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Corrispondenza del gruppo: |
LA TENDA |
lettera n.
3
Sommario:
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Riflessioni sul clero romano (3)
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Ai vescovi che vengono a Roma per il Sinodo Episcopale
-
Esperienze di Consiglio pastorale
-
Un esame canonico per l’ammissione alla
professione perpetua
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dopo la breve parentesi estiva il
nostro dialogo riprende il suo cammino, sul terreno, tutto da dissodare, dei tanti
problemi vecchi e nuovi.
Col passare del tempo, ci rendiamo sempre meglio conto
della realtà in cui ci troviamo ad operare, così ricca di fermenti e di
possibilità e così imbrigliata da strutture, schematismi e pigrizie elevate a
sistema che, spesso, mortificano e bruciano sul nascere quegli
stessi fermenti e quelle stesse possibilità. Eppure,
non c’è finora segno di scoraggiamento nel nostro impegno, né ci sono speranze
infrante su cui versare lacrime, certamente perché ci ha sempre animato un
sereno realismo alieno dai facili entusiasmi, ma, più in fondo, perché soltanto
in Cristo abbiamo riposto tutte le nostre speranze e le nostre attese. Di qui l’invito che rivolgiamo a noi stessi per primi ed a tutti
voi, cui ci accomuna la buona volontà, a cercare in ogni momento in Cristo e
soltanto in Cristo il senso dell’impegno, rifuggendo dai tatticismi, dai
piccoli calcoli, dai giochi dialettici, dal pettegolezzo e dando al dialogo le
dimensioni della disponibilità, della pazienza, della comprensione e della
fraternità. Troviamo sempre il coraggio di chiederci se il nostro
dialogare col prossimo somigli alla preghiera e, nello stesso tempo, cerchiamo
di dare alla preghiera il respiro del dialogo. Solo così avremo la possibilità
di arricchire di nuovi significati l’esperienza comunitaria e di recuperare i
valori della partecipazione e della solidarietà.
Il
gruppo ‘La Tenda’
RIFLESSIONI
SUL CLERO ROMANO (3)
Abbiamo
dato alcuni cenni statistici sulla consistenza numerica, anzianità, attività,
mobilità del clero diocesano romano.
Ci introdurremo ora in due ordini
di problemi. Primo: quali idee o meccanismi hanno presieduto all’impiego del
clero romano. Secondo: come si è cercato di far fronte alla
scarsezza di clero quando l’emergenza del problema impose decisioni non
differibili. I due aspetti, impiego del clero e scarsità di clero, sono
stati nel fatto intimamente connessi fino ai nostri
giorni, perché finora si è sempre tentato di far fronte alla mancanza di clero
manovrando quello esistente. Al termine di queste note vedremo come tutte le
possibilità di manovra nell’utilizzazione del clero si siano
ormai esaurite e come al secondo problema, quello della scarsità del
clero, si impongano ormai soluzioni al di fuori della normale amministrazione
delle forze disponibili.
Ma dovremo procedere con ordine,
da lontano e lentamente, né potremo trascurare di mettere in luce elementi
d’assoluto interesse che pure in queste note non potranno essere sviluppati.
Non è neppure da dire quanto queste note siano
iniziali, troppo sommarie anche per una riflessione superficiale. Per quanto ne
sappiamo, però, esse non trovano alcun precedente di rilevazione statistica o
di ricerca storica della diocesi. Se qualcuno dei nostri amici ci metterà al corrente di studi o dati precisi, anche parziali,
non mancheremo di darne conoscenza a tutti e di correggere nel caso le nostre
valutazioni.
Seguiremo un metodo cronologico e, va senza dirlo, le
divisioni tra i periodi saranno indicative e non daranno conto dei contorni ben
più sfumati della realtà.
Per comodità si tenga presente la seguente
CRONOLOGIA DEI
VESCOVI DELLA DIOCESI DI ROMA DAL 1922
Papa
|
Anno |
Anno |
Vicario |
|
Pio XI |
1922 |
1931 |
Pompili dal 1913 Marchetti |
|
Pio XII |
1939 |
1951 |
Micara (+ 1964) |
|
Giovanni XXIII |
1958 |
1960 |
Traglia (Provicario) |
|
Paolo VI |
1963 |
1965 1968 |
Traglia (Vicario) Dell’Acqua |
Consideriamo un periodo, dal 1922 fino al 1930, comprendente
quindi il primo decennio di Pio XI ed il secondo decennio del Card. Pompili. E’ un periodo che conclude
tutta la storia precedente e va tenuto ben presente anche da chi affronta i
problemi della diocesi di oggi.
I giovani, soprattutto ragazzi, che si preparano
all’ordinazione hanno, in questo periodo, a loro disposizione il “Seminario
Romano” (“Minore” fino al ginnasio, “Maggiore” per il liceo, filosofia e
teologia, con studi all’annessa scuola lateranense).
Se provengono da famiglia nobile o di borghesia papale,
preferiscono il Collegio Capranica con studi
all’Università Gregoriana dei padri Gesuiti.
Trascuriamo il notevole divario di impostazione
teologica esistente tra le due scuole (ancor più a partire da Pio XII, 1939 con
l’immissione alla Gregoriana di docenti che seguono gli indirizzi delle scuole
francese, belga e tedesca; si pensi in prospettiva allo scontro del Concilio);
questo divario è certo uno dei fattori più pesanti di una delle molte gravi
fratture esistenti tra i sacerdoti della diocesi.
Al termine degli studi di base (liceo, filosofia e teologia
per un totale di otto anni variamente distribuiti fra
i tre corsi per successive riforme scolastiche) viene l’ordinazione
sacerdotale.
A questo punto, ancora fino al 1930, periodo che
consideriamo, ai sacerdoti del clero romano si presentano tre possibilità:
1)
la carriera diplomatica (per un organico limitato,
s’intende). Ad essa si avviano specialmente quelli del
Collegio Capranica dopo altri due anni di
preparazione giuridica presso la
Gregoriana e dopo un ultimo anno di preparazione specifica presso l’Accademia
dei Nobili Ecclesiastici (sic).
2)
Impiego
nella Curia Romana. Ciò dopo gli studi giuridici di due-tre anni, possibili anche al Laterano.
3)
La
parrocchia. Ad essa si accede immediatamente dopo la
sola preparazione di base (liceo, filosofia, teologia), avvenuta spesso in
corsi semplificati, i cosiddetti “corsi seminaristici”.
E’ da notare immediatamente
come tra le vie che si aprono al clero romano manchi quella dello studio e
dell’insegnamento, vuoi in scienze sacre (filosofia,
teologia, scrittura, liturgia, ecc.), vuoi nelle scienze laiche.
Il fatto è che alla preparazione delle nuove leve possono
provvedere gli ordini religiosi (Gregoriana, Angelicum)
e una scuola interna, il Laterano (in questo periodo
e fino al 1936 non ancora Ateneo), al quale possono facilmente esser chiamati religiosi o docenti da altre diocesi. Fa leggera
eccezione la Scuola di diritto canonico, ovviamente fiorente all’ombra degli
uffici centrali. Ma
la vicinanza della Curia comporta l’utilizzazione in quest’ultima
del personale ecclesiastico docente. Ne conseguono scarsità di
impegno di ricerca, ripiego della Scuola su posizioni giuridiche di
appoggio alla struttura, funzionalizzazione della
scuola alla carriera dei docenti o al futuro impiego dei discenti.
Qualcosa di simile, su scala più ridotta ma altrettanto
gravida di cattive conseguenze, avviene per qualche approfondimento di liturgia
che rapidamente scade in rubricistica per le cerimonie
della corte.
Emerge quindi fin da questo periodo un fatto assai grave:
Roma ha un clero diocesano povero di studi e prospettive intellettuali in ogni
campo. La diocesi non è spinta a crearsi delle strutture di ricerca e un corpo
docente perché può provvedersi altrimenti. Eventuali capacità vengono sviluppate per iniziativa dei singoli, al di fuori
di una scuola e quindi senza seguito, il più delle volte in direzioni (diritto
e liturgia) che preludono ad una riutilizzazione burocratica.
Ma torniamo a considerare gli
aspetti più generali dei nostri problemi nel periodo preso in esame, fino al
1930. Il numero dei sacerdoti è tale che i tre organismi nominati (diplomazia,
curia, parrocchia) possono ancora attingervi con una certa larghezza. Ai motivi
che specificano la destinazione non sono estranei la nobiltà familiare, come si
è visto, e la disponibilità di mezzi finanziari, dato che
gli studi sono a carico dei singoli, specialmente dopo la preparazione di base.
Così alla parrocchia vengono destinati i sacerdoti
delle classi meno abbienti, come del resto in ogni altra diocesi. S’intende che
qui parliamo per grandi linee: non mancano in un senso volontarie scelte
pastorali come in senso inverso casi di benefiche provvidenze.
Non farà meraviglia il vedere come in questa
atmosfera la parrocchia sia il luogo dei meno qualificati ed appaia come
quello dei meno dotati. Si ricorda ancora il detto del Card. Pompili che ripeteva ai sacerdoti meno docili: “Mi
raccomando, altrimenti ti mando in parrocchia”, quanto pastorale sia la
mentalità del tempo e quale il giudizio sul clero parrocchiale non potrebbe
meglio essere illustrato. Resta il fatto che il clero
avviato alla parrocchia è effettivamente la parte meno qualificata
(intellettualmente) del clero diocesano.
Noi vogliamo lasciare da parte giudizi che porteremmo dal punto di vista di una nostra ecclesiologia
troppo estranea ad un periodo fatto di temporalismo,
di scolasticismo, di apologetismo
tanto innocuo quanto pretenzioso, di ordinaria amministrazione, di pura
ignoranza delle emergenze psicologiche, sociologiche, tecniche, sociali del
nuovo mondo. Noi parliamo descrittivamente. E descrittivamente parlando, diremo anzi che il quadro presentava persino un suo equilibrio interno.
La pastorale generale infatti non
mostrava (dall’interno) squilibri. Non era tempo in cui si giudicasse
la situazione italiana e romana sulla base dell’esperienza di nazioni e città
già entrate nel mondo della tecnica, della mobilità, del pluralismo sociale. Né
si giudicava la situazione interna al di fuori delle valutazioni ufficiali di
“nazione cristiana”, “città eterna”, “immutabili destini”, ecc. Né le teologie europee già da molto in
movimento, potevano aspirare ad un ascolto quali che fosse:
Roma non aveva da imparare da nessuno. Evitando quindi il confronto con la
realtà interna, con il mondo esterno, con la teologia e la cultura europee,
l’autarchia spirituale produceva un tranquillo benessere pastorale.
La situazione pastorale della
diocesi in questo periodo lungo, che chiudiamo intorno all’anno
1930, è quindi in grandi linee la seguente. Il clero in cura d’anime assicura
lo svolgimento delle normali azioni religiose, sacramenti, culto giornaliero,
uffici parrocchiali, e una pastorale di quartiere per i meno abbienti che sono
assai legati all’abitazione. La scarsa preparazione di questo clero non ha
controindicazioni. La presenza degli ordini religiosi garantisce servizi di
maggior valore: il Gesù, S. Ignazio, S. Maria del Popolo, S. Antonio , la
Gregoriana, l’Angelicum, i confessori delle
basiliche, sono i capisaldi della pastorale extraparrocchiale per un pubblico
più qualificato e che veramente ad essi si dirige. Per la generazione che
cresce la scuola religiosa (De Merode, S. Maria, Pio IX, Nazzareno, Trinità dei Monti, Massimo) è la
risposta ad una richiesta di educazione “cristiana”
più elaborata e che dà anche una buona garanzia di conservazione della classe
sociale (con la componente di un tentativo di agglutinamento della nuova
borghesia civile con la vecchia borghesia papale). Anche
sacerdoti impiegati nella curia coprono qualche esigenza pastorale con
associazioni specialmente giovanili (congregazioni mariane, confraternite,
ecc.). Nelle stesse parrocchie non manca qualche presenza di religiosi delle
università o di studenti esteri o di impiegati di
curia, ma il fenomeno è di piccola ampiezza in questo periodo.
La diocesi offre dunque un servizio religioso di normale
amministrazione, ma rilevante e articolato. Parrocchie, basiliche, cappelle,
scuole private, conventi, università di religiosi, clero
di curia provvedono in buon ordine al bisogno. Ciò avviene anche in altre città
di complesse tradizioni (Firenze, Napoli, ecc.), ma a Roma con misura ed
intreccio senza confronti.
Per quanto concerne il lavoro parrocchiale, il parroco,
generalmente solo, opera con tranquillità, in parrocchie spesso formate da
secoli, con abitudini sperimentate e forme liturgiche ancora recepite.
Non pensa che di dover proseguire e potenziare. Il parroco ha un certo rapporto
umano con molte famiglie del quartiere e può coltivarlo: istruisce
personalmente i bambini di prima comunione, sbriga da sé la carità, è d’uso che
accompagni fino al cimitero la famiglia che ha un funerale. Può anche lasciare
la parrocchia per predicare nei paesi. Si serve di qualche cappellano o anche
di religiosi senza che ne venga un vero presbiterio collegiale.
Neppure la figura del viceparroco 1930-1960 è ancora pensabile. Non ci sono
problemi di pastorale missionaria (non se ne avverte
il bisogno, cioè), né di rinnovamento liturgico. Quando arriva l’Azione
Cattolica (siamo intorno all’anno ’30), imposta da Pio
XI, essa è una novità troppo eterogenea al quadro generale e viene respinta dai
parroci. Diventa il contenzioso per una grave frattura col clero più giovane,
senza che se ne comprendano tutte le implicazioni, non esistendo vere teologie
del laicato. Quel conflitto resta ancor oggi, ma i suoi contenuti si sono via via modificati.
Ma il tempo dell’ordinaria
amministrazione, il tempo della preistoria pastorale sta per finire. Non per
colpa dell’Azione Cattolica, prodotto convenientemente adulterato prima di
essere immesso nei consumi di massa; a Roma si comincia a verificare un fatto
che assume proporzioni sempre maggiori, e che non si arresta: l’espansione
urbanistica. Essa segna l’inizio di un profondo rinnovamento della struttura
cittadina ed impone nelle cose una situazione pastorale veramente nuova.
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Fratelli nel Signore,
“abbiamo udito parlare della fede vostra nel Signore Gesù e del vostro amore
per tutti i santi e non cessiamo mai di rendere grazie per voi facendo menzione
di voi nelle nostre preghiere” (Ef. 1, 15-16)
“La fede del Vangelo è giunta sino a Voi e sta portando
frutto e crescendo in tutto il mondo” (Col. 1,6)
“Desideriamo vivamente vedervi per comunicarvi qualche dono
spirituale affinché siate fortificati, o meglio, perché quando saremo tra voi
ci confortiamo a vicenda” (Rom. 1, 11-12)
“In Cristo siete stati arricchiti in ogni cosa, in ogni
dono di parola e in ogni conoscenza, essendo stata la testimonianza di Cristo
confermata tra voi, in guisa che non difettate di alcun
dono” (1 Cor. 1, 6-7)
“E tutto il corpo ben collegato e
ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture trae il proprio
sviluppo nella misura del vigore d’ogni singola parte per edificare se stesso
nell’amore” (Ef. 1,10)
“Affinché essendo radicati e fondati nell’amore siate resi
capaci di abbracciare con tutti i Santi quale sia la
larghezza, la lunghezza, l’altezza, la profondità dell’amore di Cristo e di
conoscere questo amore che supera ogni conoscenza affinché giungiate ad essere
ripieni di tutta la pienezza di Dio” (Ef. 3,18-19)
Fratelli, abbiamo dinanzi il racconto di Atti
15, il fraterno, chiaro, rispettoso, fiducioso, spirituale incontro fra gli
apostoli, gli anziani, la moltitudine. E i fedeli
sparsi nel mondo che attendevano quella lettera di liberazione, di fiducia e
che “si rallegravano della consolazione che recava” (31). E quell’inviarsi dei fratelli, Paolo e Barnaba (2),
Giuda e Sila (22) per uno scambio di “uomini autorevoli, profeti”, teologi, per
un dialogo lungo, esauriente, per una vera compenetrazione di carismi.
Fratelli, così vi vediamo giungere tra noi, da quell’immagine non sappiamo
prescindere. Il vostro incontro con la Chiesa di Roma non è un fatto che
risuona nel sensazionale, nella alta politica e
diplomazia, nel sottile gioco di competenze e di astuzie. Esso è un incontro
interiore nel quale voi portate i carismi delle vostre Chiese e venite a porli,
non a gettarli, certo, sulla tavola eucaristica perché si comunichino l’un
l’altro in un’ultima fusione di amore che diventa,
dopo la purificazione dell’ultimo confronto, la lode a Dio pura e immacolata,
l’”Eucaristia”, il ringraziamento e l’offerta a Lui; e l’accordo sincero
diventa ricchezza comune, comunione e quindi presenza di Cristo, secondo la Sua
promessa.
Se vi pensassimo portatori di
altro che delle ricchezze dello Spirito della vostra Comunità, raccolte e
purificate alla Eucaristia della vostra Chiesa locale, vi penseremmo portatori
di peccato. E se vi si volesse imporre altro che “ciò che è
necessario” (Atti 15,28) per mantenere comunione con noi, fosse anche un nostro
carisma, si estinguerebbe lo Spirito. E comunicando altro che lo Spirito
saremmo responsabili di una falsa comunione, di un
falso corpo di Cristo.
Preghiamo il Signore, Padre di ogni
benevolenza, perché in questi giorni renda Voi e chi raccoglie la voce della
comunità di Roma capaci di parlare dello Spirito delle Chiese (Apoc. 5,6) in un dialogo vero e liberatore, quale lo
desideriamo per vedere le vostre comunità e la nostra “portare frutto in ogni
opera buona” (Col. 1,10).
E state sani. (Atti 15,29)
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ESPERIENZE DI CONSIGLIO PASTORALE DIOCESANO
L’esperienza di consiglio pastorale diocesano riportata
nella lettera n. 2 ha suscitato richieste di pubblicazione di
ulteriore documentazione in merito.
Mentre restiamo, perciò, in attesa
di interventi e contributi da parte di coloro che si sono occupati del problema
nella chiesa locale di Roma, pubblichiamo, stralciandola da “Il Regno” (n. 7
articolo di E. Franchini: ‘Il patrimonio
ecclesiastico è del popolo di Dio’), una esperienza
di consiglio pastorale realizzata nella chiesa locale di Reggio Emilia.
Pur non rientrando nei nostri propositi una
attività di sistematica documentazione sui problemi delle comunità
ecclesiali, per altro già ottimamente svolta da alcune riviste e bollettini che
segnaliamo a parte, riteniamo tuttavia che l’esperienza appresso riportata si
inserisca utilmente nella riflessione che abbiamo avviato la volta scorsa in
merito alla partecipazione dei laici alla elaborazione delle linee di una
rinnovata pastorale.
Diocesi di Reggio Emilia – A Reggio Emilia il consiglio
pastorale si compone di membri eletti da tutti i cresimati della diocesi;
analogamente, il consiglio presbiterale è eletto da tutti i sacerdoti.
Nell’ottobre del 1967, il consiglio presbiterale ha avviato
il discorso di una radicale riforma dell’amministrazione dei beni
ecclesiastici, col fine di rendere l’intera comunità dei
fedeli responsabile delle scelte per la loro utilizzazione pastorale.
Nel dicembre dello stesso anno tutto il presbiterio diocesano è stato investito
del problema. Quindi il consiglio presbiterale 1) ha
fatto un’inchiesta presso tutti i sacerdoti per sentirne i pareri; 2) ha reso
pubblici i risultati dell’inchiesta perché tutti i fedeli potessero a loro
volta pronunciarsi. Su questa base il consiglio pastorale ha proposto le sue
conclusioni.
I criteri della riforma sono i seguenti: 1) come Cristo, la
Chiesa deve essere povera, cioè non confidare nei
mezzi materiali, non compromettersi col mondo; 2) la Chiesa è comunità: quindi
i beni di cui dispone sono della comunità; 3) è necessario rapportare i beni
temporali ai fini ecclesiastici; 4) realizzare tra le diverse comunità una
certa perequazione nella disponibilità dei beni materiali; 5) provvedere alla
sicurezza economica e all’assistenza dei Presbiteri; 6) liberare i Presbiteri
da impegni amministrativi affidandoli a laici e diaconi.
Oltre il 67% dei Presbiteri ha votato.
Dovendo scegliere tra tre tipi di gestione –
parrocchiale, vicariale o centralizzata – la maggioranza si è pronunciata per
la gestione parrocchiale.
Così pure a maggioranza è stata approvata la proposta di
costituire un fondo diocesano per interventi patrimoniali, col compito
di salvaguardare il patrimonio, di deciderne eventuali permute, di garantirne
l’economicità; una cassa di comunità, col
compito precipuo della perequazione tra il clero e tra le parrocchie; una mutua
diocesana del clero, per l’amministrazione unitaria delle varie necessità assistenziali.
Questi tre organismi sono tutti di derivazione comunitaria;
non sono governati da persone scelte dal Vescovo, ma da persone elette dalle
chiese locali.
Il consiglio presbiterale
stabilirà una programmazione diocesana di opere
socio-religiose cui sarà subordinato ogni atto amministrativo.
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Ci è pervenuto il seguente resoconto di
UN ESAME CANONICO PER
L’AMMISSIONE ALLA PROFESSIONE PERPETUA
Esaminatore – Da quanti
anni è in convento?
Conversa - Dal febbraio del 1962
E. – Che fece in questi anni?
C. – Negli otto mesi di postulandato
e nell’anno di noviziato studiai, attraverso gli scritti dei fondatori e dei
Santi dell’Ordine, lo spirito proprio dell’Istituto, le Regole e le
Costituzioni. Nel secondo anno di noviziato iniziai il corso nell’Istituto
Magistrale e contemporaneamente frequentai un corso quadriennale di filosofia,
Sacra Scrittura, Teologia Morale e Teologia Dogmatica indetto dal Vicariato di
X.
Dopo gli esami di abilitazione fui
trasferita a Roma per seguire i corsi superiori.
E. - Mi dica le tre Persone della SS. Trinità, che sono…
C. - Padre, Figlio e Spirito Santo
E. - … che cosa hanno in comune?
C. - La natura divina per cui ci sono tre
Persone reali e distinte, ma un …
E. - E lo Spirito Santo chi è?
C. - La terza persona divina che dall’eternità è
generata nell’amore scambievole tra il Padre e il Figlio
E. - Che
cosa è lo stato religioso?
C. - E’ un modo stabile di vivere in comune e mediante il quale …
E. - Qual è, secondo lei, la virtù fondamentale per vivere in comune?
C. - Penso, anzi, sono convinta che è la carità
E. - Eh, Figliola, è l’umiltà, è l’umiltà …
C. - Se si cerca la perfezione di una virtù
ne segue immediatamente la pratica anche delle altre; tuttavia la carità …
E. - Che ne pensa lei dell’umiltà?
C. - E’ la nostra completa adesione all’azione dello Spirito Santo in
noi e lo Spirito Santo si manifesta con le sue ispirazioni nei doveri del
nostro stato e specialmente nelle esigenze di giustizia e carità come dice pure
l’Istruzione sull’aggiornamento della formazione alla vita religiosa.
Personalmente sono certa che sarò tanto più umile quanto più riconoscerò non
solo i miei limiti, ma pure le mie capacità, i talenti che mi sono stati affidati e mi
impegnerò a farli fruttificare tutti il massimo possibile.
E. - Ma si consideri sempre servo inutile. Vede: Dio poteva benissimo
fare a meno di me, di lei, …
C. – Senz’altro! E ne sono
più che convinta! Ma poiché m’ha chiamato ad “essere”,
m’ha dato pure un ruolo da svolgere, un fine da raggiungere e, se per amore
alla santa umiltà debbo considerarmi l’ultima ruota del carro, mi considererò
tale, purché sia “ruota” ossia assuma in modo dinamico la mia parte, non mi
fossilizzi, non diventi pezzo morto da trascinare.
E. - Preghi lo Spirito Santo che le doni
molta umiltà.
C. - Sì, lo pregherò il meglio possibile.
E. - Il Signore la benedica figliola!
E’ stato rilasciato un documento ove risulta
che la candidata “diligentemente esaminata” non presenta ostacoli e dimostra di
conoscere il catechismo, il diritto canonico riguardante le religiose e di
voler emettere spontaneamente i S. Voti.
Ciascuno potrà soffermarsi, se lo vorrà, a valutare il
tenore delle domande formulate dall’esaminatore. A noi, in questo momento,
interessa particolarmente evidenziare la coscienza teologica che la suora
dimostra di possedere, che è segno di tempi nuovi anche per la vita degli
ordini religiosi.
°+°+°+°+°+°+°+°+°+°+°+°
Riportiamo alcuni indirizzi
di riviste di informazione e documentazione sui problemi ecclesiali, la
cui lettura consigliamo vivamente agli amici, col proposito di citare in
avvenire articoli e notizie specifiche di queste ed altre fonti, per un
approfondimento dei problemi affrontati sulle pagine de “La Tenda”:
-
“INFORMATIONS CATHOLIQUES
INTERNATIONALES” – bimensile di informazione religiosa –163, bd. Malesherbes, Paris (17e)
France ;
-
"IL
REGNO" – attualità cattolica – via Nosadella, 6 – 40100 Bologna ;
-
“BOLLETTINO DI COLLEGAMENTO FRA COMUNITA’ CRISTIANE
IN ITALIA” – c/o Niccolini – via delle Cascine, 22 –
50144 Firenze.