ai laici non solo preghiere ma anche contributi (bisogna riconoscere che vengono già chiesti, ma quelli economici);

- Dialogo all’esterno:  in alcuni casi sarà davvero utile ascoltare la voce pubblica dei nostri vescovi, come ad esempio è stato ultimamente contro la guerra e sarebbe necessario contro tante forme economiche che generano ingiustizia, fame e morte; ma normalmente dovranno essere i laici cresciuti dentro comunità capaci di sviluppare e rispettarne le diversità, saranno essi stessi ad essere fermento dentro l’agone politico-sociale.

Il nostro dialogo all’esterno deve essere capace di cogliere lo sguardo disperato di un giovane emigrato/a e di affiancarlo/a efficacemente, oppure capace di cogliere il grido di una bambina come traspare da questa lettera di Roberta di undici anni, a proposito del padre ritornato nel vortice della droga:

“Droga,

a te si proprio a te, che prendi in pugno la vita di alcuni ragazzi che delusi della loro propria vita cadono nel tuo sporco gioco e pian piano li lasci cadere giù, si proprio così fai, tu ridi di chi non riesce a liberarsene, ma un giorno riderò io di te brutta vigliacca! In fondo tu non sei nulla, sei solo il destino legato alla vita di un uomo disperato e deluso della sua vita, ma se noi uomini vogliamo sappiamo distruggerti e dopo rideremo noi di te! Così diventerai uno sporco gioco che smette di giocare sporco e che poi cade in basso per sempre. Tanti saluti Roberta”.

 

8- Una Chiesa romana ancora catacombale?

Probabilmente ancora oggi a Roma viviamo una fede catacombale, con tante piccole e nascoste realtà che sono il resto del popolo di Dio, che accoglie la grazia di Dio, che sente e vive la gioia e la pace che ci deriva da Colui che ha già vinto il peccato e la morte e ci è compagno in mezzo alle nostre tempeste, resto di popolo che sente la preziosità di Chi non si sostituisce ad Abramo, ma rende fecondo un seno sterile, che accoglie Colui che ci accompagna nelle nostre ricerche intorno alla sua Parola, che ci accompagna nei confronti stabili fra coppie…

Forse è giunto il tempo in cui è necessario che tante perle preziose vengano alla luce del giorno, per poter comunicare la forza che viene da tale luce, una luce non generata, ma accolta… ed ora trasmessa.

 

9- Ite missa est.

Jungmann, un grande liturgista traduceva: “andate è l’ora della vostra missione”.

Ognuno di noi non pone mai l’ultimo mattone, ma se ben posizionata la nostra parola serve come punto di appoggio e di rialzo del mattone successivo; sarebbe un po’ ridicolo se rimanessimo concentrati su ciò che abbiamo posizionato noi, piuttosto che sull’intera costruzione.

L’immagine che abbiamo della creazione nella cappella Sistina, non rappresenta un Dio che tiene tra i denti Adamo, come una leonessa con il suo piccolo, portandolo qua e là, ma il dito della mano di Dio teso, un po’ staccato dalla mano di Adamo, che ne coglie la forza, ma non è forzato; così la nostra evangelizzazione deve rimanere un’offerta, piena della sua carica, ma rispettosa dei tempi e del pensiero dell’altro.

 

 

4. Evangelizzazzare ma perché?: intervento di Luigi Mochi Sismondi

 

Sembra una provocazione, ma lo è davvero?  Forse è ora di spostare l’interesse dall’azione dell’ evangelizzazione ai suoi contenuti e in ultima analisi alle sue ragioni:

 

·         Siamo tutti oramai convinti che la salvezza, e la benevolenza di Dio non dipendano dalle cose in cui crediamo, al Padre è gradito un mussulmano come un buddista, come un cattolico, come infine un uomo di buona volontà che per sua storia individuale o sociale non abbia fede né abbia interesse alla sfera religiosa. Siamo inoltre convinti che il tentativo della Chiesa o meglio della cristianità di conformare ai propri riti e al proprio credo l’umanità intera sia privo di speranza di riuscita  se pure avesse un senso.