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Corrispondenza del gruppo: |
LA TENDA |
Anno
I
mensile giugno1969
Lettera n.
1
Sommario:
- Una esperienza di
pastorale di gruppo
- Riflessioni sul clero
romano
PRESENTAZIONE
Da tempo avvertiamo l’esigenza di vivere con maggiore
pienezza la realtà della Chiesa locale cui apparteniamo, cosicché i suoi
problemi, le sue ansie, le sue difficoltà, le sue scelte diventino, sino in
fondo, i nostri problemi, le nostre ansie, le nostre difficoltà, le nostre
scelte.
Ora,
proprio nel momento in cui più chiaramente abbiamo sentito la responsabilità e
l’urgenza di una nostra collocazione nuova nella
comunità ecclesiale, più vivo si è fatto il bisogno di entrare in contatto,
stabilendo una comunione di pensiero, di ricerca, di sperimentazione che
superasse gli ostacoli spazio-temporali che la vita di una grande città pone ad
autentici rapporti interpersonali. Si è fatta così lentamente strada l’idea di
un foglio di collegamento tra amici che si ponesse come
un facile e maneggevole veicolo di dialogo. Perciò
queste pagine che vi giungono non costituiscono una semplice occasione di
lettura, bensì l’invito ad una attenta riflessione su
fatti e fenomeni che vi offriamo in tutta la loro problematicità, sprovvisti
come siamo di soluzioni prefabbricate e di tranquillizzanti certezze.
Quello
che vi giunge è uno strumento di lavoro e come tale vi invitiamo
ad usarlo, per quello che può servire.
Non
è, né vuol essere, una palestra di esperti, ma l’umile
frutto di un impegno appassionato per una presenza viva nella Chiesa di Roma.
Quanto
più il lavoro che abbiamo avviato sarà frutto di una autentica
partecipazione di tutti, tanto maggiore sarà la penetrazione nel vivo dei
problemi e l’individuazione di valide prospettive di crescita della comunità
ecclesiale in cui siamo inseriti.
Purtroppo,
i mezzi di comunicazione delle idee non sempre contribuiscono a far emergere i
valori della Chiesa locale, sottolineandone il
contributo originale ed insostituibile al piano divino della salvezza.
Troppo
spesso, anzi, vediamo gli organi di informazione farsi
portatori di stati di preoccupazione e di ansia nei riguardi di comunità locali
che vanno scoprendo l’immensa responsabilità di aiutare i fratelli a
realizzarsi in un preciso contesto storico, calandosi nel profondo delle
contraddizioni del tempo.
Noi
cercheremo tutti insieme di coprire certi vuoti, di
far esplodere certi silenzi, di restituire al dialogo spazi inariditi dalla
cattiva abitudine ad inautentiche prudenze.
Questo pensare assieme sulla scorta di
dati precisi e di analisi documentate ci abituerà a
vedere la realtà con la necessaria apertura e ad esservi dentro con tutti noi
stessi.
Il
nome che abbiamo dato al nostro gruppo vuole indicare
lo spirito che deve guidarci nell’affrontare i problemi della Chiesa locale,
nel distacco da una visione statica della realtà e nella disponibilità al dialogo ed
all’incontro con tutti i nostri i fratelli, senza distinzione alcuna.
Dobbiamo
quindi liberarci da tutti i pesi che possono ritardare il nostro cammino,
seguendo l’esempio di Gesù, il vero grande nomade che ci sollecita continuamente a seguirlo
lungo le strade della storia.
Confidando
nella illuminazione dello Spirito, più che nelle
nostre deboli forze, diamo inizio al nostro lavoro, salutando fraternamente
tutti gli amici che avranno occasione di leggerci.
°+°+°+°+°+°+°+°+°+°+°+°
Il
Cardinale di Bruxelles, Suenens, ha rilasciato alle “Informations Catholiques Internationales” (n.
336, 15 maggio 1969, supplemento) una lunga intervista. In essa
(pag. IX) si legge: “Credo che un giorno ci sarà da rivedere alla luce della
collegialità episcopale il modo di eleggere il papa”. La cosa ci riguarda: è il
nostro Vescovo.
Attualmente l’elezione del Vescovo di Roma è affidata al
collegio dei cardinali.
Chi
sono i cardinali? Un po’ di storia, ridotta al minimo:
il Vescovo di Roma, come ogni altro vescovo, era coadiuvato, e se necessario
sostituito, dai “presbiteri” (= i preti) e dai “diaconi”, questi ultimi anche
per l’amministrazione temporale dei bei della comunità. In concilio con altri
“episcopi”, particolarmente quelli più vicini (dei castelli romani, diremmo
oggi), il papa curava le questioni che riguardavano la comunione con le altre
chiese. Da questi tre nuclei nasce lentamente il collegio dei “cardinali”.
Questi, dapprima collegati col servizio liturgico di S. Giovanni in Laterano (sede del papa), assumono storicamente funzioni
variabili, tra le quali la elezione del papa
(riservata ai soli cardinali e vescovi dal 1059, ed ai soli cardinali dal
1179).
Nella
storia abbastanza fluttuante del collegio dei cardinali notiamo un elemento
assolutamente costante: i cardinali sono sempre collegati ad una chiesa di Roma
se preti, o ad una regione diaconale della città. I
vescovi entravano nel collegio a titolo della loro vicinanza con la città; e si
sentì anche per essi il bisogno di un reale
collocamento “nella” diocesi romana, provvedendosi quindi alla loro assunzione
al collegio di S. Giovanni in Laterano. Tanto doveva
esser forte il senso della comunità locale organicamente composta!
I
cardinali dunque furono sempre collocati ecclesiologicamente,
liturgicamente, giuridicamente come preti, diaconi e vescovi romani (ed oggi
solo a titolo onorifico senza alcun contenuto reale, dopo le ultime
disposizioni di Paolo VI, Motu proprio del 15 aprile
1969).
Delle
funzioni che questi preti romani hanno conservato a noi interessa soprattutto
la precipua: l’elezione del nostro vescovo. Ed a questo
riguardo, e sempre semplificando, ancora un po’ di storia.
Nei
secoli I-III l’elezione del papa avveniva come per ogni altro vescovo. Cipriano così
racconta della elezione di Cornelio nel 251: scelta
del clero e del popolo, conferimento dell’episcopato da parte dei vescovi
presenti, lettera al vescovo di Cartagine per la
comunione. Dal Concilio di Nicea (325) in poi il papa venne
eletto dal solo clero; popolo e nobili davano l’approvazione. Iniziò dopo
Costantino il lungo periodo delle interferenze del potere politico sulle nomine
ecclesiastiche (e viceversa), e a Roma, in particolare, la storia degli
interessi dell’aristocrazia nell’elezione papale.
Per
tentare uno sblocco, l’elezione del papa venne
riservata, all’inizio del 2° millennio, al collegio dei cardinali. A quel
livello si trasferirono gli interessi e le pressioni. Non ne mancavano i
motivi: i cardinali erano gli elettori del papa ed i titolari delle funzioni
centrali di una chiesa sempre più centralizzata.
In
questo ambito di ampiezza di rapporti con tutta la
struttura ecclesiastica universale, si nominarono tra i cardinali vescovi di
diocesi lontane, importanti politicamente e religiosamente. Ciò, sempre
limitandoci all’aspetto che consideriamo (l’elezione
del papa), soddisfaceva due esigenze: rassicurava i poteri civili di tutta
Europa circa un’elezione in cui qualcuno avrebbe parlato anche per loro (e i
cardinali si fecero talvolta latori di veri veti e imposizioni), e inoltre, nel
papa eletto da vescovi anche non romani, dava alla chiesa universale il
contrappeso di una centralizzazione sempre crescente. Cioè:
un papa sempre meno romano, per comunità sempre meno autonome. Si può dire che questo equilibrio abbia retto finora. Paradossalmente, come
diremo anche riprendendo la posizione del Card. Suenens,
esso conserva una sua forza di sviluppo, e perfino chi avverte il difetto di
base propone soluzioni che non cessano di aggravarlo.
Ma oggi un fatto nuovo, capovolgente (copernicano, direbbe Suenens, p. IV), è venuto ad inserirsi nella teologia della
Chiesa, del vescovo, della diocesi, è venuto a compromettere il secolare
equilibrio e a riportare i problemi in termini nuovi e antichi: la teologia
della chiesa locale.
Diamo
per acquisita al lettore almeno la sostanza di questa teologia, della quale
tanto siamo debitori agli orientali. E continuiamo le
nostre riflessioni.
La
chiesa locale che vuole essere se stessa, col suo evangelico talento, incontra in pari tempo il problema della comunione con le
altre chiese. L’incontro si è sempre più realizzato, nella chiesa occidentale,
nell’incontro con Roma. Oggi (vedi l’intervista di Suenens),
esso è piuttosto uno scontro, un manovrato contrasto, più o meno appariscente.
Come
risolvere il problema della comunione con le chiese sorelle, costrette oltre il
giusto nella comunione (o in qualche suo surrogato giuridico) con Roma? Due vie
erano possibili: l’approfondimento globale della
teologia della chiesa locale, specialmente proseguendo nella linea del
concilio, e, l’altra via, la lotta per il controllo dell’elezione del papa.
Noi
sentiamo di dover denunciare che il problema è stato posto ancora una volta in
una lotta per il potere.
Sta
avvenendo quel che talvolta avviene quando, ad una “visione globale”
(nel nostro caso: centralizzazione), si sostituisce una nuova visione globale
(per noi, la chiesa locale). Ci sono cose che vengono
risolte secondo uno schema e cose risolte secondo un altro, fin nella stessa
persona. È questa confusione dei momenti di transito, questa paura di andare
fino in fondo alle proprie intuizioni, che permette
quelle soluzioni intermedie profondamente mistificatorie e senza vero contenuto
rinnovatore. Noi pensiamo di dover guardare nel fondo del contenuto di ciò che
ci viene indicato, non solo all’aspetto esteriore. Ed in questo problema, giriamo l’impressione ai nostri
amici, si cerca ancora di sciogliere il nodo tirando i capi.
Anche persone “dell’avvenire” chiedono dunque per il domani
un papa eletto da tutto il mondo. Ciò, si dice, in vista di una migliore recezione a Roma delle posizioni delle chiese locali. Ora
noi diciamo: se per papa si intende ancora un vescovo
locale (l’altra possibilità, un supervescovo senza diocesi, esula per ora dal
nostro discorso) si cercherà forse di garantire le chiese locali di tutto il
mondo depersonalizzando la chiesa locale di Roma? Non
appare che quel che giunge al suo termine non è né più né meno che il lungo
processo iniziato tanti secoli fa, e cioè la
soppressione del rapporto tra vescovo di Roma e comunità di Roma? E, paradossalmente, dovremo temere questa liquidazione
finale da chi vuole garantire le chiese locali! Ma in buona sostanza l’ultima
chiesa (quella romana) che teneva, da 1500 anni solo sulla carta, l’ultimo
rapporto elettivo tra vescovo e clero-diocesi sta per
vederlo cancellato, e ciò nella ebbrezza di una nuova teologia che ricrea la
personalità delle chiese locali!
Ebbene,
ci saremmo aspettati da Suenens che la parola di
liberazione valesse per tutti: “allora io rinuncio a partecipare
ad una elezione in cui la comunità locale non viene chiamata, interpellata; la
chiesa di Roma esprima un’indicazione, un’esigenza”. No, il concetto di
maturità della chiesa locale vale per tutti, non per Roma: a Roma deve essere
applicata la collegialità episcopale.
Ebbene, non accettiamo questa soluzione; abbiamo pagato caro
anche noi, finora. E pensiamo che una vera soluzione dei problemi delle chiese
locali (di Roma e di tutto il mondo) non passi per un nuovo meccanismo, il più
universale possibile, della elezione del papa, ma
attraverso una applicazione, a Roma e dappertutto, del concetto di chiesa
locale in sé perfetta e comunicante con tutte le altre, salvo il particolare
rapporto di tutte col vescovo successore di Pietro.
Lo
schema oggi vigente, al quale ci opponiamo tutti, troverebbe
il suo coronamento e non il suo superamento nell’elezione del papa da parte dei
vescovi di tutto il mondo. Lo schema di una chiesa aristocratica ci darebbe
anzi la più completa e razionale realizzazione di sé: “i
vescovi scelgono il papa, il papa sceglie i vescovi”. Non è a questo che la
teologia della chiesa locale voleva condurre, non è con questo che si
garantisce lo sviluppo delle chiese locali.
Le
chiese locali hanno diritto alle loro libertà (non ci interessa
qui il problema dei limiti, ovviamente in termini di comunione e di
ex-comunicazione). Paradossalmente ciò si otterrà garantendo anche alla chiesa
di Roma la sua autonomia. Come sempre, non è togliendo i diritti degli altri
che si salvaguardano i propri.
E su queste aperture il dialogo con i nostri amici vuole
cominciare.
°+°+°+°+°+°+°+°+°+°+°+°
UN’
ESPERIENZA DI PASTORALE
DI GRUPPO
La
Costituzione “Lumen Gentium” proclama che i laici
“hanno diritto di ricevere abbondantemente dai sacri pastori i beni spirituali
della Chiesa”, e quindi li esorta a manifestare “le loro necessità e i loro
desideri, con quella libertà e fiducia che si addice ai figli di Dio e a
fratelli in Cristo”; essi non solo “hanno la facoltà, anzi talora anche il
dovere di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della
Chiesa” (Lumen Gentium, 37).
Sono
già trascorsi quattro anni dalla chiusura del Concilio, e purtroppo dobbiamo
costatare che questa esortazione ha avuto scarsa eco
nella nostra diocesi. Basti pensare alla conduzione accentratrice e
paternalistica della maggior parte delle nostre parrocchie, all’assenza di un
dibattito a livello diocesano sui problemi attuali della chiesa. La discussione
si svolge quasi sempre al di fuori delle strutture
ecclesiali, nei circoli e gruppi spontanei. Quanto alle iniziative gerarchiche
per la “formazione” e la “partecipazione” dei laici, come il consiglio
pastorale diocesano e il centro diocesano di cultura religiosa, avremo modo di
esaminare in futuro in che misura e in che modo sono state attuate.
Pensiamo
che noi laici abbiamo la nostra parte di responsabilità in questo stato di
cose. Ci sembra pertanto urgente aprire un dialogo nella Chiesa locale di Roma
che ci porti a prendere coscienza delle esigenze e delle possibilità di una
nostra partecipazione attiva, creativa alla vita della chiesa, e a lavorare per
un mutamento sostanziale della situazione.
Pensiamo
che il miglior modo di cominciare sia quello di mettere in comune delle
esperienze. Prendiamo ad esempio quella, assai significativa,
della parrocchia della Trasfigurazione a Monteverde
Nuovo. Quando, pochi mesi fa, il parroco fu destinato
ad altra sede, un gruppo di laici, tra i quali numerosi giovani, si rivolsero
al Cardinal Vicario, per esprimergli l’esigenza di un profondo rinnovamento
della pastorale parrocchiale, che mirasse, nello spirito del Concilio, alla
costruzione di una comunità autentica e aperta, attraverso il dialogo e la
corresponsabilità di sacerdoti e laici.
L’iniziativa
provocò non poche perplessità negli ambienti del Vicariato, come si poté
arguire dall’impegno che fu posto nel tentativo di convincere i laici promotori
della inopportunità di tornare sopra decisioni già
maturate dall’autorità ecclesiastica per la scelta del nuovo parroco, dimostrando
con ciò che neppure un fatto così importante riusciva a fare avvertire
l’esigenza di abbandonare gli usuali schemi burocratici per far maturare nel
dialogo valide prospettive pastorali per la comunità parrocchiale.
L’atteggiamento fermo e responsabile del gruppo e l’apertura che il
Cardinale Vicario dimostrò nel ricevere ed ascoltare “attentamente e con
paterno affetto in Cristo le iniziative, le richieste e i desideri proposti dai
laici” (L. G. 37, c), servirono a riaprire un
dialogo costruttivo che ha portato alla nomina del
sacerdote proposto come persona adatta a realizzare il desiderato rinnovamento
pastorale.
Ci
auguriamo che questa esperienza non costituisca un
episodio isolato, ma un punto di partenza;
“in questo modo infatti è fortificato nei laici il senso della propria
responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più facilmente vengono
associate all’opera dei Pastori. E questi, aiutati dall’esperienza dei laici,
possono giudicare con più chiarezza e opportunità sia in cose spirituali che
temporali; e così tutta la Chiesa, sostenuta da tutti i suoi membri, compie con
maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo.”
(L. G. 37, d).
°+°+°+°+°+°+°+°+°+°+°+°
L’annuario
della Diocesi di Roma per l’anno 1968-1969, pubblicato dal Vicariato di Roma,
edizioni Treviri, riporta a pagina
755 la seguente tabella:
Tabella 1
|
ANNI |
NUMERO |
% |
|
(a)
fino a 30 anni |
38 |
9.53 |
|
(b)
dai 31 a 40 |
86 |
21.55 |
|
(c)
dai 41 a 50 |
107 |
26.82 |
|
(d)
dai 51 a 60 |
104 |
26.07 |
|
(e) dai 61 a 70 |
36 |
9.02 |
|
(f)
dai 71 a 80 |
5 |
1.26 |
|
(g)
oltre 80 |
15 |
3.75 |
|
(h)
senza classific. [*] |
8 |
2.00 |
|
TOTALE |
399 |
100.00 |
[*] per mancanza di dati [!]
Alcune
note preliminari per una reale lettura dei dati.
Ha poca importanza notare la scarsa
rilevanza delle linee (e), (f), (g). A quel livello si scontano le poche
ordinazioni di una diocesi romana molto più piccola oltre che il normale peso
del tempo.
Quanto alla linea (a) va detto che essa comprende in realtà
sacerdoti da 24-25 a 30 anni, quindi solo 5-6 classi. Per avere un
decennio completo si potrebbero aggiungere gli ordinati (presunti) dei prossimi
4-5 anni. L’annuario suddetto conta (p. 758, per i quattro seminari di Roma,
complessivamente) 63 studenti negli ultimi 5 anni di studio. Nella migliore
delle ipotesi, se tutti i 63 accettassero l’ordinazione, si raggiungerebbe il
numero di 101 sacerdoti per il gruppo che ora si trova tra 20 e 30 anni.
Pensiamo più giusto tuttavia riportare la consistenza del gruppo in questione
(a) ai valori del gruppo (b), intorno cioè agli
ottanta elementi, considerando le normali diminuzioni prima delle ordinazioni e
le diminuzioni per altre cause.
A
queste cifre aggiungiamo alcune prime osservazioni, quelle che nascono dalla
lettura pura e semplice della tabella.
Prima
osservazione: l’età media del clero romano è spostata in alto. E’ già ora al di là dei 45 anni, metà tra 25 e 65 anni, periodo della
normale attività. E’ inoltre destinata a salire perché le classi che
invecchiano (gruppi (c), (d)) sono più consistenti numericamente delle classi
che subentrano (gruppi (a), (b)).
Seconda
osservazione: il numero dei sacerdoti romani tende a diminuire in cifre
assolute. Per qualche anno ciò non apparirà: infatti
le classi giovani subentrano nel conto alle classi dei gruppi (f), (g), poco
numerosi. Ma il fenomeno emergerà nella sua ampiezza
quando le classi che dovranno essere sostituite saranno quelle dei gruppi (c) e
(d).
Terza
osservazione: in cifre relative la diminuzione del clero romano appare
ancor più rilevante; infatti al decrescere del numero
dei preti, si accoppia il progressivo aumento della popolazione (battezzata)
della città.
In sintesi queste prime tre
osservazioni possono così esprimersi: la diocesi di Roma, per quanto riguarda
il clero diocesano si avvia ad avere un numero sempre minore di sacerdoti
sempre più anziani, per una popolazione sempre più numerosa.
La
situazione che queste cifre ed osservazioni rivelano è senz’altro degna di
considerazione attenta. Prima di esprimere altri pensieri desideriamo allargare
la conoscenza del problema fornendo altri dati.
Dallo
stesso Annuario della Diocesi di Roma, alle pagg. 237-269, per i 381 sacerdoti
romani ivi compresi, anziché 399, abbiamo ricavato la tabella sulla
distribuzione del clero diocesano secondo l’attività dei singoli.
Tabella 2
SECONDO L’ATTIVITA’ DEI SINGOLI
QUALIFICA
|
NUMERO
|
TOTALI
|
|
(a) parroci |
102 |
|
|
(b) viceparroci |
64 |
|
|
(c) insegnanti di
religione |
24 |
|
|
(d) negli uffici
diocesani |
54 |
|
|
(e) in seminari o università |
35 |
|
|
(f)
EFFITTIVAMENTE IMPEGNATI IN COMPITI DIOCESANI |
|
279 |
|
|
|
|
|
(g) canonici |
26 |
|
|
(h) in uffici
internazionali (Vaticano) |
46 |
|
|
(i) in altri
uffici |
19 |
|
|
(l) attività non
indicata (!) |
11 |
|
|
(m)
IMPEGNATI IN COMPITI EXTRADIOCESANIi |
|
102 |
|
|
|
|
|
(n) TOTALE GENERALE |
|
381 |
Anche riguardo a questa tabella ci limitiamo a fornire qualche chiarimento sulle cifre.
Il
gruppo (a) parroci, comprende in effetti molti
sacerdoti non romani che per necessità giuridica sono stati aggregati alla
diocesi al momento della nomina a parroco. Questa notizia aprirebbe da sé sola
un nuovo giro di osservazioni sulla consistenza
numerica del clero romano, che di proposito abbiamo tralasciato parlando della
Tabella 1 e che ancora tralasciamo.
La
linea (f) indica il totale dei sacerdoti che agiscono nella diocesi. Il clero diocesano che opera in diocesi a tempo pieno si riduce da
399 [Tabella 1] a 279 sacerdoti dei quali 89 impegnati indirettamente (uffici
del Vicariato e addetti ai seminari e università) e 190 direttamente (“in cura
d’anime” come si dice: parroci, viceparroci e professori di religione).
La
linea (m) comprende i sacerdoti romani impegnati negli uffici centrali della
chiesa (46) o di organizzazioni nazionali (19) o in
pensione (canonici, 26) o in attività non indicate (11): un totale di 102
sacerdoti non impegnati nella vita diocesana: circa il 25%.
Non
esistono indicazioni ufficiali sulla età media per
ciascuno dei gruppi. Tuttavia è possibile affermare
che gli anziani si trovano più numerosi dei giovani in quegli uffici che
richiedono titoli di studio o una preparazione specifica (uffici centrali della
chiesa, uffici nazionali specializzati, docenti universitari). Questa affermazione
può essere altrimenti detta in questi termini: titoli di studio a specializzazione nel lavoro sono più presenti tra i
sacerdoti anziani che tra i giovani. Mancano anche sotto questo profilo dati
ufficiali.
Per
meglio inquadrare la presenza del clero diocesano nella diocesi di Roma, diamo
infine la
SECONDO IL CLERO CUI SONO
AFFIDATE
CLERO
|
N° Parrocchie |
|
Al clero
diocesano |
102 |
|
A comunità di
sacerdoti di altre diocesi |
4 |
|
A Congregazioni ed
ordini religiosi |
135 |
|
TOTALE |
239 |
Abbiamo
intenzione di sviluppare su queste cifre alcuni pensieri. Lo faremo. Sentiamo
di aver fatto un primo passo portando a
conoscenza degli amici la situazione nel suo aspetto quantitativo. Ora abbiamo
bisogno del contributo di pensiero di tutti, e lo
attendiamo.
Val solo la pena di dire che riteniamo “il clero di Roma” un fatto
assolutamente di nostra competenza, di tutti i cristiani della diocesi. Fatto da conoscere, da esaminare e sul quale maturare prospettive
per il futuro.
Il
futuro dipende da noi.
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